Il pensiero e la poetica di Giacomo Leopardi sono caratterizzati dal pessimismo, l'aspetto filosofico che caratterizza tutto l'evolversi delle sue idee e ideali, assumendo nel tempo connotazioni diverse. Esse possono essere seguite attraverso le pagine dello Zibaldone e si manifestano con evidenza nei testi letterari come i Canti e le Operette morali.
Partendo da una posizione di estremo pessimismo personale, causato dalla perdita della gioventù, egli approda a un pessimismo storico riguardante il continuo decadimento della società, e infine a un pessimismo cosmico, consapevole dell'«infinita vanità del tutto»,Così recita l'ultimo verso della poesia A se stesso del 1833. e dell'"arido vero", comprendente l'umanità e l'intero universo (nichilismo).
Leopardi colloca l'unica felicità possibile della vita umana nell'adolescenza, carica di aspettative e illusioni riguardo l'età adulta da cui resteranno tuttavia disingannate, per concludere che il piacere non è uno stato duraturo, ma solo un passaggio transitorio dal dolore alla noia, come sostenuto nel Sabato del villaggio dove l'attesa della festa è destinata a spegnersi nella deludente domenica, o nella Quiete dopo la tempesta per il quale esso è «figlio d'affanno».Così il verso 32 della Quiete dopo la tempesta del 1829: «piacer figlio d'affanno».
Egli non rinuncia tuttavia alla speranza e alla solidarietà,Giovanni Gentile, Manzoni e Leopardi (1928). e quindi in un certo senso, paradossalmente, all'amore per la vita e per le illusioni dell'arte e della poesia,Francesco de Sanctis, Schopenhauer e Leopardi (1858). opponendo per ultimo un pessimismo eroico contro il fato e la natura, che non è madre ma «matrigna».Amore e morte, ultima strofa. Mentre la sua poetica è inseribile tra classicismo e romanticismo, la sua filosofia da un lato si colloca nel post-illuminismo materialistico, ma senza ottimismo né fede nel progresso, dall'altro presenta alcune analogie con il contemporaneo pensiero di Schopenhauer, con la filosofia della vita e l'esistenzialismo successivo, anche per la ricerca di un senso nascosto della vita, che pure è pensato razionalmente come inesistente, e per la sfida titanico-romantica al «brutto poter che ascoso a comun danno impera».Così il verso 15 della poesia A se stesso.
Il pessimismo in Leopardi secondo le interpretazioni Riguardo al pessimismo, la critica si divide in due scuole di pensiero.
Scuola "titanica"
Per la scuola napoletana, il pessimismo di Leopardi consiste nella amara constatazione che tutto, in natura, è destinato a decadere verso uno stato peggiore, triste e corrotto, e che pertanto a questo pessimismo della natura bisogna contrapporre l'ottimismo degli sforzi della persona. Ovvero, solo con "l'eterna tensione dell'animo umano", il continuo impegno e attenzione da parte delle persone nel costruire il bene nel mondo, si possono controbilanciare gli effetti negativi insiti nella natura di tutte le cose (vedi Quiete dopo la tempesta dove «il piacere è figlio d'affanno»).
In questa visione, come si evince dalle pagine dello Zibaldone, il diario personale e intellettuale che rappresenta il pensiero leopardiano, lo stato di felicità, ovvero di piacere, può essere di due tipi: piaceri finiti e transitori, se soddisfano necessità finite come il mangiare, il vincere uno scontro, l'avvantaggiarsi in un affare, oppure piaceri infiniti e continui, se soddisfano necessità infinite come l'amore, la tensione verso la bellezza, la giustizia, e quindi il titanico e continuo confrontarsi con il mondo.
Scuola pseudo-schopenhaueriana
Per la scuola romana, più diffusa nella critica generale, il pessimismo di Leopardi è molto più simile al pensiero del successivo Schopenhauer: come sopra, la tensione verso il "peggiorare" è insita nella natura di tutte le cose, ma stavolta l'Uomo non può opporsi a questo perché il male è onnipresente, l'uomo è infinitamente più piccolo della "Natura Matrigna", e dunque può solo accettare e subire.
In questa visione, la vita oscilla tra noia e dolore passando per un brevissimo stato di piacere: dolore perché una necessità non è soddisfatta, piacere nel momento in cui viene soddisfatta e poi noia quando ci si rende conto che la necessità in questione era qualcosa di futile, come è futile tutto l'universo. Allora, l'unica felicità possibile della vita umana sarebbe nell'attesa, ovvero nello stato carico di aspettative, progetti e anche illusioni, che si vive prima di vederne il decadadimento in una fase matura dove per natura resterà tutto disingannato. Esempi di queste fasi sono l'adolescenza con le sue illusioni verso l'età adulta, oppure l'attesa della festa che è destinata a spegnersi nella deludente domenica (vedi Sabato del villaggio), e pertanto in questa visione l'unico modo per raggiungere il piacere è tramite l'illusione.
Origine del pensiero e influenza su altri autori Il pessimismo filosofico di Leopardi ha le sue origini nel materialismo e nel sensismo del Settecento (d'Holbach, Condillac) derivato diretto dal razionalismo propugnato dall'illuminismo, dall'atomismo greco e dal pessimismo mostrato da alcuni autori antichi, come Omero e Lucrezio, con qualche influsso del romanticismo. Esso presenta alcune analogie con il contemporaneo pensiero di Schopenhauer e con l'esistenzialismo successivo, a partire da Nietzsche, anche per la ricerca di un senso nascosto dell'esistenza, che pure è pensato razionalmente come inesistente, la sfida titanico-romantica al «brutto poter che ascoso a comun danno impera» in nome della propria nobiltà intellettuale e d'animo, e la sensibilità acuta per la precarietà e la fragilità dell'essere umano, dei viventi preda di una feroce selezione naturale, e in generale di ogni cosa esistente.
