Biografia Ercole Giacomo Antonio"Il 27 maggio nella parrocchia di Cambiano, intitolata ai santi Vincenzo e Anastasio, il priore Giovanni Alessio battezza il neonato cui sono imposti i nomi Ercole Giacomo Antonio. In casa, fanciullo, sarà adottato il terzo nome, in omaggio ad Antonio Pitarelli, lavorante al Regio Parco, suo padrino (e madrina la sorella Margarita Pitarelli), domiciliato a Torino. A scuola e nella vita il futuro pittore sceglierà il secondo nome (ma la moglie e i più intimi amici continueranno a chiamarlo Antonio), lo stesso di uno zio paterno, macellaio da portafoglio abbastanza florido, non troppo avaro di aiuti nei primi anni di studio. Si dimenticherà invece del primo nome (quello assegnatogli in memoria del nonno paterno), con qualche fastidioso contrattempo burocratico, specie al momento in cui sarà collocato a riposo dall'insegnamento."
G.L. Marini, Appunti per una biografia e una traccia della fortuna critica di Giacomo Grosso, in Giacomo Grosso. Il pittore a Torino fra Ottocento e Novecento, catalogo della mostra (Torino, Promotrice delle Belle Arti Parco del Valentino, 22 novembre 1990 - 17 febbraio 1991), a cura di G.L. Marini, Fabbri Editori, Milano 1990, pp. 123-124. Grosso nasce il 25 maggio 1860 a Cambiano, nella provincia torinese, nono degli undici figli di Guglielmo Grosso, falegname, e Giovanna Vidotti, tessitrice e abile "setaiola" che a un certo punto abbandona il lavoro per badare alla numerosa prole.
Dal seminario di Giaveno agli studi presso l'Accademia Albertina di Torino
Dopo aver frequentato la scuola elementare comunale, grazie all'aiuto economico dello zio macellaio Antonio entra, nell'ottobre del 1870, al Seminario di Giaveno. Insofferente, decide di abbandonare la carriera ecclesiastica e di iscriversi all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Andrea Gastaldi, titolare della cattedra di Pittura, riceve l'aspirante allievo e, intuendone il talento, scrive una lettera al sindaco di Cambiano, Michele Rocco, richiedendo un ausilio finanziario per il ragazzo. La Giunta Comunale approva l'elargizione di una pensione mensile di 30 lire (360 lire annue). Giacomo Grosso si iscrive regolarmente all'Accademia per l'anno 1873-1874 che termina col riconoscimento della terza Menzione onorevole al concorso di Ornato, 1ª classe (disegno dalla stampa). Affitta una soffitta in via Bertola insieme a uno dei suoi fratelli, falegname come il padre. Gli unici mobili che hanno sono: un letto, un mobile e una sedia. C'è anche una stufa ma l'uscio di casa non aderisce bene al pavimento e alcuni vetri della finestra sono sostituiti da fogli di carta che non permettono al caldo di restare nell'appartamento"E non solo il freddo aveva conosciuto ma anche la fame. Una volta dopo due giorni di digiuno l'allievo dell'Accademia si mise in cammino ed a piedi arrivò fino a Cambiano; a Torino non aveva nessuno, ma a Cambiano c'erano i suoi. Arrischiò di fare una indigestione, ma dopo tanto digiuno trovava persin piacevoli le sofferenze per aver mangiato troppo"
Ricordi della vita di Giacomo Grosso. Dalla soffitta di via Bertola allo studio dell'Accademia Albertina, in "Stampa Sera", 15 gennaio 1938, p. 4..
