La sociologia dell'arte è una disciplina delle scienze sociali che studia l'arte a partire da un impianto metodologico di matrice sociologica. Il suo scopo è analizzare l'arte come prodotto della società umana, esaminando le diverse componenti sociali che concorrono alla genesi e alla diffusione dell'opera artistica. Si tratta di una disciplina a vocazione multidisciplinare, che ricorre per le proprie analisi ad ambiti quali la cultura, la politica, l'economia, l'antropologia, la linguistica, la filosofia e le altre scienze sociali che incidono sull'evoluzione della società. Tra i suoi oggetti di studio rientrano i fattori che intervengono dal punto di vista sociale nella creazione artistica: da aspetti generali, come la condizione sociale dell'artista o la struttura socioculturale del pubblico, ad aspetti più circoscritti come il mecenatismo, il mercato e la commercializzazione dell'arte, le gallerie d'arte, la critica d'arte, il collezionismo, la museografia, le istituzioni e le fondazioni artistiche.. Nel corso del XX secolo si sono aggiunti nuovi fattori, quali lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, la cultura di massa, la categorizzazione della moda, l'introduzione di nuove tecnologie e l'apertura del concetto stesso di opera d'arte sul piano della realizzazione materiale (arte concettuale, performance art).
I primi tentativi di impostazione della disciplina si devono all'interesse manifestato da diversi storici dell'arte per l'analisi del contesto sociale dell'arte a partire dalla metà del XIX secolo, soprattutto dopo l'affermarsi del positivismo come metodo di analisi scientifica della cultura e la costituzione della sociologia come scienza autonoma a opera di Auguste Comte. La sociologia dell'arte si sviluppò però come disciplina specifica, con una propria metodologia e propri oggetti di studio, soltanto nel XX secolo. Il punto di partenza viene abitualmente collocato immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, con la pubblicazione di alcune opere decisive: Art and the Industrial Revolution di Francis Klingender (1947), Florentine Painting and Its Social Background di Frederick Antal (1948) e Storia sociale dell'arte di Arnold Hauser (1951). Agli esordi la disciplina fu strettamente legata al marxismo — come nel caso degli stessi Hauser e Antal, o di Nikos Hadjinikolaou, autore di Histoire de l'art et lutte des classes (1973) — salvo poi affrancarsi da tale orientamento per acquisire piena autonomia scientifica. Tra gli altri autori di rilievo figurano Pierre Francastel, Herbert Read, Francis Haskell, Michael Baxandall, Peter Burke e Giulio Carlo Argan..
Definizione
La sociologia dell'arte è una disciplina relativamente recente, sviluppatasi principalmente a partire dalla seconda guerra mondiale. Per questo motivo non dispone ancora di fondamenti pienamente consolidati, ed è affrontata secondo impostazioni teoriche e metodologiche differenti dai diversi studiosi che se ne occupano. Essa è inoltre strettamente collegata ad altre discipline che studiano l'arte, come l'estetica o la stessa storia dell'arte, che ha sempre considerato in misura maggiore o minore la componente sociale come parte indissolubile della creazione artistica. La storia sociale dell'arte — ossia lo studio storico dei rapporti tra arte e società — ha posto particolare accento sulle circostanze materiali che danno origine all'opera, analizzando da questo punto di vista tanto la genesi quanto l'evoluzione del fatto artistico. Anche l'estetica è stata studiata da diversi autori in chiave sociologica, in quanto il suo oggetto — il concetto di bellezza, i giudizi estetici, la funzione dell'arte — può a sua volta essere analizzato a partire dalle componenti sociali che vi incidono. In questo senso, l'estetica sociologica è quella che studia la conoscenza sensibile a partire dalle condizioni storiche e sociali che le sono proprie in ciascun momento..
Lo studio sociale dell'arte si deve principalmente agli apporti della sociologia generale, in quanto scienza che studia la dimensione sociale dei fatti umani e i molteplici fattori che vi intervengono: politici, economici, culturali. La sociologia dell'arte è dunque quella che, assumendo tale base metodologica, la applica allo studio dell'arte. Il suo interesse principale è spiegare il fatto artistico sulla base dei fattori che lo generano, contestualizzando opera e artista all'interno della società ed evidenziando le relazioni intrinseche tra i due termini. Tale relazione è reciproca: la disciplina studia tanto l'influenza della società sull'arte quanto l'apporto che quest'ultima può dare allo sviluppo sociale.
Il rapporto tra arte e società è una comunicazione fluida e dinamica, variabile nel tempo. Per questo la sociologia dell'arte deve prestare particolare attenzione alla relativizzazione dell'analisi storica, poiché una medesima circostanza sociale può ricevere interpretazioni diverse a seconda del luogo e del momento storico. In generale l'incidenza del fattore sociale sull'arte è di tipo strutturale, non trattandosi di fattori isolati ma di un insieme di relazioni che intervengono in modo organizzato nella creazione artistica. La disciplina deve quindi adattarsi al contesto specifico di ciascuna opera, senza poter elaborare leggi generali né estrapolare conclusioni da un fatto artistico all'altro. Non si tratta inoltre di una scienza esatta, né essa pretende di fornire spiegazioni esaustive o soluzioni definitive, poiché nell'arte intervengono numerosi altri fattori di natura più soggettiva e difficilmente interpretabile. Secondo Hauser, «ogni arte è socialmente condizionata, ma non tutto nell'arte è definibile socialmente»..
