A partire dal Rinascimento si perfezionò un antico metodo di suonare le campane, facendolo evolvere in un sistema che, tra i tanti metodi di suono presenti nel mondo, è uno dei pochi in grado di far eseguire melodie a questi strumenti. Mediante tale tecnica, detta Sistema Veronese, le campane, intonate secondo la scala musicale diatonica maggiore, vengono portate e trattenute con la bocca rivolta verso il cielo, quindi fatte ruotare in maniera tale da poter, con i loro squilli sincronizzati e cadenzati, eseguire melodie secondo specifici spartiti. Il Sistema Veronese, che presenta una interessante somiglianza con quello anglosassone, è oggi diffuso in particolare nelle quasi totalità delle provincie di Verona e Vicenza, in buona parte del padovano, in varie località delle province di Venezia, Treviso, Rovigo, Trento, Brescia e Mantova e in altre torri sparse sul territorio d'Italia.

Storia

Rintocchi dal Medioevo

Ludovico Moscardo, nella sua “Historia di Verona”, ci fa sapere che il giorno 21 novembre 622 dai campanili della città si levarono suoni di campane a stormo per annunciare la morte dell'amato vescovo Mauro. Poco sappiamo sulle campane altomedievali, di cui l'unico esemplare resta la campana ottagonale di San Zeno (secc. VIII-X); ma i due bronzi del 1065 per San Fermo Maggiore, quello di San Massimo del 1081, e quello quadrangolare realizzato da Oliviero per San Salvar nel 1172, presentavano già fregi ed inscrizioni a riprova di un'arte fusoria matura e consolidata. Attorno al 1149 vennero fuse altre due campane per San Zeno, nuovo campanile capolavoro del romanico, di cui un'opera di Gislimerio. Quella di Gislimerio fu solo la prima delle oltre cinquanta fonderie che lavorarono a Verona lungo i secoli. In quel tempo le forme delle campane erano basate su dettami estetico-simbologico-sperimentali, solo verso il 1200 furono compiuti studi più appropriati i cui risultati furono condivisi in ambito continentale. Fino al XIV secolo fra i migliori costruttori vi erano i veneziani, causa le conoscenze apportate dallo sviluppo industriale della serenissima città, ed operarono anche a Verona, fino a quando furono scalzati dallo scaligero Mastro Jacopo, uno dei più ragguardevoli fonditori del suo tempo. Ancora ammirabile al Museo di Castelvecchio è la campana, larga 130 cm e pesante 18 quintali circa, che fuse nel 1370 per la torre del Gardello a Verona: uno dei primi orologi a rintocchi. Nel XV secolo, quando la città si consegnò a Venezia, i fonditori scaligeri scarseggiavano e così troviamo artisti itineranti mettere a servizio la loro maestria: di artefice germanico sono le campane che ancora oggi squillano dal già citato campanile di San Zeno e di scuola iberica quella civica del castello di Malcesine. Un francese, il "signor Michel", diede avvio ad una propria scuola veronese che sarebbe continuata ininterrottamente fino al secolo XIX. Perfezionò gli studi sulla fonica delle campane, progettandone una forma che consentisse l'emissione di un suono piacevole e dalle componenti musicali precise. I suoi successori, come i Checcherle ed i Bonaventurini, con un'indole più mediterranea, proseguirono l'evoluzione studiando tecniche e stampi decorativi in grado di rendere questi strumenti anche raffinati pezzi d'arte figurativa. Noto fonditore del tempo fu Gasparino di Giovanni che fuse, tra le altre, l'antica campana del 1444, che ancora oggi squilla da Santa Maria della Scala. Pure questo è il secolo dei grandi campanili in cotto: Sant'Eufemia, San Tomaso e Sant'Anastasia.

Il Rinascimento ed i complessi armonici

Quando, nel XVI secolo, andarono comparendo i primi insiemi di campane che contavano cinque-sei voci, ci fu bisogno di disporre di una nutrita schiera di elementi per suonarli. Il fenomeno interessò, inizialmente, quattro chiese: San Zeno, Santa Maria in Organo, Santa Maria della Scala e Santa Anastasia, tutti monasteri dove i religiosi provvedevano al suono delle campane. Testimonianza di quell'epoca è il Rengo, campana civica, fusa nel 1557 dalla dinastia Bonaventurini, capolavoro indiscusso che, con i suoi 4215 kg, gode tutt'oggi ottima salute. Questo è anche il tempo dei campanili in stile rinascimentale, come San Nazaro e Santa Maria in Organo, che abbelliscono la città.

