Per la sua attività di regista cinematografico e teatrale e per le sue sceneggiature, è considerato uno dei più importanti artisti e uomini di cultura del XX secolo. Ritenuto uno dei padri del neorealismo italiano, ha diretto numerosi film a carattere storico, dove l'estrema cura delle ambientazioni e le ricostruzioni sceniche sono state ammirate e imitate da intere generazioni di registi. I suoi film sono principalmente dedicati a temi come la bellezza, la decadenza, la morte e la storia europea: in particolare, il declino della nobiltà e della borghesia è stato ripetuto più volte nei suoi film.
Biografia Giovinezza ed educazione
Luchino Visconti di Modrone nacque a Milano il 2 novembre 1906, quarto dei sette figli del duca Giuseppe Visconti di Modrone (1879-1941) e di Carla Erba (1880-1939), proprietaria della più grande casa farmaceutica italiana; fratello minore di Guido, Anna e Luigi e maggiore di Edoardo, Ida Pace e Uberta. Il nonno paterno Guido Visconti di Modrone e i due zii paterni Uberto Visconti di Modrone e Guido Carlo Visconti di Modrone erano stati senatori del regno. Era inoltre discendente collaterale di Francesco Bernardino Visconti, personaggio a cui, secondo talun filòlogo, Alessandro Manzoni si sarebbe ispirato per il personaggio dell'Innominato de I promessi sposi.
Prestò servizio militare come sottufficiale di cavalleria a Pinerolo e visse gli anni della sua gioventù nell'agio di una delle più importanti famiglie d'Europa. Frequentò, con alterni risultati, il liceo classico Berchet di Milano, dove fu bocciato al ginnasio; passò poi al Liceo classico Dante Alighieri, diretto dalla famiglia Pollini. Dopo la separazione dei genitori, Luchino visse con la madre.
A soli 26 anni, guidò una scuderia di cavalli di sua proprietà, raggiungendo ottimi risultati tra i quali si ricorderà la vittoria nel Gran Premio di Milano San Siro con SanzioDocumentario "The Life and Times of Count Luchino Visconti", Adam Low, Londra 2002 intervista al regista Luchino Visconti e nipote Luchino Gastel..
Fin da ragazzo studiò il violoncello, sotto la guida del violoncellista e compositore Lorenzo de Paolis (1890 - 1965), e fu influenzato dal mondo della lirica e del melodramma, in particolare verdiano: il padre era infatti uno dei finanziatori del Teatro alla Scala di Milano e il salotto di casa Visconti era frequentato, tra gli altri, dal direttore d'orchestra Arturo Toscanini. Numerosi artisti venivano ospitati anche nella residenza cernobbiese di Villa Erba, sul lago di Como, dove il giovane Visconti trascorse saltuariamente le vacanze estive con la madre Carla. Così la ricorda il regista:
Carriera
La carriera cinematografica di Visconti ha inizio nel 1936 a Parigi, come assistente alla regia e ai costumi per Jean Renoir, conosciuto attraverso la stilista Coco Chanel, con la quale Luchino ha una relazione. È l'epoca del Fronte popolare, che porta i partiti progressisti al governo in Francia. In questo clima Visconti entra in contatto con alcuni militanti antifascisti fuoriusciti dall'Italia, con intellettuali come Jean Cocteau e attraverso lo stesso Renoir, convinto comunista, si avvicina alle posizioni della sinistra. Al fianco del grande regista francese Visconti contribuisce alla realizzazione di Verso la vita (1936) e di Una gita in campagna (1936). Visconti in seguito riconoscerà sempre l'influenza del realismo di Renoir e del cinema francese degli anni trenta sulla sua opera di regista. Dopo un breve soggiorno a Hollywood, rientra in Italia nel 1939 a causa della morte della madre.
Comincia, invitato di nuovo da Jean Renoir a lavorare a una coproduzione italo-francese, un adattamento cinematografico della Tosca ma, dopo l'inizio della guerra, il regista francese è costretto a lasciare il set, e viene sostituito dal tedesco Carl Koch.
Dopo la scomparsa della madre si stabilisce definitivamente a Roma e qui l'incontro con i giovani intellettuali collaboratori della rivista Cinema sarà fondamentale.
