Il Teatro Regio di Torino è il principale teatro lirico della città di Torino nonché uno dei più grandi e rilevanti teatri nel panorama europeo ed internazionale.

Inaugurato nel 1740, in sontuose e magniloquenti forme rococò dopo varie trasformazioni e aggiornamenti sia stilistici che tecnici, operati nel corso dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, fu totalmente distrutto da un incendio nel febbraio del 1936; ricostruito in forme moderne nel dopoguerra, è stato nuovamente inaugurato nel 1973.

Il Regio ha accolto sul suo palco alcuni dei più acclamati artisti della storia tra i quali Luciano Pavarotti (nel centenario de La Boheme), Arturo Toscanini e Riccardo Muti. Anche il ballerino Roberto Bolle si è esibito numerose volte al Regio. Il Teatro è stato inoltre il luogo delle prime rappresentazioni in assoluto di due delle opere più note di Puccini, Manon Lescaut (nel 1893) e soprattutto de La bohéme (nel 1896).

La facciata Settecentesca del Teatro, porticata e antistante a Piazza Castello, è un Patrimonio dell'Umanità riconosciuto dall'UNESCO a partire dal 1997, quando venne inserita nella lista delle Residenze Sabaude.

Dal 2022 il Sovrintendente è Mathieu Jouvin.

Storia 1740-1792 "Questo Teatro è giudicato da tutti il più grandioso e compito d'Europa, ed è meritevolmente l'oggetto della meraviglia de' Forestieri, per la vastità ed ampiezza sua, e per l'architettura, e comodità dell'edificio, e per l'interna bellezza degli ornamenti, per lo più dorati. È rimarchevole la pittura della Volta. Ivi si recitano ogni Carnevale i Drammi musicali con tale magnificenza di apparato, quale si conviene alla grandezza della Real Corte, che v'nterviene sulla Loggia spaziosa a lei destinata, che poi si suole illuminare. Vi si chiamano i migliori Musici d'Europa."

Così recitava sommariamente Giovanni Gaspare Craveri nella sua "Guida de' Forestieri per la Real Città di Torino" nel 1753. Le origini dell'attuale Teatro Regio risalgono agli anni Venti del XVIII secolo quando Vittorio Amedeo II, da poco acquisito il titolo di Re di Sardegna, decise di commissionare all'architetto Filippo Juvarra la progettazione di un nuovo grande Teatro in sostituzione dell'antico Teatro di Corte, allora ubicato nel vecchio Palazzo Ducale detto di San Giovanni, nell'ambito di un più generale riassetto funzionale e urbanistico di quella parte della cosiddetta "zona di comando" prospiciente il lato nord orientale della Piazza del Castello. L'intento venne perfezionato e concretizzato solo qualche anno più tardi, nel 1738, dal successore Carlo Emanuele III (incoronato re nel 1730) il quale, in seguito alla morte di Juvarra, scelse di affidare l'opera al nuovo Primo Architetto Regio Benedetto Alfieri con la richiesta di progettare un Teatro grandioso e all'avanguardia, simbolicamente funzionale alla promozione di quel rinnovato prestigio che la Monarchia Sabauda andava acquisendo nel panorama internazionale. Esso venne inaugurato il 26 dicembre 1740 con l'Opera Arsace di Francesco Feo diretta dal Maestro direttore della Cappella Reale Giovanni Battista Somis con interpreti principali Giovanni Carestini ed Angelo Amorevoli.

Il nuovo «Regio Teatro» settecentesco, edificato dalle fondamenta nel tempo record di soli due anni in contemporanea con le grandiose Segreterie di Stato, sempre di progetto alfieriano e con le quali condivideva esternamente l'austera facciata porticata posta però perpendicolarmente a definizione di un angolo della vasta piazza, anche se occasionalmente aperto alla cittadinanza era pur sempre di esclusiva proprietà regia come evidenziava il suo posizionarsi in diretta continuità con il Palazzo Reale. Le fastose sale ad uso della Corte previste nel Teatro stesso e poste dietro il Palco della Corona erano infatti, a loro volta, collegate ai regi appartamenti. I Sovrani si recavano a teatro tramite un percorso cerimoniale che dagli Appartamenti Palatini, attraverso la grandiosa Galleria della Regina e la Sala della Rotonda, raggiungeva il sontuoso Scalone delle Segreterie, dove, imboccando una ulteriore aulica Galleria lunga ben 123 m (allora ornata da statue e busti antichi) approdava alle sale del Ridotto adiacenti al Palco Reale. Tale percorso è ancora oggi totalmente conservato seppur suddiviso in amministrazioni diverse (Palazzo Reale, Armeria Reale, Prefettura, Provincia di Torino, Archivio di Stato).

