È stato psicologo e professore ordinario di Psicologia presso l’Università di Torino fino al 2009. Attualmente è impegnato come avvocato penalista presso il Tribunale di Milano, sebbene sia spesso portato dalla propria attività professionale a frequentare le aule giudiziarie di numerose città italiane.

Gulotta è direttore di due collane scientifiche presso la casa editrice milanese Giuffrè, la Collana di Psicologia Giuridica e Criminale e la collana Quaderni di Psicologia, presso la quale ha pubblicato in veste di autore e coautore più di 50 libri. È altresì firmatario di oltre 300 articoli scientifici, alcuni dei quali editi in più lingue.

Nonostante il pensionamento a livello universitario, Guglielmo Gulotta continua a tenere seminari e a partecipare ad importanti convegni nazionali riguardanti la psicologia come scienza dei fatti umani. È considerato una delle autorità contemporanee più prominenti nell’ambito della Psicologia giuridica e forense italianaPatrizi P. (1996), Psicologia giuridica penale: storia, attualità e prospettive, Milano: Giuffrè.AA.VV. (2009), Processi penali e processi psicologici, Milano: Giuffrè.Mariani Marini A. & Paganelli M. (2003) (Eds.), L’avvocato e il processo. Le tecniche della difesa, Milano: Giuffrè., essendo stato anche uno dei primi avvocati criminali italiani a specializzarsi in Psicologia. Questa duplice competenza professionale ha consentito lui di approcciarsi allo studio del diritto penale da un punto di vista inedito e arricchente, senza limitarsi all’applicazione meccanica delle norme giuridiche nella trattazione delle cause legali.

Biografia

Guglielmo Gulotta nasce a Milano nel 1939 da una famiglia con origini siciliane e napoletane. Un retaggio di cui va profondamente fiero e che può essere rintracciato in alcuni tratti personologici, quali l’ottimismo e la dinamicità che lo caratterizzano. Vive tra Milano e Torino, ma è spesso in viaggio per l’Italia per lavoro.

Carriera professionale

Dopo essersi laureato summa cum laude in Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano, nel 1964, al termine del periodo di praticantato e del successivo esame di Stato si è abilitato alla professione di procuratore legale e poi a quella di avvocato presso l’Ordine degli avvocati del foro di Milano.

A detta di Gulotta stesso, è stato un film visto al cinema nel 1962 a cambiargli la vita e il modo di pensare: si tratta di Freud - Passioni segrete, anche conosciuto al pubblico con il titolo Freud, incentrato sulla vita dello psicoanalista austriaco. Da quel momento il giovane avvocato inizia a comprendere le potenzialità del sapere psicologico all’interno dello scenario legale, dedicando a tale ambito la propria carriera da penalista e accademico. Gulotta è infatti dell’opinione che diritto e psicologia siano due discipline per certi aspetti sovrapponibili: entrambe si occupano dello studio del comportamento umano, la prima lo controlla mentre la seconda lo spiega. La convinzione che le scienze psicologiche possano fare luce sulla complessità delle dimensioni mentali e delle relazioni umane intercorrenti tra gli attori sul palcoscenico dell’aula giudiziaria indirizza dunque la carriera accademica di Gulotta fin dai suoi albori.

A fronte di una sempre maggiore curiosità verso il comportamento umano e le relazioni interpersonali, riceve una borsa di studio per lo svolgimento di attività di ricerca presso l’Istituto di diritto penale dell’Università di Milano per il biennio 1968-1970. Nel 1969 ottiene la specializzazione in psicologia presso l’Università degli Studi di Torino, dove farà ritorno in un secondo momento nel 1995 quale professore ordinario. Nel 1974 diventa collaboratore del Prof. Pietro Nuvolone, ordinario della cattedra di Diritto penale presso l’Università degli Studi di Milano. All'interno del medesimo Ateneo, nel 1978 è responsabile della Sezione di Psicologia Giuridica presso l’Istituto di psicologia della Facoltà di medicina diretta dal professor Marcello Cesa-Bianchi. Dal 1982 al 1984 è Presidente dell’AGAM (Associazione Giovani Avvocati di Milano). Dal 1982 al 1986 lavora nuovamente presso l’Istituto di diritto penale dell’Università degli Studi di Milano in questo caso come ricercatore di ruolo. Al termine del quadriennio, assecondando il proprio interesse e mettendo a frutto la propria specializzazione in psicologia, si trasferisce presso l’Università degli Studi di Cagliari dove riveste il ruolo di Professore ordinario di Psicologia Sociale. A fronte dei successi riscossi come penalista e accademico, nel 1995 gli viene offerta la cattedra di Psicologia Giuridica presso l’Università degli Studi di Torino, diventando di fatto il primo professionista in Italia ad insegnare tale disciplina. Nel 2000 coordina a livello nazionale il programma di ricerca sugli omicidii senza apparente motivo o con carattere di serialità finanziato dal Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica. Gulotta si dedica alla docenza universitaria fino al 2009, anno in cui va in pensione.

Tra i suoi allievi si annoverano la prof.ssa Cristina Cabras, la dott.ssa Roberta Bruzzone, la dott.ssa Alessandra Bramante, il dott. Angelo Zappalà e il dott. Fabrizio Russo.