Un secolo dopo, fonditori come le famiglie Da Levo ed i loro allievi, tra cui Pesenti, avevano oramai preso l'abitudine di fornire complessi di campane accordate fra loro, spesso secondo l'accordo armonico fondamentale (ad esempio: do-mi-sol-do), il gloria (ad esempio: do-re-fa) o con il salto di quarta (ad esempio: do-fa-do). Realizzazioni significative furono quelle di Madonna di Campagna, San Bernardino, Sant'Eufemia, San Nicolò e la Cattedrale. Ed è proprio in quest'ultimo campanile che, al tempo, v'era già una formazione di suonatori laici residenti in periferia e stipendiati sotto forma di agevolazioni nell'affitto di terreni coltivabili. È supponibile che, per essere resi meglio orecchiabili, i segni prevedessero una sorta di ordine nei rintocchi. Sono di questo tempo le prime testimonianze di campane equipaggiate con ruota e contrappeso. Mentre i Da Levo avevano dato prova d'essere insuperabili nella realizzazione di bronzi di dimensioni medie e piccole dalle forme raffinate, il Pesenti realizzò nel 1653 la campana civica di Bergamo, ancora oggi funzionante, del peso di kg 5.5800. Successori di questo grande maestro furono i fonditori Derossi, Poni, Larducci e Micheletti (quest'ultimo chiuse i battenti nel 1804).

La codifica del metodo veronese

A metà del XVIII secolo arrivarono altri tre complessi campanari di un certo interesse: uno fuso dalla dinastia Crespi per il monastero di San Fermo, uno firmato Antonio Larducci per Santa Lucia (l'ultimo a richiamare gli stilemi della scuola rinascimentale franco-veronese) e quello del professor Giuseppe Ruffini per San Giorgio in Braida risalente al 1776. Ancora oggi questi complessi risultano completi dei loro sei elementi in scala musicale.

Crespi e Ruffini introdussero a Verona la forma “Manieristica”, nata sul finire del secolo XVI in area alpina e divenuta poi la base per nuove forme impiegate anche in epoca contemporanea, così pure un modello di montaggio standard. Nel contesto di San Giorgio in Braida, esemplare opera d'arte di raffinatezza decorativa nonché di precisione ed estetica musicale, si sviluppava un metodo codificato di suono delle campane che prevedeva la procedura di posizionamento dei bronzi con la bocca rivolta verso l'alto e la loro rotazione sincronizzata al fine di sequenziare i rintocchi secondo specifici spartiti. Forse non è un caso che questo "scalino" decisivo avvenisse proprio a San Giorgio, sosta d'eccellenza per i visitatori provenienti dall'Inghilterra, paese dove è praticato un metodo di suono non dissimile da quello veronese. Fra le prolifiche famiglie di ortolani che vivevano nelle corti sparse tra la Campagnola, Saval e Chievo, vennero scelte alcune persone di buona religiosità, orecchio musicale e capacità artigianali, perché suonassero e prestassero manutenzione presso il complesso di San Giorgio in Braida. Pare che questi siano stati i primi cultori dell'arte dei concerti a rotazione, incorrendo nelle antipatie dell'imperatore Giuseppe II, ma pure negli apprezzamenti di Pio VI, che li ascoltò nel febbraio del 1782. La cittadinanza, dal canto suo, gradiva la loro musica, tanto da ricompensarli con generi alimentari. Ciascuno dei campanari, all'inizio dell'autunno, riceveva una "annualità" (polenta, salame e vino rosso, oltre ai piccioni che riusciva egli stesso ad abbattere in campanile) con la quale poteva sfamare la propria famiglia per un paio di settimane. Una piccola percentuale veniva venduta ed il ricavato inserito in un fondo di mutuo soccorso. Del resto i sacrifici erano tanti: nei giorni solenni era richiesto di concertare all'alba per l'Ave Maria, poi per la Messa principale, all'Angelus di mezzogiorno, all'Ave Maria vespertina ed a notte inoltrata, terminata la veglia. Pressappoco in quell'epoca vennero sistemate anche le campane a Santa Maria in Organo, probabilmente ciò consentì di suonarle a concerto dato che varie testimonianze citano esecuzioni presso tale campanile. Fatto sta che, seguendo questo esempio, tutta la diocesi di Verona cominciò a disseminarsi di complessi di campane in completo pentacordo ed i "sangiorgini" erano espressamente mandati dai fonditori ad eseguire le inaugurazioni e fornire insegnamento agli apprendisti suonatori.

