Giuseppe il Nutritore (Joseph der Ernährer, in tedesco) è il quarto ed ultimo romanzo della tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli (titolo originale Joseph und seine Brüder), dello scrittore tedesco Thomas Mann, iniziato nell'agosto del 1940, durante il suo esilio statunitense e terminato nei primi giorni del 1943 e, alla fine dello stesso anno, pubblicato a Stoccolma. Il romanzo è ispirato al noto racconto biblico, limitatamente all'ultima parte del soggiorno egiziano del patriarca.Genesi

Il romanzo, articolato in un preludio e sette capitoli, inizia con il viaggio di Giuseppe, condannato da PotifarPotifar, chiamato anche Peteprê, marito onorario di Mut-em-enet, suo primo padrone, aveva condannato Giuseppe per un presunto oltraggio verso la moglie. Mut-em-enet, aveva accusato il giovane schiavo, maggiordomo della casa, di aver tentato di usarle violenza. A riprova delle sue affermazioni aveva mostrato un lembo del vestito di Giuseppe, rimasto nelle sue mani. e ridotto in ceppi, verso la fortezza di Zawi-Re. Il capo delle guardie Mai-Sachme si avvede ben presto delle qualità del giovane prigioniero e gli affida compiti progressivamente più importanti.

Giuseppe manifesta, poi, una singolare capacità: interpretare i sogni. Si avvalgono del suo acume due compagni di prigionia: il coppiere e il panettiere di Faraone. Come Giuseppe aveva previsto, il panettiere sarà presto giustiziato e il coppiere, graziato, tornerà a servire Faraone.

Quando Faraone a sua volta farà un sogno che nessuno, tra i sapienti di Egitto, è in grado di spiegargli, il coppiere rammenta le prodigiose capacità del suo antico compagno di prigionia. Giuseppe liberato e condotto a corte, dopo aver ascoltato il sogno, preanuncia al sovrano che l'Egitto conoscerà sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia. Faraone, colpito dalla sapienza di Giuseppe, gli affida l'amministrazione del paese in modo da fronteggiare quanto sta per accadere. Superate le sue sventure, asceso tra i grandi d'Egitto, Giuseppe vedrà giungere sino a lui, in cerca di provviste, i vecchi fratelliGiacobbe, figlio di Isacco, ha dodici figli maschi: sei dalla prima moglie Lia, figlia maggiore di Labano zio di Giacobbe, (Ruben il primogenito, Simeone, Levi, Giuda, Issakar, Zebulon), due da Bilha, serva di Rachele, (Dan e Naftali), due da Zilpa, serva di Lia, (Gad o Gaddiel e Asher), due dalla seconda moglie Rachele, sorella minore di Lia (Giuseppe e Beniamino l'ultimo dei figli). che molti anni prima l'avevano venduto come schiavo al vecchio ismaelita. Giuseppe non si fa riconoscere e, con uno stratagemma, riesce a far arrivare presso di lui, l'intera famiglia: tutti i fratelli e l'anziano padre Giacobbe. Solo allora svelerà la sua identità e, fra lo stupore dei suoi, si riconcilierà con tutta la sua famiglia.

Preludio tra le gerarchie celesti

Capitolo primo. L'altra fossa

Giuseppe, condannato da Potifar per il presunto oltraggio ai danni di sua moglie Mut-em-enet, messo in ceppi e rinchiuso nella stiva di una piccola imbarcazione, viaggia lungo il Nilo verso la fortezza di Zawi-Ré, la prigione di Faraone. La ciurma, al comando dello scriba Cha'ma't, è composta dai servi del FlabelliferoFlabellifero o anche Flabellifero alla destra è uno dei titoli di Potifar, dignitario di corte, insieme con Amico di Faraone o Capo degli eserciti di Farone, titoli altisonanti ma privi di funzioni reali. che alternano i lavori di governo dell'imbarcazione con la sorveglianza del prigioniero.

Cha'ma't, per vincere la noia del viaggio ed anche per gustare il mutamento di ruolo che lo vede ormai non più subordinato a colui che era il capo dell'amministrazione della casa, si avvicina volentieri a Giuseppe per conversare con lui. Con sua meraviglia non trova, come aveva pensato, un uomo affranto, smarrito, timoroso del castigo che lo attende. Giuseppe, certo del favore divino che saprà sollevarlo dalla seconda caduta,La "prima caduta" la subì quando i fratelli, dopo averlo percosso e privato delle vesti, lo gettarono nella cisterna abbandonata. convinto che Dio abbia per lui un progetto che trascende le effimere vicende umane, risponde con fierezza e, paradossalmente, fa notare che la sua condizione è addirittura accresciuta: da schiavo di PeteprêAltro nome di Potifar. a schiavo di Faraone, signore d'Egitto.