Principali contributi scientifici

Il più importante contributo scientifico di Guglielmo Gulotta consiste nell'aver ridato slancio sul finire degli anni '70 del secolo scorso allo studio della psicologia giuridica. Una materia che aveva goduto di molto seguito in Italia nei primi del Novecento fino alla pubblicazione nel 1925 da parte di Enrico Altavilla di Psicologia Giudiziaria, per poi eclissarsi negli anni successivi a causa di aggiornamenti sempre più sporadici per quanto rilevanti e originali. Gulotta ha quindi il merito di essersi fatto carico del complesso e controverso compito volto allo studio dei possibili collegamenti e alla riduzione della distanza tra psicologia e dirittoGulotta G. (2007a), Dal giusto processo al processo giusto, psicologicamente parlando in L. De Cataldo Neuburger (Ed.), La prova scientifica nel processo penale (pp. 525–549), Padova: Cedam., sviluppando con il passare del tempo una metodologia di lavoro che di lì a poco avrebbe reso evidente sia la sovrapposizione tra queste due aree del comportamento umano sia i limiti e i rischi di un'applicazione diretta ed ingenua della psicologia al mondo giuridico. Egli, insieme a pochi altri in Italia, ha aperto la strada ad una riduzione della diffidenza dei giuristi nei confronti della psicologia come anche la messa in guardia rivolta agli psicologi dai rischi connessi con il trasferimento nel contesto giuridico di un modo di operare tipicamente clinico. A riprova di ciò, è il corposo repertorio di ricerche e pubblicazioni in molteplici aree della psicologia e del diritto che ne contorna la carriera scientificaGulotta G. (2002a), La psicologia giuridica: un’interfaccia tra diritto e psicologia in G. Gulotta e coll. Elementi di psicologia giuridica e di diritto psicologico (pp. 1–9), Milano: Giuffrè..

In particolare, uno dei pilastri fondanti l’eredità scientifica di Guglielmo Gulotta consiste nel ritenere che il comportamento umano può essere valutato e giudicato, come succede quotidianamente nelle aule di tribunale, solo dopo aver contestualizzato le azioni e le scelte delle persone nella loro realtà psicosociale – siano essi imputato, testimone, pubblico ministero, giuria o giudice – e solo dopo aver riconosciuto l’influenza psicologica che tale quadro ha su di essi. Si tratta di una riflessione rimarchevole, soprattutto perché elaborata da un professionista con una formazione giuridica portato a lavorare in un ambiente in cui la corrente di pensiero dominante considerava la psicologia alla stregua dell’astrologia, ben lontana dalla certezza e dalla chiarezza richieste nei tribunali.

È proprio in uno dei libri da lui pubblicato nel 1987 con il titolo Trattato di Psicologia giudiziariaGulotta G. (1987), Trattato di psicologia giudiziaria, Milano: Giuffrè. che Gulotta, ispirandosi ai racconti e alle opere teatrali di Luigi Pirandello e riprendendo il lavoro di Erving Goffman, descrive il contesto forense come un teatro in cui le differenti figure recitano un copione all'interno dei propri specifici ruoli e status. In esso, si dipana quotidianamente il dramma della vita. Ogni giorno la causa presentata al Giudice esiste solo in virtù delle prove raccolte e inserite nel fascicolo; della percezione e della comprensione delle dinamiche da parte del Pubblico Ministero rispetto alle responsabilità personali e sociali delle persone coinvolte; della forma optata dall’avvocato o dal penalista per introdurre o argomentare la propria difesa; della modalità scelta dall’imputato per condividere informazioni riguardanti il proprio comportamento e il proprio eventuale (oppure inesistente) coinvolgimento nella vicenda in questione; di quanto riportato dalla vittima rispetto alla propria esperienza; del contributo del testimone alla comprensione di quanto accaduto; dei chiarimenti forniti dagli esperti. Molte di queste dimensioni implicano dunque che all’interno del contesto processuale non si abbia a che fare con la realtà storica e fattuale degli eventi, piuttosto con la realtà procedurale, ovvero quella ricostruita sulla base di memoria, percezioni e comprensione. I processi giudiziari non si svolgono sulla base di ciò che è successo, ma sulla base di quanto si dice essere successo: è per questo che la psicologia può fornire contributi rilevanti all’ambito giuridico. Gulotta, prendendo spunto dal lavoro di scienziati del calibro di Peter L. Berger e Thomas Luckmann, ma anche dagli studi dello psichiatra R.D. Laing, considera quindi la realtà una costruzione sociale. Gli esseri umani sono direttamente responsabili per tale naturale “fabbricazione” della vita e per le relazioni interpersonali da essa scaturenti.

Guglielmo Gulotta definisce questo approccio interdisciplinare "psicologia della vita quotidiana", asserendo che esso debba imprescindibilmente includere anche la psicologia forense. Il “come” e il “perché” le persone rispettano la legge alla pari del “come” e “perché” essa viene infranta può dipendere dal grado in cui gli individui sono sorretti o alienati dalla propria condizione individuale e sociale, ma anche dalle opportunità (o dall’assenza di esse) che la società fornisce per svilupparsi e raggiungere le proprie potenzialità.