Labbazia di San Mercuriale è un complesso religioso di Forlì, situato in piazza Aurelio Saffi. Ricostruita in forme romaniche tra il XII e il XIII secolo, fu sede di una comunità monastica vallombrosana fino alle soppressioni napoleoniche. Il complesso comprende la basilica, il campanile e il chiostro ed è stato oggetto di numerosi interventi di ampliamento, trasformazione e restauro; nel 1958 la chiesa fu elevata alla dignità di basilica minore.

Storia Dalle origini al primo sviluppo

La descrizione della storia dell'abbazia risulta difficoltosa in particolar modo per quanto riguarda il periodo della fondazione e dell'epoca altomedievale, a causa delle notizie scarse o confuse che caratterizzano questi secoli.

In origine la chiesa si trovava al di fuori del nucleo urbano, separata dalla città dal letto del fiume Rabbi (o da uno dei suoi affluenti o da un canale proveniente da esso e che attualmente passa sotto il porticato del palazzo comunale).

Fin dai primi secoli della cristianità, la comunità locale era solita ritrovarsi in questa zona, tanto che si hanno notizie della presenza di un cimitero ed in seguito di un luogo di culto, verosimilmente risalente all'episcopato di san Mercuriale, che guidò la comunità cristiana forlivese attorno al V secolo.

Il santo, secondo l'usanza del cristianesimo dei primi secoli, si fece seppellire in un sepolcreto posto ad est della città e si può ipotizzare che anche i successivi vescovi ne abbiano seguito l'esempio, anche in considerazione del divieto, in vigore fino al V secolo, di inumare i corpi entro le mura cittadine. Proprio per l'usanza di seppellire i vescovi nelle cattedrali, alcuni studiosi ritengono possibile che la prima cattedrale di Forlì sorgesse nel luogo dell'attuale abbazia e che fosse di seguito trasferita nel centro cittadino nella chiesa di santa Croce. Considerando però che per raggiungere l'abbazia fosse necessario oltrepassare la cinta muraria e il corso del fiume Rabbi, molti studiosi sostengono che la cattedra del vescovo avesse sempre avuto sede nell'attuale Santa Croce, nel centro cittadino, mentre l'attuale abbazia, non fosse altro che un centro plebano fuori città.

Secondo una tradizione tramandata dal cronista quattrocentesco Leone Cobelli, sul luogo dell'attuale abbazia sorgeva una chiesa dedicata a santo Stefano, primo martire della cristianità.

È possibile ipotizzare che, a seguito del lungo periodo di incertezze causata dalle invasioni del V e del VI secolo, una comunità di credenti cominciò a vivere in una zona esterna alla cinta difensiva della città nei pressi della tomba del primo vescovo, Mercuriale venendo in seguito a traslare le reliquie del protovescovo e dei santi Marcello e Grato in un nuovo edificio religioso. A questo periodo si può far risalire l'intitolazione della chiesa non più a Santo Stefano ma a Mercuriale ed in particolare la festa dedicata al patrono, il 30 aprile, potrebbe risalire al giorno della traslazione delle reliquie.

La più antica testimonianza della chiesa e del monastero di San Mercuriale risalgono ad un atto nell'archivio storico dei vallombrosani, datato 8 aprile 894, con il quale, Domenico Ublatella, arcivescovo di Ravenna, fece una donazione di alcuni fondi a Leone, allora abate di San Mercuriale. L'atto dice che l'abbazia sorge non longe a civitate Liviensi.

Altri dettagli relativi a questo periodo possono essere trovate nel Libro Biscia, un codice che contiene i dati della città dal X fino al XII secolo, nel quale vengono riportate decine di atti notarili, donazioni, privilegi e transazioni in cui i monaci sono talvolta concessionari e talvolta concedenti come per esempio un altro atto del 14 maggio 962 nel quale si stabiliscono alcune permute di terreni tra l'abate ed il vescovo di Forlì.

Gli scavi archeologici condotti nel 1951 hanno permesso di ritrovare le fondamenta della prima chiesa, che aveva il medesimo orientamento di quella attuale, rinvenendo l'antica cripta sopra la quale fu riedificata la cripta romanica.

