LIndice dei libri proibiti () fu l'elenco di pubblicazioni proibite dalla Chiesa cattolica.
Istituito il 30 dicembre 1558 da papa Paolo IV, l'elenco fu periodicamente aggiornato fino alla metà del XX secolo e fu definitivamente soppresso il 15 novembre 1966 dalla Congregazione per la dottrina della fede, che con una notificazione del 14 giugno dello stesso anno precisò come lIndice non avesse più forza di legge ecclesiastica con le annesse censure, pur conservando il proprio valore morale quale guida per i fedeli.
Dal 1571 al 1917 la compilazione e l'aggiornamento del catalogo dei libri proibiti furono affidati alla Congregazione dell'Indice.Giorgio Caravale, Libri pericolosi. Censura e cultura italiana in età moderna, Laterza, Bari-Roma, 2022.
Storia Precedenti Sin dalle sue origini la lotta della Chiesa contro le eresie comportò la proibizione della lettura o della conservazione di opere ritenute eterodosse. Il primo concilio di Nicea (325) condannò le opere di Ario; papa Anastasio I (399-401) proibì quelle di Origene; nel 405 Innocenzo I redasse un elenco di libri apocrifi, mentre papa Leone I (440-461) vietò i testi manichei.
Il secondo concilio di Nicea (787) stabilì che i libri eretici rinvenuti dovessero essere immediatamente consegnati al vescovo; un concilio riunito nell'868 dispose il rogo delle opere di Fozio; nel 1140 furono condannati gli scritti di Pietro Abelardo e Arnaldo da Brescia, nel 1239 il Talmud e, nel 1327, alcune opere di Francesco Stabili. Un concilio celebrato a Tolosa nel 1229 giunse inoltre a vietare ai laici francesi il possesso di copie della Bibbia, mentre un altro concilio, tenutosi a Tarragona nel 1234, ordinò il rogo delle traduzioni della Bibbia nelle lingue volgari.
Nel XIV secolo esistevano già meccanismi di controllo interno nei monasteri e nelle università, allora i principali luoghi di produzione e circolazione dei libri. In ciascun monastero l'abate vigilava sull'ortodossia delle opere: senza il suo assenso gli amanuensi non potevano iniziare la copia di un manoscritto. Analogamente, le università, per tutelare il proprio prestigio, esaminavano preventivamente gli scritti dei docenti prima della loro diffusione.
L'invenzione della stampa a caratteri mobili nella metà del XV secolo modificò profondamente questo sistema: un'opera, una volta stampata, poteva essere ristampata da qualunque tipografo in qualsiasi città europea, rendendo rapidamente inefficaci i tradizionali strumenti di controllo. Le autorità ecclesiastiche, che inizialmente avevano accolto favorevolmente la nuova tecnologia, iniziarono pertanto a considerarla con crescente preoccupazione.
La Santa Sede fu la prima autorità a intervenire per disciplinare la diffusione delle opere a stampa, con l'intento di impedirne l'utilizzo per la propagazione di dottrine ritenute eretiche. Il primo provvedimento fu un breve emanato da Sisto IV il 17 marzo 1479. Il suo successore Innocenzo VIII, con la costituzione Inter multiplices del 17 novembre 1487, fissò le norme che sarebbero rimaste sostanzialmente in vigore nella Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II. Esse prevedevano:
l'obbligo dellesame previo di tutti gli scritti destinati alla stampa; la concessione dellimprimatur esclusivamente ai libri non contrari alla religione cattolica; pene spirituali o pecuniarie per coloro che stampavano, vendevano, leggevano o conservavano libri in violazione di tali disposizioni; il rogo dei libri proibiti.Il fondamento teologico della pratica del rogo dei libri era individuato nel passo degli Atti degli Apostoli che ricordava l'antica usanza di bruciare i libri ritenuti pericolosi. In si narra infatti di come gli Efesini convertiti al cristianesimo bruciarono i propri libri di magia.
