La nascita delloncologia ha origini antiche, come il male che si prefigge di studiare e sconfiggere: essa è la branca della medicina riguardante lo studio e la cura dei tumori.

Un male antico

Le più antiche testimonianze di neoplasie che si conoscano sono archeologiche e paleontologiche. In alcune sepolture umane storicheMassimo Lopez,”Medicina e Oncologia-Le origini e le civiltà antiche, Gangemi Editore”, p.45 e preistoricheMassimo Lopez,”Medicina e Oncologia-Le origini e le civiltà antiche, Gangemi Editore”, p.46 infatti sono stati rinvenuti resti ossei che analizzati hanno rivelato la presenza di tumori primari o metastatici del sistema scheletrico. Tra essi il cranio di una donna sepolta in Egitto intorno al 2.200 a.c. che presenta segni di metastasi ossee riconducibili ad un carcinoma mammario, il primo ad essere conosciutoMassimo Lopez,”Medicina e Oncologia-Le origini e le civiltà antiche, Gangemi Editore”, p.106. Il ritrovamento di analoghi riscontri in resti fossili di ominidiMassimo Lopez,”Medicina e Oncologia-Le origini e le civiltà antiche, Gangemi Editore”, p.44-47-48 ancora più antichi conferma l'ipotesi che le patologie neoplastiche devono avere afflitto l'umanità fin dai suoi albori. E andando ancora molto più indietro nel cammino evolutivo dei vertebrati si ritrovano prove di tumore maligno persino nelle ossa di alcuni dinosauriMassimo Lopez,”Medicina e Oncologia-Le origini e le civiltà antiche, Gangemi Editore”, p.43 spostando così le origini del cancro alla notte dei tempi.

Le civiltà del passato

Il principale fattore di rischio per lo sviluppo di una patologia neoplastica è l'età. Poiché nelle antiche civiltà l'aspettativa di vita non superava i 40 anni ammalarsi di tumore doveva essere piuttosto infrequente. Non doveva però essere così raro visto che questa condizione fu rilevata già dall'osservazione dei medici del mondo classico.

Il primo scritto riguardante un caso di tumore risale alla medicina egizia. Nell'antico papiro di Kahun (1800 a.C.) infatti è presentata la descrizione di un cancro dell'utero, mentre un altro documento, il papiro di Ebers (1550 a.C.), tratta della condizione di non curabilità di tale patologia. In particolare il papiro di Edwin Smith (1600 a.C.) riporta la prima descrizione conosciuta del carcinoma mammario. Poiché si ritiene che il testo fosse la copia di un documento più antico, risalente all'Antico Regno, se questa ipotesi venisse confermata andrebbe a retrodatare la conoscenza egizia dei tumori a più di 2000 anni prima dell'era cristiana.

Al pari degli antichi Egizi l'incurabilità delle neoplasie viene ribadita anche dal padre della medicina, Ippocrate (460 – 377 a.C.), secondo il quale l'origine delle malattie è esclusivamente fisica e fondata sull'armonica mescolanza dei quattro umori: il sangue derivante dal cuore; il flegma che originava nel cervello; la bile gialla dal fegato; la bile nera proveniente dalla milza.

Così, alla rottura dell'equilibrio corrisponde uno stato di discrasia, ovvero di malattia, e il prodotto dell'accumulo di bile nera nei tessuti è ciò che produce i tumori maligni. Per definirli il medico greco utilizza per la prima volta il termine carcinoma, la cui origine etimologica è granchio (dal greco karkinos), poiché, proprio come l'animale, divora i tessuti con una morsa dolorosa e acuta. Per il trattamento dei tumori esterni egli consigliava il ricorso a sostanze naturali emollienti o alla cauterizzazione, mentre riteneva opportuno «Non curare i portatori di tumori occulti: i malati muoiono presto se curati, vivono più a lungo se abbandonati al loro destino».

