Marrara è una frazione di Ferrara di 751 abitanti, facente parte della Circoscrizione 2, il cui territorio dista da Ferrara e si sviluppa tra Monestirolo e Bova di Marrara lungo il Po di Primaro.
Si hanno notizie di Marrara già dal 1287 quando fu citata negli Statuta Ferrariae. Gli edifici storici più rilevanti sono la chiesa parrocchiale del 1392, la villa Antonelli edificata nel XVI secolo e l'oratorio dello Spirito Santo del 1848.
Storia Il territorio Anticamente il territorio ferrarese era tutto diviso in Polesini (nell'uso padano il termine indica una terra racchiusa da due fiumi o rami dello stesso fiume) per il fatto che era circondato da numerose valli e fiumi, molti dei quali scorrevano anche all'interno dello stesso, così da dividerlo in tanti triangoli che avevano tutti per base il mare Adriatico. A meridione e ad oriente infatti il territorio era delimitato dal Panaro, dal Reno e dalle valli del Poggio e di Marrara, a settentrione dal Po, dal Tartaro e dal Castagnaro. Sulla destra idrografica di questi rami dell'antico delta i torrenti appenninici versavano le loro piene improvvise e ricche di torbide verso la pianura, ove essi stentavano sia a trovare recapito diretto verso il mare, sia a confluire nei rami più meridionali del Po.
Le bonifiche: dall'età preromana fino all'anno Mille Prima dei Romani gli Etruschi conquistarono all'agricoltura molte terre che prima non erano che valli. Con un ingegnoso sistema di arginature, poi continuato e migliorato dai Romani, il vasto territorio paludoso ferrarese conobbe un periodo di grande prosperità. Ma le invasioni barbariche, dopo la fine del dominio romano, cancellarono in buona parte i frutti di queste opere.
Anche i Celti intervennero in questo difficile processo di bonifica, strappando alle acque e al bosco terra da coltivare, formando aree da destinare all'insediamento e all'agricoltura. I Romani furono i continuatori di questa bonifica, anche se non fu un intervento integrale: ci si sforzava di mantenere i fiumi entro i loro alvei e di agevolare lo scolo delle acque dei territori occupati, mantenendo nello stesso tempo il bosco e la palude per la caccia e la pesca.
Il drenaggio e lo scolo delle acque palustri, la rettificazione e l'arginatura dei corsi d'acqua, la manutenzione degli acquitrini, hanno impegnato fortemente i coloni romani. I dossi più elevati venivano scelti come aree per il disboscamento e la messa a coltura, soprattutto quelli meglio drenati lungo i corsi d'acqua attivi, che assicuravano la possibilità di irrigazione e le comunicazioni fluviali.
Non esistono purtroppo dati precisi sull'estensione delle aree coltivate, sui prodotti agricoli, sull'organizzazione e la conduzione della campagna. È quasi certo che la coltivazione dei cereali doveva essere assai sviluppata, dove i terreni umidi favorivano la crescita di grano, orzo, panico e miglio. Plinio (Naturalis Historia, XVIII, 20 e XVIII, 101) fa menzione lungo il Po della coltura delle fave: prodotti tradizionali comuni per tutto il Medioevo fino alle soglie della rivoluzione agricola.
Accanto all'agricoltura era praticato l'allevamento degli animali per il fabbisogno della comunità: polli, anatre, oche ed anche l'apicoltura per la produzione del miele. Nel bosco, dove si praticava l'attività venatoria, erano catturati cervi e caprioli, la cui carne veniva consumata, sia pure in misura inferiore rispetto a quella degli animali domestici. Diffusa era la caccia al cinghiale, le valli di Marrara ne abbondavano.