In questo momento si avvicina, grazie a questi intellettuali, all'illegale Partito Comunista Italiano al quale rimarrà legato, con rapporti alterni, fino alla morte. Da questo gruppo nasce una nuova idea di cinema che, abbandonando le commedie del cinema dei telefoni bianchi ambientate in ville lussuose, racconta realisticamente la vita e i drammi quotidiani della gente comune. Su queste basi, insieme con Pietro Ingrao, Mario Alicata e Giuseppe De Santis, nel 1942 Visconti mette in cantiere il suo primo film: Ossessione (1943), ispirato al romanzo Il postino suona sempre due volte di James Cain. Protagonisti sono Clara Calamai, che sostituisce all'ultimo momento Anna Magnani costretta ad abbandonare il progetto perché in stato di avanzata gravidanza, Massimo Girotti, nella parte del meccanico Gino, Juan de Landa, nel ruolo del marito tradito, ed Elio Marcuzzo nel personaggio de «Lo spagnolo».
La vicenda comincia in un'osteria che sorge lungo una strada della bassa padana, poi si sposta ad Ancona e infine a Ferrara. La scelta di girare il film in queste città era controcorrente per l'epoca e dà al film un tono di realtà quotidiana che sorprese allora e continua a sorprendere. Con Ossessione Visconti dà inizio al genere cinematografico del neorealismo. È proprio il montatore del film, Mario Serandrei, che darà per primo al film la definizione di 'neorealista', ufficializzando così la nascita di uno stile espressivo che avrà grande fortuna negli anni seguenti. Il film ha una distribuzione discontinua e tormentata in un'Italia sconvolta dalla guerra.
Prima del 1943, e quindi prima della realizzazione del film Ossessione, Luchino Visconti, con Gianni Puccini, Giuseppe De Santis e Mario Alicata, aveva in animo di produrre un film tratto da un racconto di Giovanni Verga imperniato sulla vicenda di un contadino che alla fine del secolo scorso diventa bandito: L'amante di Gramigna. A sceneggiatura ultimata il Ministero della cultura popolare, nella persona di Alessandro Pavolini, che peraltro aveva apprezzato Ossessione, non diede il nulla osta, anzi Pavolini di suo pugno scrisse sulla copertina della sceneggiatura: "Basta con i banditi!".
Dopo l'armistizio dell'otto settembre, Visconti collabora con la Resistenza assumendo il nome di battaglia di AlfredoMartino Contu, Sisinnio Mocci. Un villacidrese martire nelle Fosse Ardeatine, pag. 50. Datosi alla latitanza, invita l'attrice María Denis, con la quale ha una relazione, a offrire ospitalità nella sua villa a tutti gli antifascisti che si presentavano con la parola d'ordine «per conto di chi sai tu»Giuseppe Podda, María Denis e sei sardi nella villa di Luchino Visconti, in L'Unione Sarda, 24 aprile 1986.. «La casa di Luchino divenne in breve tempo la centrale operativa ed il rifugio di tantissimi clandestini [...] Tutte le finestre venivano tenute rigorosamente sbarrate ed oscurate, in modo che dall'esterno la casa risultasse come disabitata, mentre all'interno era stata trasformata in una specie di dormitorio, mensa e ufficio, i cui occupanti entravano e uscivano rigorosamente di notte.» (Lettera di Uberta Visconti a Martino Contu, 6 febbraio 1996Martino Contu, Sisinnio Mocci. Un villacidrese martire nelle Fosse Ardeatine, pag. 54) Tra coloro che troveranno rifugio nella sua dimora vi fu il comunista sardo Sisinnio Mocci, ufficialmente assunto come maggiordomo ma in realtà impegnato nella lotta clandestina contro l'occupazione nazifascista di Roma; Mocci sarà arrestato nella villa di Visconti e poi trucidato alle Fosse Ardeatine.
