La Buddhologia è quel campo del sapere proprio delle scienze delle religioni, della storia delle religioni, dell'orientalistica e della filosofia che si occupa dello studio accademico del Buddhismo, dalla figura del suo fondatore, Siddhartha Gautama, fino alle dottrine e pratiche proprie di questa religione e di questa filosofia religiosa sviluppatesi nel corso della sua storia in Asia, ed infine la sua diffusione in Occidente.

I primi contatti tra l'Occidente e il Buddhismo

L'opinione più accreditata tra gli studiosi del BuddhismoJ. Filliozat. Les étapes des études bouddhiques, in R. de Berval (a cura di) Présence du bouddhisme, Parigi, Gallimard, 1986, pagg. 369-79. è che, fatto salvo alcune influenze del pensiero indiano probabilmente presenti nello stoicismo e nello scetticismo nonché gli scambi culturali avvenuti tra greci e indiani nei Regni indo-greci nati dalle conquiste dell'imperatore macedone Alessandro Magno, nello specifico il Regno greco-battriano e il Regno di Gandhāra nel V e IV secolo a.C. tra cultura greca e cultura indiana, non ci sono indizi sufficienti che supportino l'ipotesi di una conoscenza del Buddhismo da parte della cultura occidentale almeno fino al XIII secolo, anche se, secondo il professore Stephen BatchelorS. Batchelor, The Awakening of the West. The Encounter of Buddhism and Western Culture. Londra, Aquarian, 1994., influssi del Buddhismo sono probabilmente presenti nello gnosticismo, e ampiamente riconosciuti nel manicheismo dall'orientalista italiano Gherardo GnoliG. Gnoli (a cura di), Il manicheismo: Il mito e la dottrina: testi manichei dell'Asia centrale e della Cina, vol. II, Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 2008, ISBN 88-04-57385-6.. Nei secoli successivi il buddhismo ebbe fortuna anche negli Imperi Maurya (IV-II secolo a.C.) e Kushan (I-III secolo), la cui estensione arrivò a comprendere i Regni indo-greci del Gandhāra e della Battria.

Nel Medioevo si diffuse la "Leggenda di Barlaam e Josafat",Origine di questa leggenda è l'opera Vita dei santi Barlaam e Josafat, di Giovanni Damasceno (676-749). Nel XVI secolo il cardinale Cesare Baronio (1538-1607) inserì i due "santi" nel martirologio romano. due santi cristiani che sarebbero vissuti nella sperduta India e che in realtà, secondo Jurgis Baltrušaitis (1903-1988),Jurgis Baltrušaitis. Moyen Âge fantastique (1955), trad. it. Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell'arte gotica. Milano, Adelphi, 1993. celerebbero i termini di buddha e bodhisattva.

Dobbiamo tuttavia attendere le prime memorie di viaggiatori come Marco Polo per intravedere usi e costumi dei popoli orientali da cui si può desumere la presenza della religione buddhista. A partire dal XIV secolo, l'Europa cristiana avviò il tentativo di cristianizzazione del continente asiatico inviando, tra gli altri, i gesuiti Matteo Ricci (1552-1610) in Cina, Francesco Saverio (1506-1552) a Goa e Taiwan, e Ippolito Desideri (1684-1733) in Tibet. Per questi missionari cristiani il Buddhismo non era in alcun modo definibile come religione, essendo quest'ultimo termine sinonimo per loro di monoteismo. I gesuiti ancora non conoscevano l'origine indiana di quei culti che identificarono come FoDalla resa in cinese in Fó (佛) del termine sanscrito Buddha. in Cina e Xaca in Giappone.

Ma se da una parte Matteo Ricci nel 1603 avviò presto la polemica antibuddhista pubblicando il Tiānzhǔ shíyì (天主實義, «Il vero significato del Signore del cielo») dove accusava di "arroganza" il fondatore del BuddhismoBeverley Foulks (Harvard University, Ph.D. Candidate). Duplicitous Thieves: Ouyi Zhixu's Criticism of Jesuit Missionaries in Late Imperial China. Chung-Hwa Buddhist Journal (2008, 21:55-75), dall'altra Guillaume Postel aveva pubblicato nel 1553 a Parigi il Des merveilles des Indes et du Nouveau Monde, où est montré le lieyu du Paradis terrestre, dove sosteneva che il nome del Buddha giapponese indicava in realtà "Gesù Cristo crocifisso"Julien Ries. I cristiani e le religioni. Milano, Jaca Book, 2006, pag.349.. Tuttavia il gesuita tedesco Maximilian van der Sandt (1578-1656) nella sua opera Theologia Mystica seu Contemplatio divina Religiosorum a calumnis vindicata (1627) cercò comunque di confrontare la mistica cristiana con quella delle religioni non cristiane, giudicando tuttavia quella buddhista come "naturale" e non apportatrice di salvezzaGiangiorgio Pasqualotto, Il Buddhismo. Milano, Mondadori, 2003, pag. 93..

