La ricerca e produzione di idrocarburi in Italia con tecniche industriali è iniziata nella seconda metà del XIX secolo, e si è sviluppata in modo notevole a partire dal secondo dopoguerra, a seguito del ritrovamento di significativi quantitativi di gas naturale, soprattutto in Basilicata e Calabria.

Paragonata ai principali Paesi produttori, possiede non solo modesti ma anche grandi giacimenti di petrolio e gas naturale, tra cui quelli nella val d'Agri in Basilicata, il più grande dell'Europa continentale, e nell'area di Crotone in Calabria (Il Campo Luna-Hera Lacinia), posizionandosi al quarto posto fra i paesi europei produttori di petrolio e 49º come produttore mondiale di petrolio per quantità (0,1% sul totale della produzione mondiale).

Le stime della quantità di petrolio nel sottosuolo italiano, a fine 2011, fanno ammontare a 82,1 milioni di tonnellate le riserve certe (equivalenti a 599 milioni di barilivedi pag.6 in World Oil and Gas Review - 2013, Eni), a 100,8 milioni di tonnellate le riserve probabili, a 55,3 milioni di tonnellate le riserve possibili. Per quanto riguarda metano e gas naturale, sono stimate in 59,4 miliardi di Sm³ le riserve certe, in 63,4 miliardi di Sm³ le riserve probabili, in 21,7 miliardi di Sm³ di riserve possibilivedi tabella 13 a pag. 57 e tabella 12 a pag. 56 di .

Al 31 dicembre 2012 sono vigenti 115 permessi di ricerca concessi dalla Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello sviluppo economico (94 in terraferma e 21 in mare) e 200 concessioni di coltivazione (134 in terraferma e 66 in mare) che si concentrano in Emilia-Romagna, Lombardia e Basilicata.

In mare, l'attività è sviluppata soprattutto nel mar Adriatico, nello Ionio, e nel Canale di Siciliavedi pag. 36-37 di . Sono inoltre attivi 10 campi di stoccaggio di gas naturale (tutti ubicati in terraferma su giacimenti naturali già svuotati del loro contenuto originario di gas a seguito del pregresso sfruttamento) a fronte di 15 concessioni di stoccaggio di gasvedi pag. 58-59 di DGRME Rapporto Annuale 2013 Attività dell'anno 2012. Il gettito delle royalties per l'anno 2012 è stato di eurodal computo sono escluse le royalties corrisposte dai produttori operanti nel territorio della Regione siciliana.

Storia della ricerca e produzione degli idrocarburi

I numerosi affioramenti naturali di petrolio, in parte ancor oggi presenti in varie zone della penisola italiana, specialmente lungo tutto l'Appennino e in Sicilia, erano ben noti nel passato, e localmente sfruttati per usi vari e testimoniano la genesi e presenza nel sottosuolo di idrocarburi in varie località italianevan Dijk, J.P. (2019); The 7000 Years Long Journey of the Majella Oil Men - The Fascinating Story of Central Italian Hydrocarbon Exploitation and Earth Sciences in the Val Pescara and the Montagna della Majella. 282 pp. ISBN 978-1077215139 https://www.researchgate.net/publication/334290729_The_7000_Years_Long_Journey_of_the_Majella_Oil_Men_-_The_Fascinating_Story_of_Central_Italian_Hydrocarbon_Exploitation_and_Earth_Sciences_in_the_Val_Pescara_and_the_Montagna_della_Majella https://www.amazon.com/7000-Years-Long-Journey-Majella/dp/1077215134.

Nell'antichità lo sfruttamento era mirato soprattutto alla raccolta del bitume dagli affioramenti naturali, utilizzato soprattutto come mastice e come impermeabilizzante, e al petrolio recuperabile dalle fuoruscite di alcune sorgenti naturali, usato come medicamento (in particolare per affezioni della pelle) e come olio illuminante.

Uno sfruttamento, sempre fatto con metodi artigianali, ma con maggiori finalità commerciali, iniziò verso la fine del medioevo e si prolungò, in modo non sistematico, per tutto il periodo preunitario.

A partire dalla metà del secolo XIX, in coincidenza con l'inizio della lenta transizione italiana verso un'economia industriale, l'utilizzo del petrolio, in principio richiesto soprattutto per l'illuminazione, divenne sempre più diffuso, e questa presenza naturale di petrolio in superficie stimolò un'attività di ricerca sistematica e di produzione di idrocarburi.

A partire dal secondo dopoguerra la ricerca petrolifera fu condotta con mezzi moderni e sfruttando le conoscenze derivanti dai progressi delle scienze geologiche, che a loro volta si giovavano delle stesse scoperte man mano effettuate lungo la penisola durante le fasi esplorative. Tutta questa attività ha portato (anni '10 del XXI secolo), assieme alla ricerca e produzione di gas naturale, alla scoperta di circa 450 giacimenti, fra ritrovamenti in terraferma e marecfr pag 2 in P.F.Barnaba, 2011. Discreta è stata anche la produzione di bitume naturale, a partire dalla metà del secolo XIX, sfruttato in particolare per asfaltatura delle strade e per ottenere petrolio tramite distillazione.