Per guadagnarsi da vivere, dal 1875 inizia a svolgere dei lavori saltuari: ripassa o rinnova le insegne di latta dei tabaccai torinesi. Intanto, nei concorsi annuali dell'Accademia, vince due medaglie di rame (Ornato e Disegno di Figura) e ottiene una menzione onorevole per il concorso di Prospettiva. Un anno dopo intraprende una collaborazione con un fotografo di piazza Vittorio Emanuele (con buona probabilità lo "Studio Giuseppe Vanetti" con sede in piazza Vittorio Emanuele [oggi piazza Vittorio Veneto], Casa Calcagno, e ingresso anche da via Giulia di Barolo 2G.G. Massara, Dagli anni dell'adolescenza allo scandalo veneziano, in Giacomo Grosso. Una stagione tra pittura e Accademia, a cura di A. Mistrangelo, catalogo della mostra (Torino, Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto - Torino, Pinacoteca dell'Accademia Albertina di Belle Arti - Cambiano, Comune, 28 settembre 2017 - 7 gennaio 2018; Torino, Palazzo Madama Museo Civico d'Arte Antica, 28 settembre - 23 ottobre 2017), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), 2017, p. 26 nota 10.) occupandosi della coloritura manuale di ingrandimenti di ritratti fotografici e per i quali è retribuito cinque lire a lavoro. Nel frattempo termina il terzo e ultimo anno propedeutico con una menzione onorevole al concorso annuale di Ornato e vincendo un assegno di incoraggiamento per una saggio fuori concorso. Alla fine del 1876 comincia il primo anno superiore di Pittura. Alla fine del 1878 scade il sussidio erogatogli dal Comune di Cambiano. Dovendo provvedere interamente a se stesso, Grosso trova un'altra fonte di mantenimento dipingendo ritratti ingranditi da fotografie guadagnando una media di venti lire ognuno"Grosso si impratichisce rapidamente e diventa abilissimo nel cogliere le fisionomie: un modesto artigianato che molto gli servirà nell'esercizio della professione; un esercizio in cui, chi poi criticherà la facilità della mano e l'implacabilità dell'occhio, sarà tentato d'individuare la nefanda matrice".
G.L. Marini, Appunti per una biografia e una traccia della fortuna critica di Giacomo Grosso, in Giacomo Grosso. Il pittore a Torino fra Ottocento e Novecento, catalogo della mostra (Torino, Promotrice delle Belle Arti Parco del Valentino, 22 novembre 1990 - 17 febbraio 1991), a cura di G.L. Marini, Fabbri Editori, Milano 1990, p. 126.. Gli impegni extrascolastici lo costringono a trascurare la carriera accademica. Tentato di abbandonare gli studi non rinnova l'iscrizione all'anno accademico 1879-1880 e approfitta del tempo libero per visitare la Mostra Nazionale di Torino del 1880. Riacquisito l'entusiasmo si immatricola per l'anno 1880-1881. Gli esordi Il 1880 segna l'anno d'esordio della carriera pittorica di Giacomo Grosso: vince il Concorso Nazionale del Ministero - e un premio di 2.000 lire - per il miglior saggio di nudo con l'opera Abele colpito a morte (1881, olio su tela, 75x130 cm - Collezione privata) ed esordisce alla 24ª Esposizione della Società d'Incoraggiamento delle Belle Arti al Circolo degli Artisti di Torino con Amusant (1881, olio su tela, 88x60 cm - Collezione privata). Nel 1882, ventiduenne, affitta un piccolo appartamento in via Berthollet 8 e conclude il penultimo anno del corso superiore di Pittura con tre medaglie d'oro ai concorsi annuali: due per Pittura (4ª classe, testa dipinta dal vero, e 5ª classe, accademia istoriata) e quello della sezione Pittura murale a tempera. Nel 1883 porta trionfalmente a studi gli studi all'Accademia vincendo il concorso triennale di Pittura e prende alloggio in via Napione 5. Nel novembre dello stesso anno, in un soggiorno a Torino, il conte Marcello Panissera di Veglio, presidente dell'Accademia Albertina, della Promotrice torinese delle Belle Arti e prefetto di palazzo del re Umberto I di Savoia, ha modo di ammirare gli ultimi lavori del pittore tra cui il Ritratto di Bartolomeo Ardy (1883, olio su tela, 60x50 cm - Collezione privata). Il conte commissiona a Giacomo Grosso una propria effigie e lo invita a Roma per l'esecuzione. All'inizio di dicembre il pittore cambianese parte per la capitale : gli vengono assegnati un alloggio e uno studio nel palazzo del Quirinale. Il conte Panissera è il suo primo mecenate e, attraverso la sua influenza, Grosso riceve numerose commissioni da diversi personaggi dell'ambiente sabaudo e del patriziato romano.