La straordinaria capienza della Sala teatralecirca 2.500 posti distribuiti tra la platea i cinque ordini di palchetti e il sovrastante "paradiso" (loggione) – studiata in modo attento sia all' acustica che ad una visibilità ottimale del palcoscenico; i funzionali disimpegni -- atrii, scaloni, gallerie, ridotti— le magnifiche decorazioni, fra le quali spiccavano la rutilante volta dipinta da Sebastiano Galeotti e Michele Antonio Milocco, esuberanti stucchi e intagli dorati, l'immenso boccascena con il sipario dipinto, il grandioso Palco della Corona, e ancora le strutture ricreative annesse — bottega dei rinfreschi, sale da giuoco, camere per la corte, ecc.-- oltre agli imponenti scenari e le attrezzature tecniche d'avanguardia del palcoscenico, divennero fin da subito paradigmatici nell'ambito delle realizzazioni teatrali coeve, pertanto i disegni esplicativi del progetto, che lo stesso Benedetto Alfieri aveva redatto e fatto incidere quale manifesto illustrato delle sue innovative concezioni, vennero presto inseriti fra le tavole dellEncyclopédie di Diderot e d'Alembert dove l'edificio veniva presentato quale massimo esempio allora esistente di Teatro d'Opera a palchetti ovvero " all'italiana ".

Torino nel Settecento, quale importante Capitale Europea, era ormai divenuta tappa obbligata del Grand Tour e fra i numerosi illustri viaggiatori che lasciarono memorie scritte delle loro esperienze di viaggio possiamo citare il francese Charles de Brosses che, riguardo al Regio di Torino nel 1740 osservò: "Il Teatro che il Re ha appena fatto costruire […] è uno dei più magnifici e il più grande che vi sia in Italia "; anni dopo Jean-Pierre Favrat è particolarmente impressionato dall'aspetto tecnico dell'edificio constatando entusiasticamente che l'apprezzamento ottimale del Teatro lo si possa avere solo: " vedendo recitati dei bei lavori. È allora che ci si accorge della bellezza del palcoscenico dove si possono manovrare più di quaranta uomini a cavallo " - aggiungendo - " In nessun teatro straniero c'è questa bellezza, anche nelle decorazioni che si trovano ovunque. Le logge sono ben distribuite e gli addobbi belli per la musica".

Particolarmente pertinenti le considerazioni di un esperto come Joseph Jérôme Lefrançois de Laland che nel suo Voyage d'un Français en Italie, fait dans les années 1765 et 1766, dedica ben sei pagine a stampa alla sola descrizione del Regio di Torino definendolo " le plus considérable qu' il y ait en Italie " essendo " ce thèatre le plus étudié, le plus complet qu'on voie en Italie; les plus richement et le plus noblement décoré qu'il y ait dans le genre moderne ".

La stessa organizzazione amministrativa e finanziaria di tale "macchina per spettacoli" era decisamente ben congegnata ed oliata e non a caso destò interesse da parte di altri enti teatrali italiani ed europei dell'epoca quali Parma, Cagliari, Lucca, Vienna i quali chiesero e ottennero consigli sull'amministrazione finanziaria, copie degli statuti organizzativi della Società amministrante e persino modelli di macchine teatrali ammirate al Regio torinese.

Con tale fama, giustamente acquisita e a livello internazionale, non fu certo casuale che nel 1776 a Giuseppe Piermarini, architetto incaricato a Milano della progettazione e costruzione di quello che sarebbe divenuto il celeberrimo Teatro alla Scala (inaugurato il 3 agosto 1778), il principale committente, ossia Giuseppe II, attraverso il suo cancelliere Kaunitz aveva espressamente consigliato, o meglio ordinato, di guardare al Regio di Torino che lo stesso Imperatore asburgico aveva potuto ammirare personalmente nel 1769 quando era giunto a Torino in visita al Re di Sardegna Carlo Emanuele III, suo zio. Così il Kaunitz si esprimeva in una lettera indirizzata da Vienna al conte Firmian, plenipotenziario e governatore della Lombardia: " L'Imperatore vuole [….] che, almeno per l'economia interna e le proporzioni del nuovo Teatro di Milano col suo anfiteatro, debba servire di modello il Regio Teatro di Torino, di cui si trovano incise in rame la Pianta, l'Elevazione e gli Spaccati". Le notevoli affinità del Teatro alla Scala con il più antico Teatro torinese verranno infatti posti in luce da molti studiosi dell'architettura teatrale già nell'ultimo quarto del Settecento (dove al nuovissimo teatro milanese veniva ancora preferito il più antico edificio alfieriano considerato più armonioso nelle proporzioni e più valido acusticamente) come nei secoli successivi.

Ogni stagione teatrale al Regio aveva inizio il 26 dicembre e si concludeva con la fine del Carnevale; comprendeva due nuove opere serie composte appositamente per il Teatro cui spesso potevano aggiungersi altri spettacoli fuori stagione e legati più strettamente alle vicende particolari della dinastia (matrimoni, nascite, anniversari) o alla Politica del Regno (visite di altri Sovrani o Principi, ambascerie, ecc.).

Nel corso del XVIII secolo scrissero per il Regio celebri compositori sia italiani come Baldassare Galuppi, Niccolò Jommelli, Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello, Giacinto Calderara, che stranieri come Christoph Willibald Gluck, Johann Christian Bach e Johann Adolf Hasse; vi cantarono inoltre i più celebri castrati e prime donne dell'epoca, contribuendo in modo determinante al successo degli spettacoli che già allora travalicava i confini del Regno. Non minore interesse suscitavano i danzatori, che si esibivano nei due balli di entr'acte e ancora nell'azione coreografica finale che corredava ogni opera, assecondando quella secolare passione per la Danza che presso la Corte Torinese aveva una lunga e prestigiosa tradizione risalente almeno al Cinquecento.