Basso medioevo

Nel 1173, a seguito di scontri tra guelfi e ghibellini, un incendio distrusse numerose costruzioni danneggiando, oltre che la città, anche l'edificio di culto. Sull'area della chiesa distrutta venne avviata la riedificazione di una nuova abbazia, in stile romanico e di dimensioni maggiori rispetto alla precedente e più elevata, in modo da porre rimedio agli straripamenti causati dal fiume Rabbi.

I lavori di riedificazione dovettero finire attorno al 1181 perché, come ricorda un documento di quell'anno, il vescovo Alessandro poté predicare all'interno della nuova abbazia.

L'edificio era tre navate e tre absidi, con un altare centrale che poggiava su una voluminosa cripta, un protiro che precedeva il portale, e il possente campanile che ancora oggi svetta. Compare anche l'intitolazione a San Mercuriale, della quale comunque si hanno le prime notizie già nel IX secolo. Del protiro, presente in quasi tutte le chiese romaniche di stile lombardo, rimangono poche tracce nella struttura dell'abbazia. Alcune di queste sono due mensole in marmo, a forma di goccia, ai lati del portale. All'interno della chiesa è ospitato il resto di un leone, consunto e deformato dal tempo e dalle intemperie, che è sempre stato considerato lo stiloforo del protiro. In realtà, è stato recentemente dimostrato che la scultura è ciò che resta del monumento della crocetta, che sorgeva sul Campo dell'Abate nel XIII secolo.

La nuova costruzione testimoniava la ricchezza raggiunta dall'abbazia forlivese, in grado di finanziare un così monumentale edificio, decorato da maestranze famose, come quelle che scolpirono la lunetta. Tra il X ed il XII secolo infatti il monastero aveva ricevuto continue donazioni e privilegi che ne avevano aumentato il potere e lo avevano reso indipendente dall'autorità episcopale e dalle potenti chiese del ravennate. In particolare le donazioni del vescovo Alessandro (vescovo di Forlì per trent'anni dal 1160 al 1190) avevano favorito l'abbazia che a quel punto era diventata proprietaria di fondi e terreni posti ad est della città fino al confine con la diocesi di Forlimpopoli e la sua influenza si spingeva fino alla pieve di San Martino in Barisano. Alessandro, peraltro, è noto per aver chiamato i monaci vallombrosani a governare l'Abbazia. Difficile spiegare per quale motivo il vescovo abbia concesso all'abbazia tali privilegi che andavano a discapito del proprio potere, ma è possibile pensare che vi fosse una profonda stima ad unire il vescovo con i benedettini vallombrosani. Proprio tali ricchezza, prestigio e autonomia diventarono ben presto causa di dissidi e frizioni fra l'abate e i vescovi successori di Alessandro, probabilmente acuiti anche dal fatto che i due poteri religiosi (quello monastico e quello episcopale) si contendevano il potere sulla città così come sulle reliquie dei vescoviIn proposito, si veda ad esempio: Maria Pia Alberzoni, Innocenzo III, il IV concilio lateranense e Vallombrosa, al capitolo 3. I monasteri in diocesi di Forlì e i conflitti circa la giurisdizione del vescovo (1198-1202), in Papato e monachesimo "esente" nei secoli centrali del medioevo a cura di Nicolangelo D'Acunto, Firenze University Press, Firenze 2003..

Il complesso abbaziale non era costituito solo dalla chiesa, ma anche dal monastero con l'annesso chiostro, dal cimitero e da un ospedale per l'accoglienza dei pellegrini, i quali dovevano essere numerosi considerata la posizione privilegiata di passaggio della città lungo la via Emilia, in direzione di Roma o dei porti meridionali verso la Terra Santa. A dimostrazione di ciò, è ancora conservato un capitello del XII o XIII secolo che, collocato un tempo nella cripta, rappresenta San Mercuriale benedicente mentre, sul lato opposto, un monaco accoglie un pellegrino.