Sulla base degli studi di Ippocrate, il medico romano Galeno (129-201 d.C.) tenta di riformulare la patogenesi dei tumori. Nel secondo libro del De Naturalibus Facultatibus egli utilizza il termine cancro per indicare «una malattia che si caratterizza con un ingrossamento, una protuberanza e il cui nome deriva dalla somiglianza che le vene gonfiate dal tumore hanno con le zampe del granchio». Il neologismo galeniano discende infatti dal nome latino del granchio (cancer) e ad esso si affianca anche quello di sarcoma.

Secondo Galeno, inoltre, per impedire lo sviluppo del tumore bisognava evitare che la bile nera si fissasse in un determinato tessuto. Con l'insorgere della malattia il paziente poteva essere curato con l'aiuto di medicamenti, diete equilibrate, somministrazione di veleni e nei casi più gravi l'asportazione chirurgica o la cauterizzazione. Se i tumori non potevano essere operati si somministrava all'infermo estratto di papavero per lenire il dolore.

Per secoli la teoria degli umori è stata accettata come un dogma dalla classe medica a causa dellIpse dixit, rallentando così il progresso in campo oncologico. E questo nonostante lo sviluppo già in antichità classica di applicazioni di concezione moderna tra cui la mastectomia totale praticata da Leonida di AlessandriaMassimo Lopez,”Medicina e Oncologia-Il mondo mediterraneo, Gangemi Editore”, p.181 (180 d.C.) e l'uso di farmaci derivati dal colchico, dal probabile effetto antineoplastico, utilizzati da Dioscoride Pedanio (40 d.C - 90 d.C.).

Il medioevo

Durante il medioevo un impulso fondamentale venne dato dalla scuola medica Bolognese che fu di riferimento per l'intera Europa. Il chirurgo francese Henry de Mondeville (1260 – 1320) della scuola di Montpellier, ma formatosi a Bologna come allievo di Teodorico de Borgognoni, nel suo trattato Chirurgie (1320), scrive: «Nessun cancro guarisce a meno che lo si estirpi radicalmente; se ne resta anche una minima parte, la malignità si sviluppa anche dalla radice». Un altro chirurgo francese che si formò a Bologna fu Guy de Chauliac (1300-1368). Scrisse un'opera, chiamata Chirurgia Magna, dedicata alle malattie della pelle e ai tumori. Seguendo lo stesso principio di avere la certezza di eliminare totalmente le neoplasie, durante i suoi interventi chirurgici rimuoveva anche parte dei tessuti sani adiacenti.

Un altro chirurgo inglese, John Arderne (1307-1390), si interessò al tumore del retto arrivando a classificarlo incurabile. Sarebbero dovuti passare secoli prima di poter intervenire chirurgicamente su tumori interni come quelli del retto. Era stato compreso però che solo l'eliminazione totale dall'organismo del tessuto tumorale avrebbe potuto portare alla guarigione e questo sapere non poteva che essere stato dedotto dal raggiungimento di qualche successo terapeutico.

Rinascimento e rivoluzione scientifica

Durante i secoli caratterizzati dall'ipsedixismo galenico la classe medica brancolava nel buio, lontani spiragli di luce poterono essere scorti solo con il divenire del Rinascimento.

È con Paracelso (1493 – 1541) che per la prima volta si assiste alla disintegrazione della teoria umorale di Galeno. L'alchimista riteneva che i tumori maligni fossero prodotti non dall'accumulo della bile nera, ma da un sale, il "realgar". Inoltre, gli studi anatomici di Andrea Vesalio (1514-1564) avevano contribuito ad abbattere il dogma galenico dimostrando l'inesistenza della bile nera. Anche il filosofo Cartesio (1596-1650) lo aveva smentito, sostituendo al potere patogenetico dell'umor nero quello della linfa, unica responsabile della malattia tumorale.

Tra gli altri importanti medici di età rinascimentale bisogna ricordare l'anatomista Gabriele Falloppio (1523 - 1562), secondo il quale lo "scirro" era la forma neoplastica più importante ed essa condivideva col cancro il ruolo di rappresentante della medesima affezione, vale a dire il carcinoma. Egli, inoltre, affermava: «quando il cancro è tranquillo, sia tranquillo anche il medico».