La Santa Sede adottò quindi una serie di provvedimenti per controllare sistematicamente quanto veniva stampato., p. 94. Per limitare la diffusione delle opere ritenute dannose per i fedeli fu introdotto l'istituto dell'autorizzazione preventiva, imponendo che ogni libro ottenesse una specifica approvazione prima della stampa. Tale compito spettava ai vescovi, mentre nella sola città di Roma era riservato al Maestro del Sacro Palazzo, teologo personale del pontefice.
Le disposizioni di Innocenzo VIII furono confermate dai successori Alessandro VI, con un'omonima bolla Inter multiplices del 1º giugno 1501, e Leone X, che promulgò la bolla Inter Sollicitudines il 4 maggio 1515, recependo il decreto della X sessione del Concilio Lateranense V relativo all'autorizzazione preventiva delle opere a stampa.
Nel 1542 papa Paolo III istituì la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione con la bolla Licet ab initio del 21 luglio, affidandole il compito di «mantenere e difendere l'integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine». Il primo presidente della Congregazione fu il cardinale Giovanni Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV. Divenne quindi necessario predisporre un indice, ossia un elenco ufficiale dei libri da evitare, che fungesse da riferimento per tutta la cristianità cattolica.
Prima della Santa Sede si erano già mosse alcune importanti istituzioni accademiche. La Facoltà di teologia dell'Università di Lovanio pubblicò propri indici nel 1546, 1550 e 1552, mentre l'Università della Sorbona ne pubblicò altri nel 1544, 1545, 1547, 1549, 1551 e 1556.
Negli stessi anni anche alcuni Stati introdussero l'obbligo della licenza di stampa. Nel 1543 il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia affidò agli Esecutori contro la Bestemmia la vigilanza sull'editoria, attribuendo loro il potere di sanzionare chi stampasse senza autorizzazione. Nel 1549, per iniziativa di monsignor Giovanni della Casa, fu pubblicato il Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia, comprendente 149 titoli, per lo più opere considerate eretiche. Il Consiglio dei Dieci vietò la pubblicazione delle opere dei teologi della Riforma protestante, dei principali riformatori italiani rifugiatisi all'estero, quali Bernardino Ochino, Pietro Martire Vermigli e Celio Secondo Curione, dei testi più noti della produzione valdese, nonché dei classici della polemistica antipapale, come gli scritti di Marsilio da Padova e di autori contemporanei residenti in Italia, fra cui Bernardino Tomitano. Analoghe disposizioni sull'autorizzazione preventiva alla stampa furono introdotte anche in altri Stati cattolici, tra cui Francia e Spagna.
Primo Indice (1558) Tra i compiti della Santa Inquisizione rientrava anche quello di ispezionare biblioteche pubbliche e private, botteghe di tipografi e librai, nonché chiese e monasteri, al fine di individuare e sequestrare le opere contenenti proposizioni ritenute eretiche.Hubert Wolf, Storia dell'Indice, Donzelli, Roma, 2006. Nel 1554 l'Inquisizione veneziana pubblicò il Cathalogus librorum haereticorum, contenente l'elenco delle opere proibite nella Repubblica di Venezia.
Nel 1555 Gian Pietro Carafa, fondatore del Sant'Uffizio e da poco eletto pontefice con il nome di papa Paolo IV, incaricò i cardinali inquisitori di redigere un Indice ufficiale dei libri proibiti.
Il primo Indice, detto Indice Paolino, fu promulgato con un decreto affisso a Roma il 30 dicembre 1558 e diffuso all'inizio del 1559. Il decreto dell'Inquisizione romana prescriveva, sotto pena di scomunica:
L'elenco dei libri proibiti (Cathalogus librorum Haereticorum) era suddiviso in tre parti:
autori non cattolici, dei quali erano proibite tutte le opere (circa 600 nomi);L'elenco comprendeva non solo opere di teologia, ma anche opere scientifiche e letterarie. libri, comprendente 126 titoli di 117 autori; opere anonime, per un totale di 332 titoli.