L'Ottocento: la coniazione del termine "Buddhismo" e i primi studi

È a partire dal XVIII secolo che gli europei scoprirono l'origine indiana di molte religioni asiatiche, e l'interesse verso queste è presente in Voltaire (1694-1778), il quale, nell'edizione del 1765 (Ed. Varberg) del suo Dictionnaire philosophique, aggiunge la "Questione ottava" alla voce "Religione", dove criticamente così si esprime:

Con la scoperta del sanscritoI primi studi sanscriti furono avviati dai gesuiti fin dal XVI secolo, ma la prima cattedra di sanscrito è datata 1814 presso il Collège de France e fu affidata a Antoine-Léonard Chézy (1773-1832)., alla fine Settecento si procedette infatti alle prime traduzioni dei Veda, cui seguirono le prime traduzioni dei testi buddhistiNel 1784 viene fondata l'"Asiatic Society of Bengala", presieduta da sir William Jones, che avviò le pubblicazioni dell'Asiatick Researches. Ma solo nel 1881 viene fondata da Thomas William Rhys Davids (1843-1922) la "Pali Text Society" dedicata alla traduzione dei testi buddhisti del Canone pāli.. Ma solo nel secondo decennio dell'Ottocento gli europei identificarono il Buddhismo come una religione ben differenziataRoger-Pol Droit. Le culte du néant: les philosophes et le bouddhisme. Parigi, Seuil, 1997., cui seguì la coniatura del nuovo termine "Buddhismo" per indicare tale fede religiosa, termine utilizzato per la prima volta, come bouddisme, da Michel-Jean-François Ozeray (1764-1859) nella Recherches sur Buddou ou Bouddou, instituteur religieux de l'Asie orientale pubblicata nel 1817. A questo autore seguirono: Benjamin Constant (1767-1830), che nel 1827 pubblicò in uno dei suoi volumi De la religion considérée dans sa source, ses formes et son développement, uno dei primi studi sul Buddhismo. Brian Houghton Hodgson (1800-1894), che nel 1841 pubblicò la Illustration of Literature and Religion of the Buddhists; a Hodgson, un funzionario della Compagnia delle Indie Orientali vissuto alla corte del re del Nepal tra il 1820 e il 1843, dobbiamo una vasta raccolta di dati e di manoscritti (423 tra indiani e tibetani, tra i quali diverse copie del Canone buddhista) che egli inviò alle biblioteche di Londra, Oxford, Parigi e Calcutta, nonché a numerosi studiosi. Eugène Burnouf (1801-1851), che nel 1844 pubblicò l'Introduction à l'Histoire du Bouddhisme Indien grazie anche ai 147 manoscritti a lui inviati da Brian Houghton Hodgson a cui Burnouf dedicherà Le Lotus de la Bonne Loi (Parigi, 1852), una traduzione del Sutra del Loto. Jules Barthélemy-Saint-Hilaire (1805-1895) pubblicò nel 1855 Du Bouddhisme e nel 1860 Le Boudha et sa religion.

Unitamente agli orientalisti e agli storici delle religioni, anche i filosofi iniziarono ad occuparsi delle religioni orientali e quindi del Buddhismo. In particolar modo Arthur Schopenhauer (1788-1860)Cfr., tra gli altri, Peter Abelson. Schopenhauer and Buddhism Philosophy East and West Volume 43, n. 2, aprile 1993, pagg. 255-78, University of Hawaii Press. e Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831)Hegel denominava, a partire dal 1827, il Buddhismo come Religions des Insichseins ("religione della interiorità"), ultima propaggine delle Unmittelbare Religion. Per una disamina dello studio delle religioni in Hegel, cfr. tra gli altri, Marcello Monaldi Hegel e la storia: nuove prospettive e vecchie questioni, Guida, 2000..

In particolare nell'opera di Schopenhauer si osserva un sistematico richiamo di paragone tra le religioni dharmiche dell'Oriente (Buddhismo e Brahmanesimo) con le religioni abramitiche dell'Occidente (cristianesimo ed ebraismo).

Così, ad esempio, nei Parerga e paralipomena (1851):

Sempre confrontandosi con il Buddhismo, Schopenhauer aveva chiuso il Libro quarto, l'ultimo libro de Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), riferendosi al terrore del "nulla":

Tuttavia, come nota Icilio Vecchiotti, le informazioni veicolate da tutti questi studiosi erano ancora del tutto inadeguate per comprendere in modo completo e corretto la dimensione del Buddhismo:

Questo spiegherebbe quello che Lionel Obadia ha definito l'"Utopia per eccellenza: il buddhismo come filosofia":

Ma vi sono anche altre ragioni di questa "utopia":

Note

Voci correlate Buddhismo greco Buddhismo in Occidente Civiltà vedica Commercio romano con l'India Storia del buddhismo in Afghanistan Storia del buddhismo in India

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