Dopo diciassette giorni di viaggio raggiunge la fortezza e viene consegnato a Mai-Sachme, il comandante della prigione. Mai-Sachme, uomo accorto che si diletta di medicina ed ama discutere di letteratura, non tarda a comprendere le qualità del nuovo prigioniero che gli viene consegnato. L'aspetto del giovane e le prime parole che scambia con lui gli bastano per decidere che non verrà destinato ai pesanti lavori, consueti per i suoi compagni di pena, ma a compiti di amministrazione e sorveglianza. In tal modo, sollevato dalle quotidiane incombenze, egli stesso avrà più tempo per i suoi studi.

Giuseppe, forte dell'esperienza maturata a servizio di Peteprê assolve con cura i suoi compiti e, quando vengono condotti alla fortezza, in "provvisoria detenzione", due importanti dignitari della corte di Faraone inquisiti e caduti in disgrazia, il capo dei panettieri ed il capo dei coppieri, Mai-Sachme affiderà proprio a lui il compito di servire, provvedendo alle loro necessità, o piuttosto di sorvegliare, i due funzionari.

Una stessa notte i due prigionieri fanno un sogno ciascuno. Sogni di "parlante vivezza", "carichi di significato", che non sanno interpretare. Il coppiere ha sognato che, in presenza di Faraone, presi dei grappoli, spuntati da tre tralci di una vite, li aveva spremuti nella coppa del suo signore. Il panettiere, nel suo sogno, camminava portando sulla testa tre ceste colme di pane bianco e dolci preparati per Faraone, ma gli uccelli, piombati dall'alto, li divorano. Giuseppe, chiamato a dare un'interpretazione, sentenzia: fra tre giorni il primo coppiere sarà prosciolto dalle accuse, liberato e reintegrato nelle sue funzioni. il panettiere, sempre fra tre giorni, sarà invece condannato, giustiziato e gli uccelli mangeranno la sua carne. Quanto profetizzato dal figlio di Giacobbe puntualmente accade. Il coppiere, prima di lasciare il carcere, colmo di gioia, promette a Giuseppe che non lo dimenticherà, perorerà la sua causa presso Faraone perché lo liberi dall'ingiusta prigionia. Ma, ottenuta la libertà, rimosso il pensiero del carcere, dimenticherà la sua promessa.

Capitolo secondo. La chiamata Dimenticato dal coppiere, Giuseppe, ormai trentenne, rimase altri due anni nella fortezza,T. Mann, Giuseppe il Nutritore, Oscar Mondadori, 2006, pag. 101. quando lo stesso FaraoneSi tratta del quindicenne Amenhotep IV, della XVIII dinastia, divenuto celebre con il nome di Akhenaton, figlio di Amenhotep III che aveva regnato per quarant'anni. T. Mann, ibidem, pag. 102 e seg. fece un sogno o meglio due sogni successivi e simili, che lo avevano colpito profondamente: mentre si trovava sulla riva di un fiume, vide uscire dalle acque, una dietro l'altra, sette vacche. Vacche magnifiche, dall'aspetto florido, che si misero a pascolare placidamente. Uscirono poi dall'acqua altre sette vacche: le più brutte e magre che avesse mai visto che, avvicinatesi alle prime, le divorarono. Faraone, impressionato, si svegliò, "coperto di sudore".

Addormentatosi di nuovo, fece il secondo sogno: sempre in riva al fiume, vede uno stelo spuntare dal terreno dal quale nascono sette spighe "gonfie e sode". Poi, dallo stesso stelo, germogliano altre sette spighe "vuote, morte, secche" e mentre spuntano queste, scompaiono le precedenti.