L'aumento demografico della città attorno al XII secolo, così come l'aumento della propria importanza politica come centro del ghibellinismo romagnolo, portarono all'ampliamento della cinta muraria, con l'inglobamento della chiesa nel centro cittadino almeno dal 1161 e lo spostamento del campo dell'abate all'interno del nucleo urbano verso il quale furono gradualmente spostate le attività commerciali. Nel 1212 il Comune richiese all'abbazia la concessione del terreno per l'istituzione della futura piazza. La chiesa veniva perciò ad assumere un notevole potere all'interno della città. Essa venne perciò ingrandita ulteriormente e nel XIV secolo vennero costruite due nuove cappelle laterali che, collegate da un portico in stile gotico, modificarono l'aspetto originario delle architetture romaniche.

La chiesa rimase fuori dalle mura fino al XIII secolo, quando fu inglobata all'interno del tessuto urbano. Nei secoli, il "Campo dell'Abate" si trasformò nella "Piazza Maggiore" e l'abbazia divenne parte dell'attuale centro storico. Nel XIV secolo il protiro viene sostituito dal portale gotico tuttora esistente e vengono realizzate le due cappelle laterali di facciata, estroflesse rispetto alla struttura e demolite nel 1646 (rimangono oggi i due archi con la monofora centrale). Anche l'abside viene poi rifatta nel 1585.

Il periodo rinascimentale

Nel XV secolo viene annesso alla chiesa il chiostro dei vallombrosani, di forma rettangolare e decorato con slanciate ed eleganti colonne. Alla chiesa, per fornire maggiore stabilità alla copertura delle navate laterali, venne avviata la costruzione di un nuovo soffitto con volte a crociera, in sostituzione di quello medioevale a capriate con travi a vista. Nello stesso periodo la chiesa andò arricchendosi di numerose cappelle laterali edificate dalle famiglie nobili di Forlì o da confraternite locali. Tra queste la Cappella del Santissimo sacramento e la Cappella Ferri.

Nella chiesa, fino al XVI secolo, erano presenti due altari maggiori: uno superiore, sul presbiterio, officiato dai monaci, ed uno inferiore, nella cripta, officiato dal clero regolare.

Nel 1505 la volta del presbiterio rovinò distruggendo la sottostante cripta e seppellendo le reliquie del santo che vennero ritrovate solo nel 1575 e collocate nella cappella della famiglia Mercuriali, al termine della navata destra. Nel 1506 perciò si approntarono i cantieri per la ricostruzione dell'intera area absidale e si decise di non riedificare più la cripta. Ciò è spiegabile con il fatto che oramai da tempo il protettore e patrono della città era considerato San Valeriano, le cui reliquie erano conservate nella cattedrale, e che le relazioni tra abate e vescovo si erano stabilizzate per cui la riedificazione della cripta avrebbe potuto riacuire frizioni passate.

Ma il nuovo impianto dell'altare non soddisfece le esigenze dell'abbazia e nel 1568 si decise di allungare il corpo della chiesa realizzando un presbiterio di forma rettangolare, illuminato da 5 finestre. La navata centrale venne allungata di circa un terzo, sacrificando in via definitiva i resti della cripta. L'incarico della nuova fabbrica, inizialmente affidato a Jacopo da Faenza, passò nel 1575 a Bastiano di Riccio e a Tommaso da Forlì, mentre il lombardo Zampiero Morelli completò la volta nel 1586. Il presbiterio venne poi arredato con un coro ligneo di Alessandro Begni, realizzato tra il 1532 ed il 1535. Al pittore Baldassarre Carrari fu commissionata la pala d'altare con lIncoronazione della Vergine e i santi Benedetto, Mercuriale, Giovanni Gualberto e Bernardo Uberti (1509-1512).

Nel 1581 nell'abbazia fu traslata la reliquia di un dito di san Giovanni Gualberto proveniente dalla chiesa cittadina di Santa Maria del voto, chiamata dal volgo dei Romitii. Negli ultimi decenni del XVI secolo il chiostro del monastero fu ricostruito in forme rinascimentali e in ricordo dell'evento fu decorato ad affresco con le Storie della vita del santo in trenta lunette, alla cui realizzazione collaborarono Livio Modigliani e Andra Baini.