Il glorioso Ottocento

In città si attese il 1803 per avere un altro concerto di campane presso la Chiesa della Santissima Trinità. Sorsero poi Chievo (1808) e, più tardi, Cattedrale, Santi Apostoli, Santo Stefano, San Salvatore Corte Regia e Santa Anastasia, dove, per suonare, nacque un gruppo formato dagli addetti che lavoravano sui molini natanti del fiume Adige, dietro l'abside della basilica.

Questa vampata di passione fece sì che potessero coesistere in città ben quattro fonderie di campane, gestite altrettanti allievi del già citato Ruffini: Partilora-Selegari, Chiappani e figlio, e le due ditte Cavadini. Unico nefasto effetto fu quello dell'estinzione della più antica e profana tecnica del campanò (carillon) che consisteva nel suonare le campane percuotendole da ferme: e pensare che aveva avuto anche questa tradizione i suoi splendori ed i suoi maestri, come Vincenzi e Gardoni. Alcuni di loro passarono alla concorrenza, dndosi al suono a corda, un esempio su tutti fu Giacomo Milossi, già allievo di Gardoni, la cui abilità venne persino elogiata in uno dei sonetti celebrativi dei bronzi di Santa Anastasia.

Nel 1820 arrivò il concerto per la parrocchiale di Tomba Extra, seguito da quello per il campanile di San Tomaso Cantuariense. Successivamente toccò a Quinzano e Parona. Pure così successe alle Stimate, ove alcuni padri conventuali diedero vita ad un gruppo di campanari il cui maestro, Modesto Càiner, redisse nelle sue memorie (1833) quelle che sono le prime testimonianze che parlano in maniera precisa della tecnica di suono a concerto rotante dei sacri bronzi. Sempre della stessa fonderia, la Partilora-Selegari, sono le dotazioni dei campanili di San Lorenzo e di San Massimo, che raggiunse il quantitativo di ben 8 campane. Attorno al maestoso campanile neoclassico vide la luce una rinomata società campanaria parrocchiale. Nel 1846 a San Giovanni in Valle e tre anni dopo a San Nazaro, con l'installazione dei nuovi concerti da parte della ditta Cavadini, sorsero gruppi di suonatori che cominciarono a contendere "la piazza" a quello di San Giorgio. Ma, intanto, anche le torri predisposte alla tecnica di suono aumentavano. Ne sono esempio San Michele, S. Maria del Paradiso, San Paolo in Campo Marzio, Poiano ed Avesa, ove nacque un'altra formazione parrocchiale. Stimabili in circa 150 i campanari attivi nell'area della città in questo periodo, la quasi totalità dei quali provenienti dalla periferia.

L'unico fonditore di campane rimasto in attività dopo il 1850 fu Luigi I Cavadini, la cui ditta avrebbe operato fino al 1974. Con la rifusione della campana maggiore della Santissima Trinità alcuni giovani della contrada formarono una società di concertisti locali che, però, non ebbe lunga vita, venendo assorbita dalla San Giorgio, al tempo guidata dai fratelli Peroni e da Giacomo Tomasini. Stessa sorte toccò ai Molinari. Nel 1882 un altro afflato investì i campanili veronesi, con l'ampliamento degli insiemi campanari degli Scalzi e Sant'Eufemia. Lo stesso avvenne a Santa Maria della Scala, dove nacque una squadretta di suonatori diretta da Pietro Sancassani (1881-1972) e, in seguito, dai futuri maestri Alberti, Oliboni e Signorato.