Arrivano i primi successi. Nel febbraio 1884 il pittore decide di rincasare a Torino in occasione della grande Esposizione Nazionale per la quale presenta otto dipinti. Il più celebre è La cella delle pazze (1884, olio su tela, 470x310 cm - Torino, GAM Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, inv. P/439), una tela di oltre tre metri giocata tutta sui toni del bianco e del nero, il cui soggetto è ispirato alla novella di Giovanni Verga "Storia di una capinera" del 1871"In un primo tempo numerose critiche vengono rivolte all'opera del Grosso per l'eccessiva crudezza della scena; successivamente vi sono riconosciute le virtù insite in un dipinto giocato quasi sulla monocromia, animato da figure ora impassibili, ora intente a condurre alla ragione la monaca che ha gettato materialmente il rosario a terra: la luce naturale [...] penetra da una finestra e da una sorgente sconosciuta sì da illuminare l'ambiente lasciando nell'ombra solamente la porta che un'altra monaca chiude".
G.G. Massara, Dagli anni dell'adolescenza allo scandalo veneziano, in Giacomo Grosso. Una stagione tra pittura e Accademia, a cura di A. Mistrangelo, catalogo della mostra (Torino, Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto - Torino, Pinacoteca dell'Accademia Albertina di Belle Arti - Cambiano, Comune, 28 settembre 2017 - 7 gennaio 2018; Torino, Palazzo Madama Museo Civico d'Arte Antica, 28 settembre - 23 ottobre 2017), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), 2017, pp. 21-22., e che viene acquistata dal Municipio di Torino per le collezioni civiche su invito del conte Ernesto Balbo Bertone di Sambuy. Antonio Stella nel 1893 scriveva su questo dipinto: "È uno dei tristi drammi che si svolgono nei recessi dei monasteri. Una giovane monaca, forse non pazza, ma ribelle alle austere discipline del chiostro, si dibatte tra le monache che la cacciano a viva forza in cella, mentre la superiora, arcigna, impettita, assiste con impassibilità caratteristica, alla truce scena. Il dramma è mirabilmente sostenuto dal colore locale dell'ambiente in cui si svolge. E il quadro riesce a quell'unità d'integrazione morale e pittorica che impressiona lo spettatore. Come saggio di tavolozza è un ardimento vero. Grosso volle provare la sua abilità di colorista all'infuori dei colori, con la sola risorsa del nero e del bianco, ben sapendo che il chiaroscuro è la base fondamentale della pittura. Le tinte per se stesse sono poco; ad esse basta il tintore. Vederne, sentirne e renderne la poesia, il senso pittoresco, sotto il dominio della luce, è la missione del pittore; e, in questo caso, il nero ed il bianco bastano a dare la misura della sensibilità di un occhio, dell'abilità di una mano, dell'indole di un artista. Comunque, con La cella delle pazze, Grosso provò di avere la vocazione a diventare un potente colorista; si rivelò abilissimo nel maneggio del pennello, e fece il primo passo decisivo verso la splendida posizione artistica che non tardò ad acquistare nella nostra scuola"A. Stella, Pittura e scultura in Piemonte 1842-1891, Ditta G.B. Paravia e Comp., Torino 1893, p. 565..
Il 15 maggio Giacomo Grosso sposa la sedicenne Carolina Bertana, figlia del vicecapocompartimento delle ferrovie, e la coppia va ad abitare in un piccolo alloggio all'ultimo piano di via Carlo Alberto angolo via Andrea Doria, conservando lo studio in via Napione 5. Con loro vive anche l'anziano padre di Giacomo, rimasto vedovo, che verrà ritratto nel 1887 (Mio padre, 1887, olio su tela, 127x80 cm - Torino, Pinacoteca dell'Accademia Albertina, inv. 419).