Il pensiero leopardiano e la sua poetica sono strettamente legati alla sua formazione classicistica, latina classica, greca antica e in seguito anche illuministica. Egli approfondì anche tematiche scientifiche. Moltissimi autori influenzarono Leopardi e su di essi formò il suo pensiero: in particolare Luciano di Samosata, Omero, Socrate, Platone, Saffo, Cicerone, la Bibbia (spec. Libro di Giobbe e Qoelet), Democrito e gli atomisti, Epicuro, Protagora e i sofisti, i cinici, Lucrezio, Pirrone, Orazio, Epitteto e gli stoici, Mosco, George Gordon Byron, Percy Bysshe Shelley, François-René de Chateaubriand, Giambattista Vico, Blaise Pascal, poeti del Seicento (come Tommaso Gaudiosi), Torquato Tasso, Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Madame de Staël, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Paul Henri Thiry d'Holbach, Denis Diderot, Conte di Buffon (per la descrizione tecnica della natura e degli animali), Bernard le Bovier de Fontenelle, Jean Baptiste Le Rond d'Alembert, Étienne Bonnot de Condillac e Pietro Verri. Controversa è l'ispirazione da Immanuel Kant e da Schopenhauer, dato che non si sa se egli lesse le loro opere (anche se cita il nome del primo nello ZibaldoneZibaldone, 4304, Pisa 12 aprile 1828). Da Leopardi hanno tratto, viceversa, ispirazione molti autori, tra cui Vincenzo Cardarelli, Mario Rapisardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Umberto Saba, lo stesso Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Franz Kafka, Emil Cioran, Eugenio Montale, Miguel de UnamunoAnna Dolfi, Leopardi e il Novecento: sul leopardismo dei poeti, Le Lettere, 2009, p. 155, Luca Canali, Manlio Sgalambro, Sebastiano Timpanaro, Guido Ceronetti, Thomas Ligotti, gli esistenzialisti, in particolare Albert Camus.Irene Baccarini, Leopardi e Camus: il tempo ultimo dell'amicizia
Le fasi del pessimismo leopardiano Il pensiero di Leopardi è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque valore ontologico.Cfr. in proposito anche gli studi che il filosofo Giovanni Gentile ha dedicato a Leopardi, in particolare: Manzoni e Leopardi: saggi critici (Milano, Treves, 1928, pp. 31-217); Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi (Firenze, Sansoni, 1939). Gli studiosi hanno distinto cinque fasi del pessimismo leopardiano: "pessimismo individuale", "pessimismo storico" e "pessimismo cosmico","pessimismo collettivo" più una fase finale di "pessimismo eroico". Il suo pessimismo ha una matrice filosofica nel materialismo del Settecento derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, oltre che nelle sue riflessioni personali.
Il pessimismo individuale Nonostante Leopardi abbia trascorso l'infanzia condividendo l'esperienza felice del gioco con i suoi fratelli minori, ed in essa abbia dimostrato particolare vivacità e spensieratezza, le esperienze dell'adolescenza e della prima giovinezza lo conducono a pensare che la vita sia stata spietata con lui, ma che altri possono essere felici (pessimismo personale o soggettivo, detto anche pessimismo psicologico). Questa contrapposizione emerge, ad esempio, nel canto La sera del dì di festa e, con qualche incrinaturaGiacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo, vv.61-62, nella canzone Ultimo canto di Saffo. Il dolore diviene dunque strumento di conoscenza in quanto fonte di una riflessione che accompagna tutta la vita del poeta.
Tra le cause del pessimismo individuale si possono annoverare le seguenti: ambiente familiare angusto e opprimente delicata sensibilità d'animo patologie fisiche sofferte vissuto affettivo personale: profondi scambi e amicizie con intellettuali, e complesse frequentazioni con il mondo femminile (Geltrude Cassi Lazzari, Teresa Carniani Malvezzi, Charlotte Napoléone Bonaparte, fra le numerose altre).
Il pessimismo storico Leopardi con gli anni allarga la sua riflessione, tendendo a valutare che la felicità degli altri è solo apparente, che la vita umana non ha uno scopo per il quale valga la pena di lottare, e che tutti gli uomini sono condannati all'infelicità terrena. Afferma che essi vivevano in uno stato di felicità, per quanto illusoria, solo nell'età primitiva, quando vivevano nello stato di natura, non condizionati dall'incivilimento dovuto alla ragione, ma vollero uscire da questo stato di beata ignoranza per mettersi alla ricerca del vero. La ragione fece evolvere l'uomo e rivelò la vanità delle pie illusioni, scoprì il male, il dolore e l'angoscia.
Leopardi giunge così a considerare il dolore come il frutto negativo dell'evoluzione storica: lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore. L'infelicità dell'uomo è dunque un prodotto della ragione moderna, e per Leopardi le epoche passate sono migliori di quelle presenti.
La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l'uomo, gli ha fornito l'immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell'uomo una parvenza di felicità.Giacomo Leopardi, Operette morali, «Storia del genere umano» Nel mondo moderno queste illusioni sono però andate perdute perché la ragioneGiacomo Leopardi, Alla Primavera o delle favole antiche, vv. 13 e segg. ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e rivelato la realtà nuda. Anche le illusioni di Patria, poesia eternatrice e gloria, cantate dal Foscolo nei Sepolcri e nelle Grazie, rimangono tali e non servono più al poeta per sentirsi parte della storia e di un progetto, non danno più un senso alla vita, anche se Leopardi ne sente comunque il richiamoAll'Italia e Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze, proprio come quello dell'amore.Il primo amore e ciclo di Aspasia