Il sovrano intuisce che il sogno sia importante, che voglia comunicare qualcosa, ma non riesce a capirlo. Si rivolge alla madre, Teje, ma questa non sembra dare molta importanza alle fantasie del figlio. Se proprio ci tiene, si rivolga al suo consigliere, il Visir del Sud Ptachemheb. In terra d'Egitto non mancano certo interpreti di sogni. Ma né il Visir, né i saggi convocati sanno dare una spiegazione convincente. Quando Faraone, sempre ossessionato dal desiderio di conoscere quel significato nascosto, caccia i sapienti che lo hanno deluso, il suo primo coppiere si rammenta di Osarsif,Nome assunto da Giuseppe in Egitto. che aveva saputo ben spiegare il suo sogno e quello del panettiere, e suggerisce al suo signore di convocarlo.

Il più veloce dei messi reali si mette subito in viaggio, a bordo di "una nave veloce della flottiglia personale di Faraone", verso Zawi-Re. Trafelato,Mann non manca di notare, più volte, ironicamente, che si tratta di un ansimare professionale, dimostrativo del suo zelo, "era venuto per nave e non a piedi!". T. Mann, ibidem, pag. 111 e seg. giunge alla fortezza e subito chiede di Osarsif. Giuseppe, senza troppa fretta, si reca nell'ufficio di Mai-Sachme dove gli viene notificato l'ordine di Faraone e, dopo avere salutato affettuosamente il capo della fortezza, segue il messo che lo conduce sull'imbarcazione per il viaggio di ritorno.

Capitolo terzo. La pergola cretese

Dopo aver navigato tutta la notte e il mattino seguente, Giuseppe, accompagnato dal messo, giunge nella città di On ed è introdotto nella dimora reale. Preso in consegna da un maggiordomo viene condotto sino al Padiglione creteseCosì il maggiordomo spiega a Giuseppe l'origine di quel nome: "cretese perché dipinto da un artista straniero dei popoli del mare". T. Mann, ibidem, pag. 159. dove Faraone, dopo colazione, impartisce disposizioni ai primi scultori del regno, Bek e Auta.

Annunciato dal camerlengo, Giuseppe si trova, infine, di fronte al giovane FaraoneAmenhotep IV ha 17 anni, ma "sembrava più vecchio", la stessa età che aveva Giuseppe, ora trentenne, quando il padre Giacobbe gli aveva donato la "veste variopinta" di Rachele. T. Mann, ibidem, pag. 165. assiso su un seggio, con una "rotonda parrucca azzurra", e a sua madre Teje, vedova di Amenhotep-Nebmarê, seduta di fronte al figlio. Faraone, dopo aver impartito le ultime disposizioni agli scultori, rivolge, "benevolmente, con la testa reclinata", il suo sguardo al nuovo venuto e lo invita ad avvicinarsi. Incuriosito ed affascinato dall'aspetto di Giuseppe, lo interroga ed ascolta divertito le sue risposte e i racconti delle vecchie storie familiari e mostra tutto il suo interesse quando Giuseppe esprime la sua fede in un dio che è al di sopra di idoli e creature. Teje, la "Grande Madre" apprezza anch'essa le parole di Giuseppe, ha intuito che il suo intelligente realismo può essere un freno ai giovanili ed ingenui entusiasmi del figlio. Amenhotep, poi, scusandosi con la madre, ripete "per la sesta volta" il racconto dei suoi sogni, e chiede a Giuseppe di interpretarli.

Mann, con grande maestria, rappresenta nella risposta di Giuseppe la matura accortezza del giovane: la spiegazione offerta a Faraone, è, infatti, espressa in un modo tale da far credere al sovrano che egli già conoscesse il significato delle visioni e l'interprete convocato lo abbia soltanto aiutato a rendere manifesto quanto già aveva intuito. Le sette vacche grasse e le sette spighe rigogliose non sono altro che sette anni di abbondanza e le successive sette vacche magre e le sette spighe secche rappresentano i sette anni di carestia che seguiranno.T. Mann, ibidem, pp. 188-93. Occorre, quindi, agire con accortezza: Faraone scelga un uomo "intelligente e saggio" perché faccia accumulare le messi abbondanti degli anni propizi per poi, negli anni del bisogno, distribuirle "ai piccoli e ai poveri" e venderle a caro prezzo ai ricchi.In questo modo, come non manca di far notare Giuseppe a Faraone, saranno ridimensionate le ambizioni della nobiltà locale. T. Mann, ibidem, pp. 236-38. Amenhotep è entusiasta della risposta semplice e sensata: quell'uomo saggio non può che essere che lui, Usarsif e, sempre più esaltato, lo proclama "Bocca Suprema" di Faraone, "Gran Visir", "Vicedio".T. Mann, ibidem, pp 243-46.