Al termine dell'elenco erano aggiunte due ulteriori liste. La prima comprendeva 45 edizioni proibite della Bibbia, oltre a tutte le traduzioni nelle lingue volgari, in particolare quelle in tedesco, francese, spagnolo, italiano, inglese e fiammingo. La seconda riportava i nomi di 61 tipografi, prevalentemente svizzeri e tedeschi, dei quali erano proibiti tutti i libri, indipendentemente dall'argomento trattato, dalla lingua o dall'autore, con l'intento di scoraggiare la pubblicazione delle opere dei riformatori protestanti. Venivano inoltre vietate intere categorie di libri, come quelli di magia cerimoniale.
Tra le opere inizialmente proibite figuravano il Talmud, tutte le opere di Luciano di Samosata, di Agrippa di Nettesheim, di Ortensio Lando, di Guglielmo di Ockham, Il Principe di Niccolò Machiavelli, Il Novellino di Masuccio Salernitano, il Decameron di Giovanni Boccaccio e il De Monarchia di Dante Alighieri.
L'ampiezza del provvedimento suscitò immediatamente l'opposizione dei librai e dei tipografi, che lo giudicarono eccessivamente severo. Anche alcuni membri del Collegio cardinalizio espressero dubbi sulla sua efficacia. Lo testimonia una lettera del 27 gennaio 1559 indirizzata all'inquisitore di Genova, nella quale il commissario Michele Ghislieri, futuro papa Pio V, manifestò le proprie riserve circa alcune proibizioni:
Paolo IV recepì il decreto dell'Inquisizione romana con la bolla Cum ex apostolatus officio, pubblicata il 15 marzo 1559. Il pontefice, già primo presidente della Santa Inquisizione quando era cardinale, affidò alla Congregazione e alla sua rete territoriale l'applicazione delle proibizioni. Fino ad allora il controllo censorio era stato esercitato dai singoli vescovi, ciascuno autonomo nella propria diocesi; con tale provvedimento il potere censorio fu centralizzato e attribuito esclusivamente all'Inquisizione.
Nello stesso 1559 la Santa Sede attenuò parzialmente la rigidità della disciplina censoria mediante lInstrucio circa Indicem, introducendo l'istituto dellexpurgatio. Le opere di autori cattolici tradotte o curate da eretici potevano infatti essere autorizzate purché fossero eliminate le indicazioni dei curatori e venissero espunte eventuali aggiunte o modifiche da essi introdotte nel testo. La Congregazione dell'Indice invitava quindi l'autore a rivedere l'opera condannata donec corrigatur («[proibita] finché non sia stata corretta»), affinché eliminasse i passi ritenuti erronei o eterodossi.
Indice tridentino (1564) Il secondo elenco ufficiale, noto come Indice tridentino o Index librorum prohibitorum a Summo Pontifice, fu predisposto negli anni conclusivi del Concilio di Trento. Accogliendo le indicazioni conciliari, papa Pio IV dispose la revisione dell'Indice paolino e, il 24 marzo 1564, promulgò la costituzione apostolica Dominici gregis custodiae, con la quale approvò il nuovo catalogo e vietò la lettura delle opere in esso comprese.
L'Indice era articolato in due sezioni. La prima conteneva dieci regole generali, destinate a disciplinare la lettura, la detenzione, la stampa e la circolazione delle diverse categorie di libri; la seconda comprendeva l'elenco delle opere e degli autori proscritti. Le regole stabilivano, tra l'altro, il trattamento delle traduzioni bibliche, degli scritti anonimi, delle opere eretiche e dei libri sottoposti a correzione.
Rispetto all'Indice paolino, quello tridentino adottava criteri meno indiscriminati e distingueva più chiaramente tra autori, opere e categorie librarie. Pio IV introdusse inoltre una distinzione tra libri propriamente eretici e opere proibite per altre ragioni: la lettura o il possesso consapevole di queste ultime ricadevano nella giurisdizione ordinaria dei vescovi, mentre i casi di eresia rimanevano sottoposti al Sant'Uffizio.
A differenza del precedente, l'Indice tridentino conobbe una più ampia applicazione nei territori cattolici italiani ed europei. La Spagna, tuttavia, continuò a utilizzare anche gli indici elaborati autonomamente dall'Inquisizione spagnola, che già dal 1559 disponeva di competenze proprie in materia di censura libraria.