Nonostante l'introduzione del metodo sperimentale nelle scienze ad opera di Galileo, l'oncologia, come del resto la medicina, aveva ancora molta strada da percorrere prima di giungere alle sperimentazioni e innovazioni in campo eziopatologico.

Il Settecento dei lumi

Il Settecento ha rivoluzionato dal profondo ogni campo della società, compreso quello medico. Importante contributo è stato l'avere iniziato a sospettare che il cancro non fosse una malattia generale, dovuta a cause esterne, ma locale. Formulando un'ipotesi ezio-patogenetica esterna, infatti, due grandi personaggi storici hanno lasciato il segno nella storia dell'oncologia: il chirurgo londinese Percival Pott (1714-1788) e il medico tedesco Samuel Thomas Sömmering (1755-1830). L'inglese nel 1775 identifica un cancro a penetranza professionale elettiva: il cancro scrotale degli spazzacamini. È il fattore chimico, la fuliggine, l'agente scatenante ed è per questo che Pott intuisce il bisogno di «un massiccio intervento di ordine chirurgico e una legislazione severa che eliminerà la malattia in due generazioni»M.J.Imbault-Huart,“Storia del cancro”,in "Per una storia delle malattie", a cura di J. Le Goff e J. Ch. Sournia, Dedalo, Bari 1986, p.214. Similmente nel 1795, il tedesco associava il cancro del labbro con i danni provocati dal fumo della pipa.

Altro importante contributo italiano è fornito dall'anatomopatologo Giovanni Battista Morgagni (1682- 1771), il quale afferma che ogni malattia ha una precisa sede e una determinata causa. Il chirurgo più che il medico quindi è il primo a riconoscere il tumore come un male locale che colpisce determinati tessuti, come descritto nella fisiopatologia delle membrane di Marie François Xavier Bichat (1771-1802). Il medico francese infatti vede i tumori come fenomeni locali che bisogna estirpare tempestivamente e se ciò non avviene allora il cancro diviene, secondo il chirurgo Joseph Claude Anthelme Récamier (1774 - 1852), una malattia generale a causa delle metastasi (neologismo da lui coniato).

Come è facilmente intuibile in oncologia la figura del medico e del chirurgo «dell'operator che lavora con le mani e del physicus et phylosophus che lavora con la mente e rifugge dall'operare cum ferro et igne»G.Cosmacini, V.A.Sironi, "Il male del Secolo – Per una storia del cancro", ed.Laterza, Bari, 2002, p.21 diventano un tutt'uno. La chirurgia acquista durante questo periodo dignità, e contribuisce nell'immaginario collettivo a rendere il cancro una malattia localizzata e quindi non necessariamente incurabile.

Nonostante questa importante svolta teorica la pratica medica del diciottesimo secolo restava ancora soltanto di tipo palliativa. In Danimarca però, tre anni dopo le osservazioni di Percival Pott, si adottarono per gli spazzacamini gli obblighi di vestizioni di lavoro e di lavaggi di fine turno per rimuovere subito la fuliggine dal corpo. A questi provvedimenti seguì un crollo delle casistiche tumorali per la professione in questione. Questa circostanza può essere considerata la prima forma di prevenzione primaria antineoplastica e il primo successo della ricerca oncologica contro una forma tumorale.

L'Ottocento di Virchow

La vera svolta nel corso dell'Ottocento in campo oncologico è data da uno dei più grandi ricercatori di tutti i tempi: Rudolf Virchow (1821-1902). Con la sua Patologia Cellulare afferma che per poter indagare e scoprire la misteriosa eziopatogenesi del cancro occorre studiare la cellula tumorale dal punto di vista istologico e fisiologico. Egli afferma « con tutta la sua pratica anche un indaffarato chirurgo, se vuole ottenere quel che i suoi predecessori non hanno ottenuto, non può fare a meno di ricorrere infine all'istologia e al microscopio»R.Virchow,”Cellurapathologie”, in “Archiv fur pathoilogische Anatomie und Physiologhie und fur klinische Medicin”, a. VII,1858, pp.3-39.