Catturato nell'aprile del 1944 e imprigionato a Roma per alcuni giorni dalla Banda Koch, durante l'occupazione tedesca, Visconti si salva dalla fucilazione grazie all'intervento di María Denis, che intercederà per lui presso la polizia fascista. La Denis racconterà poi quest'esperienza nel suo libro di memorie, Il gioco della verità. Pietro Koch il capo della formazione da cui il regista era stato fatto prigioniero, fu fucilato presso il Forte Bravetta a Roma il 5 giugno 1945; la testimonianza del regista ebbe forte peso al processo da cui uscì la condanna a morte per il noto fascista. Vista la fama del personaggio, le autorità ritennero opportuno documentare l'esecuzione con una ripresa filmata che venne realizzata dallo stesso Luchino Visconti.
Alla fine del conflitto Visconti collabora alla realizzazione del documentario Giorni di gloria (1945), un film di regia collettiva dedicato alla Resistenza. Visconti gira le scene del linciaggio di Donato Carretta, l'ex direttore del carcere di Regina Coeli, e (come detto) cura la regia della fucilazione di Pietro Koch. Altre sequenze vengono girate da Gianni Puccini e Giuseppe De Santis.
Nello stesso tempo si dedica all'allestimento di drammi in prosa con assolute prime rappresentazioni (rimase leggendaria la compagnia formata con Paolo Stoppa e Rina Morelli) e, negli anni cinquanta, anche alla regia di melodrammi lirici, avendo l'opportunità di dirigere Maria Callas, nel 1955, con La sonnambula e La traviata alla Scala.
Nel 1948, la rappresentazione della commedia Rosalinda o Come vi piace di Shakespeare suscitò polemiche da parte di alcuni critici marxisti, i quali nella scelta della scenografia e dei costumi di Salvador Dalí videro un abbandono del neorealismo. In difesa di Visconti intervenne in prima persona il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, che bloccò la pubblicazione sulla rivista comunista Rinascita di un articolo di critica teatrale redatto da un giovane giunto da pochi mesi in Italia dall'Unione Sovietica. In una nota interna destinata all'autore dell'articolo, Togliatti definì quello di Visconti «uno spettacolo che è stato forse il migliore degli ultimi tempi sulla scena italiana» e si dichiarò «contrario a che, per un dissenso sulla rappresentazione di una commedia di Shakespeare, – tema opinabile, in sostanza, – noi accusiamo un intellettuale nostro amico e di tendenze progressive di essere niente meno che a capo della reazione. Scrivendo così, ci facciamo ridere dietro e facciamo ridere dietro al marxismo».
Nello stesso anno torna dietro la macchina da presa realizzando un film polemico e crudo, che denuncia apertamente le condizioni sociali delle classi più povere, La terra trema, adattamento dal romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga, di stampo quasi documentaristico. È uno dei pochi film italiani interamente parlati in dialetto. Nel 1950 vi fu una seconda edizione del film doppiata in lingua italiana.
Bellissima (1951), tratto da un soggetto di Cesare Zavattini, con Anna Magnani e Walter Chiari, analizza con spietatezza il 'dietro le quinte' del mondo cinematografico. Siamo donne (1953), sempre tratto da un soggetto di Zavattini, mostra un episodio della vita privata di quattro attrici celebri (Anna Magnani, Alida Valli, Ingrid Bergman e Isa Miranda).
Nel 1954 realizza il suo primo film a colori, Senso, ispirato a un racconto di Camillo Boito, con Alida Valli e Farley Granger. Siamo nel 1866: una nobildonna veneta s'innamora di un ufficiale dell'esercito austriaco. Scoperto il tradimento dell'uomo, al quale aveva donato il denaro che doveva servire a una causa patriottica, si trasforma in delatrice e lo fa condannare alla fucilazione. Questo film segna una svolta nell'arte di Visconti, qualcuno lo definirà impropriamente un tradimento del neorealismo: la cura del dettaglio scenografico è estrema.
Nel 1956 è tra gli intellettuali comunisti che manifestano contro l'invasione sovietica d'Ungheria, ma non lascia il partito. Le notti bianche (1957), ispirato al romanzo di Dostoevskij, interpretato da Marcello Mastroianni, Maria Schell e Jean Marais, è un film in bianco e nero, dall'atmosfera plumbea e nebbiosa. Vince il Leone d'argento a Venezia.