La disciplina prende in esame, da un lato, le arti intese come attività o linguaggi dotati di una dimensione estetica nella vita sociale (abbigliamento, arredamento, architettura, cucina, editoria, musica, pubblicità); dall'altro, l'attività e il mondo specifico degli artisti: l'ambiente artistico, gli organismi di selezione e di promozione, la ricezione delle opere e dei movimenti, i canali di diffusione.
Antecedenti
Sebbene diversi autori si siano interrogati nel corso della storia sulla funzione sociale dell'arte — Platone, per esempio, nella Repubblica — è soprattutto a partire dal XIX secolo che il rapporto arte-società comincia a essere analizzato: i mutamenti prodotti dalla rivoluzione francese e dalla rivoluzione industriale, tanto sul piano politico quanto su quello economico, indussero i filosofi a ripensare la relazione tra l'uomo e la società. Nacque così la sociologia dell'arte, scienza fondata sui principi metodologici del positivismo, che considera l'artista come parte indissolubile della società e l'opera come riflesso dei condizionamenti sociali che lo circondano..
Nella sua fase originaria la disciplina si oppose al Romanticismo, movimento culturale predominante in Europa all'inizio del XIX secolo, pur riprendendone il concetto dell'arte come riflesso del proprio tempo — lo «spirito del tempo» — che i positivisti ridefinirono come «contesto storico».. Analogo fu il contrasto con l'estetismo, movimento che rifiutava l'utilitarismo dominante nell'epoca e la bruttezza e il materialismo dell'era industriale. Tale tendenza attribuiva all'arte e alla bellezza un'autonomia propria, sintetizzata nella formula di Théophile Gautier «l'arte per l'arte» (l'art pour l'art), fino a parlare di «religione estetica».. Questa posizione mirava a isolare l'artista dalla società, alla ricerca autonoma della propria ispirazione e di una ricerca individuale della bellezza estranea a ogni componente morale, che diviene il fine ultimo dell'artista, il quale arriva a vivere la propria vita come un'opera d'arte, secondo la figura del dandy.. Uno dei teorici del movimento fu Walter Pater, che influenzò il cosiddetto decadentismo inglese, sostenendo che l'artista debba vivere la vita intensamente assumendo la bellezza come ideale. In seguito autori come James Abbott McNeill Whistler, Oscar Wilde, Algernon Swinburne e Stéphane Mallarmé svilupparono tale tendenza fino a un elevato grado di raffinatezza fondato unicamente sulla sensibilità dell'artista.
Il primo teorico a studiare l'arte da un punto di vista sociologico fu Hippolyte Taine: nella Philosophie de l'art (1865-1869) applicò all'arte un determinismo fondato sulla razza, l'ambiente e il momento (race, milieu, moment). Per Taine l'arte opera come qualsiasi altra disciplina scientifica, sulla base di parametri razionali ed empirici: essa «non è che una specie di botanica applicata non alle piante, ma alle opere dell'uomo». Considera le opere d'arte «prodotti dei quali occorre determinare le caratteristiche e cercare le vie», accettando ogni forma artistica come «manifestazione dello spirito umano». Jacob Burckhardt, in Die Cultur der Renaissance in Italien (1860), abbozzò nella prospettiva dello storicismo un'analisi dell'arte condotta a partire da ogni fenomeno che circonda il mondo artistico: dalla politica e la morale fino alla vita domestica e alla condizione della donna. Analogamente Jean-Marie Guyau, in L'art au point de vue sociologique (1889), propose una visione evoluzionista dell'arte, affermando che l'arte è nella vita ed evolve come questa e che, così come la vita dell'essere umano è organizzata socialmente, l'arte deve essere riflesso della società..
Nel XIX secolo la riflessione sociologica sull'arte ebbe forti legami con il realismo pittorico e il naturalismo letterario, nonché con i movimenti politici di sinistra, in particolare il socialismo utopistico: autori come Henri de Saint-Simon, Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon difesero la funzione sociale dell'arte quale contributo allo sviluppo della società, unendo bellezza e utilità in un insieme armonico.. Nel Regno Unito, d'altra parte, l'opera di teorici come John Ruskin e William Morris apportò una visione funzionalista dell'arte: nelle Stones of Venice (1851-1853) Ruskin denunciò la volgarizzazione dell'arte operata dalla società industriale e la degradazione della classe operaia, difendendo la funzione sociale dell'arte. Morris — fondatore del movimento Arts and Crafts — sostenne a sua volta un'arte funzionale e pratica, capace di soddisfare bisogni materiali e non soltanto spirituali; nella conferenza The Art of the People (1879) chiese mutamenti radicali nell'economia e nella società, rivendicando un'arte «fatta dal popolo e per il popolo», mentre in The Aims of Art (1887) formulò un concetto di arte utilitaria ma estranea a sistemi di produzione eccessivamente tecnicizzati, vicino a una concezione del socialismo prossima al corporativismo medievale..
La funzione dell'arte fu inoltre messa in discussione dallo scrittore russo Lev Tolstoj: in Che cos'è l'arte? (1898) egli affrontò il problema della giustificazione sociale dell'arte, argomentando che, essendo l'arte una forma di comunicazione, essa può essere valida soltanto se le emozioni che trasmette possono essere condivise da tutti gli uomini. Per Tolstoj l'unica giustificazione valida è il contributo dell'arte alla fratellanza umana: un'opera può avere valore sociale solo quando trasmette valori di fratellanza, ossia emozioni che spingano all'unificazione dei popoli..
La sociologia dell'arte nel XX secolo