Nei bacini d'acqua dolce e salmastra e nelle acque costiere si praticava intensamente la pesca. Rinomato era il rombo. Marrara, con il suo paesaggio di paludi e selve, divenuti quasi nascondigli, offriva oltretutto la possibilità di sfruttare l'abbondanza di pesce e selvaggina, che, in un ambiente di così degradante povertà, diventavano il maggior supporto all'alimentazione nelle campagne. Così, quando in molte regioni del territorio italiano le alluvioni travolgevano uomini e animali, case e campi, qui nel ferrarese l'acqua straripava incontrastata. Nel basso Medioevo (VI secolo) si ebbero nella bassa pianura padana trasformazioni ambientali, alluvioni, rotte e impaludamenti che sconvolsero la situazione idrica modificando l'equilibrio ecologico e sociale. Tali cause dipesero da vari fattori, naturali e storici. Un irrigidimento del clima è documentato fra i secoli V e VIII, con abbassamento delle temperature, aumento della piovosità e delle precipitazioni che furono la causa delle piene e del conseguente dissesto idraulico che investì tutto il bacino padano.
Boschi e fiumi, canali e fosse, paludi e dossi, questo è lo sfondo in cui si muoveranno i primi abitanti di Marrara, contadini-pastori, contadini-pescatori e cacciatori. Ed è proprio l'uso generalizzato e continuo dell'estesissimo incolto e delle immisurabili paludi a caratterizzare l'attività e la condizione di vita dei primi abitanti di Marrara.
Questo deserto di paludi e acque stagnanti offre una ricchezza di pesce che evita i rischi ed i frequenti pericoli che impongono la caccia delle bestie selvatiche, moltiplicatesi nelle vaste selve e nelle boscaglie paludose delle valli di Marrara. Gli uomini, addensati nei luoghi sopraelevati, non possono sempre contrastare paludi o valli con le loro forze o con i loro modesti mezzi tecnici. Si adoperano ad integrare i prodotti agricoli con i prodotti che la "riserva naturale" spontaneamente offre loro sotto forma di selvaggina, pesci, uccelli e legname. Così vivevano i primi abitatori delle valli di Marrara, e così vissero per molti secoli i marraresi. E anche il pascolo brado del bestiame -soprattutto di porci- assicurava alla loro alimentazione una quantità di carne su cui poter contare sempre.
Le antiche "Valli di Marrara" Numerose carte antiche riportano le "valli di Marrara" quando descrivono i confini del ducato estense o le bonifiche realizzate lungo i secoli. Terra incolta e paludosa con paesaggio spiccatamente selvaggio doveva apparire Marrara nell'anno mille. La Padusa immota, estensione di acqua palustre chiamata mareotica Palus dalle parti di Malalbergo, e chiamata anche "valli di Marrara" oppure maremortum Palus dalle parti di Marmorta e Traghetto nell'area a nord di Molinella, era un bacino poco profondo in cui s'impaludavano i rivi ed i torrenti che scendevano dall'Appennino, come l'Idice ed il Savena, che resero fertili le nostre valli.
L'Idice, che trae la sua sorgente dall'Appennino bolognese, a San Pietro Capofiume si divideva in due corsi, dei quali uno scorreva a settentrione per la cosiddetta "via della Fascinata", che con il ponte omonimo porta da Alberino a San Nicolò attraverso Santa Maria Codifiume. La tradizione popolare parla di grandi quantità di fascine messe come fondo di questa via, fangosa e inagibile d'inverno, per permettere il passaggio, e da ciò deriverebbe il nome. L'altro corso scorreva a levante per la via detta “Porto delle Canne” che da Marrara giungeva a Santa Maria Codifiume, via che tuttora esiste.
Nello stato delle anime del 1690 gli abitanti di Marrara erano 792, distribuiti verso Sant'Egidio, nei pressi dell'oratorio ed intorno al porto delle Canne. Il Savena, derivante esso pure dall'appennino bolognese, si riversava nelle valli di Marrara presso la chiavica di Gandazzolo.
La valle di Marrara era una parte dell'antico residuo della valle Padusa, che era anche il ricettacolo e lo scolo delle acque bolognesi, col quale territorio confinava a ponente mediante le valli di Baricella e Poggio (pure bolognesi). Confinava a levante col Po di Primaro mediante la striscia di terreni chiamata riviera di Marrara, che andava dalla Torre della Fossa (Torre Fossa) sino a Marrara con argini da entrambi i lati per difenderla dalle acque del Po e dalle acque delle valli.
Durante tutto il Medioevo il paesaggio di Marrara era segnato costantemente da paludi e selve che, interrotte da dossi in parte coltivati, offrivano ai lavoratori della terra, come contropartita dell'improduttività agricola, la possibilità di sfruttare il bosco, facendo legname in abbondanza (da questa attività forse deriva il toponimo Marrara da materara, legname o luogo che ne abbonda) che, specialmente lungo i corsi d'acqua navigabili, si riusciva a far fluitare verso le zone di consumo attraverso le acque del Primaro. Questi flussi di legna giungevano nel ravennate, nel Veneto o nell'Istria. C'era la possibilità anche di pescare, di cacciare e di svolgere altre attività legate ad un'economia di tipo silvo-pastorale. Tale testimonianza è avvalorata dalle clausole dei contratti di concessioni fondiarie: roncadum, venandum, capelandum, piscandum, aucupandum, ecc.
Gruppi isolati di uomini erodevano, giorno dopo giorno, piccoli lembi di terra alla palude e, canalizzando lentamente l'acqua, conquistavano spazi agricoli alternativi all'economia naturale.
Nei secoli XII e XIII la chiesa di Marrara, con i suoi terreni, dipendeva dal monastero di San Bartolo. In epoca successiva molti terreni furono di proprietà delle monache di Santa Caterina in Ferrara. D'altro canto, però, l'ambiente era di per sé ricco di uccelli, di selvaggina terrestre, di pesci.
In un rogito del 1243 il vescovo di Ferrara, Filippo Fontana, dona al monastero benedettino di San Bartolomeo fuori le mura il suo ospedale di San Giuliano de Ruptolo nella Villa di Marrara con terre, acque, selve, paludi, pescagioni, aucupationes (luoghi di caccia alle oche selvatiche).
L'incolto occupava nel ferrarese la maggior parte delle terre emerse, insieme alle vaste superfici vallive, che nelle stagioni secche potevano prestarsi al pascolo, mentre in quelle umide vi si poteva pescare. D'altra parte, la pratica della pesca nelle acque interne era dappertutto diffusa ed il nostro territorio vi è sempre stato particolarmente indicato. Così pure per la caccia, anche prima che gli Estensi costruissero le loro "Delizie estensi". A Marrara esiste una vecchia costruzione di reminiscenza gotica in via Cavo Ducale, chiamata Al casett di sturan che una tradizione popolare dice essere stato un deposito di caccia degli Estensi, e pare che di lì passasse una strada in terra battuta, ora tutta campagna e frutteto, dove i duchi di Ferrara passavano per recarsi a caccia.
Fiumi, rivi e canali navigabili sono stati per secoli l'unico tramite di un faticoso approccio con l'incolto e inoltre, forse, sono rimasti il solo accesso a vasti appezzamenti. In queste sperdute località inaccessibili, le imbarcazioni trasportavano i messi addetti al controllo della conduzione fondiaria e alla riscossione dei tributi. In un paesaggio così monotono, piatto, caratterizzato dall'immobilità delle acque paludose e vallive, da canneti folti e spazi boschivi, da fiumi e fossi, Marrara era però animata di tanto in tanto da questo andirivieni sui corsi d'acqua e dalle attività svolte lungo le sponde o sugli spalti dei fiumi da chi conduceva una difficile esistenza.
Quando, nel 1471, Borso d'Este ottenne il titolo di duca di Ferrara, si ritrovò a capo di uno stato vasto con imponenti beni fondiari, in parte costituiti da possessioni coltivate e in parte da valli, terreni del bosco, pascoli e praterie. Da questi beni, tra dazi e imposte, si ricavavano ogni anno ricche entrate in denaro e in natura destinate allo sfarzo della vita di corte. Ma sotto lo stesso duca Borso, tra il 1450 e il 1470, iniziarono i lavori di recupero di terra a scopi produttivi, nel polesine di Casaglia. Già nel 1564 era stata avviata quella che diventerà la grande bonificazione nel polesine di Ferrara dopo i primi interventi tra il 1450 e il 1530. Basterà ricordare l'immissione nel Po di Primaro del fiume Santerno nel 1460, che rese possibile bonificare una vasta regione paludosa e fondare un nuovo villaggio (Lavezzola). Ma è soprattutto con Alfonso II d'Este, che fu messo in atto un piano veramente razionale di bonifica.