Prima del periodo industriale

Un blocco squadrato di bitume, ora custodito nel Museo Archeologico di Chieti, rinvenuto a Scafa in Abruzzo, zona con miniere di bitume, sostanza probabilmente raccolta nella zona fin dalla preistoria, marcato col sigillo di Sagitta MarrucinoVedi nota a pag. 216 in Valerio Cianfarani, Culture adriatiche antiche d'Abruzzo e di Molise, Volume 1, De Luca, 1978, proprietario della miniera, testimonia lo sfruttamento, quanto meno dal tempo dei romani, di alcuni dei giacimenti di asfalto sparsi nella penisola.

Diodoro Siculo nella Biblioteca Storica e Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale, menzionano il petrolio (oleum) raccolto a Girgenti, in Sicilia, utilizzato nelle lucerne al posto dell'olio vegetale solitamente utilizzatoVedi pag 149, Francesco Ferrara, Memorie sopra il Lago Naftia nella Sicilia meridionale, Dalla reale stamperia, Palermo, 1805.

Nel paese di Blufi, nelle Madonie si trova il Santuario della Madonna dell'Olio, che prende il nome da una sorgente naturale di olio minerale, ritenuto nell'antichità miracoloso per la cura della pelle e che nel secolo XVIII era usato per curare i lebbrosi, molecole con zolfoLe qualità curative di questo petrolio sono attribuibili alla presenza di tiofeni .

Scavi archeologici hanno identificato un opificio di epoca romana per la purificazione dell'asfalto, con resti di vasi di argilla recanti tracce di asfalto in contrada Pignatara a Lettomanoppello, sempre in Abruzzo; un panetto rettangolare di bitume, lungo 35 centimetri, largo 26 e spesso 10, ritrovato in loco, fornisce indicazioni su come il prodotto raffinato venisse confezionato per essere trasportato e commercializzato, sul panetto è rimasto impresso il marchio dell'opificio con le lettere "...ALONI.C.F.ARN.SAGITTAE.", che permette di attribuire l'appartenenza del proprietario dello stabilimento alla tribù Arniense e la datazione al primo secolo dell'impero romanoGiacomo Zambra, Un antico pezzo di asfalto, pag. 25-26 Bollettino dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica per l'anno 1869, N.° I. II. di Gennaio e Febbraio 1869, Tipografia Salviucci, Roma. Lo sfruttamento di questo asfalto proseguì nei secoli, fu oggetto di traffici commerciali dal XII secolo, con la Repubblica marinara di Amalfi che lo utilizzava per il calafataggio delle proprie navivedi, a pag. 410, P. Bevilacqua in Mauro Agnoletti,Italian Historical Rural Landscapes: Cultural Values for the Environment and Rural Development Springer, 201, fino all'inizio del XIX secoloLo sfruttamento di "vene di bitume liquido [...] scavate e messe a profitto" è riportato, senza ulteriori dettagli tecnici, a pag. 73 nella memoria di Giovanni Gussone e Michele Tenore, intitolata Osservazioni Fisico-Geognostiche Fatte in un Viaggio per Diversi Luoghi Delle Province di Terra di Lavoro e di Abruzzo, nella State del 1834 dai Signori Gussone e Tenore per disposizione della Reale Accademia di Scienze, Annali Civili del Regno Delle Due Sicilie, Volume IX, Fascicolo XVII — Settembre e Ottobre 1835.

Nel 1460 il podestà Francesco Ariosto scrisse De Oleo Montis Zibinii seu petroleo agri mutinentis, in cui celebrava le virtù dell'olio di sasso di Montegibbio per curare ulcere, ustioni, dolori di stomaco, per i dolori di parto, la febbre quartana, il mal di milza, il mal di polmone, utile contro la peste, e per guarire qualsiasi genere di ferita non mortale.

Flavio Biondo, nella sua opera geografica, intitolata lItalia illustrata e pubblicata attorno al 1482, riporta l'esistenza di una sorgente di petrolio presso il castello di Cantalupo, nei pressi di Tocco da Casauria, in Abruzzo, materia prima che i tedeschi e gli ungheresi “colligunt et asportant“ (raccolgono e asportano) in quanto reputato avere virtù medicamentosepag 37-38 in Gerardo Massimi Tocco da Casauria. Un profilo geografico Appunti per gli studenti e i laureandi del corso di Geografia Umana Anno accademico 2001-2002, Laboratorio di Geografia - Dipartimento di Studi Filosofici, Storici e Sociali, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Chieti, sede di Pescara.

Una incisione del 1540 mostra la raccolta di petrolio presso "monte Zibio" (oggi Montegibbio), presso le salse di Nirano vicino a Sassuolo, il cui nome deriva dal latino "sax oleum" ossia "olio di sasso". Il petrolio era raccolto nelle salse anche dai monaci benedettini dell'abbazia di San Pietro in Modena e venduto col nome di "Olio di Santa Caterina".

La voce petrol presente nel volume 14 dell'Encyclopédie (stampato nel 1751) riporta, del petrolio in Europa:

Il petrolio, come viene spiegato nell'Encyclopédie, era recuperato con pozzi e sorgenti naturali nel ducato di Modena, ove era molto abbondante, in particolare vicino al castello di Monte Baranzone e in un luogo chiamato Fiumetto. La produzione avveniva scavando pozzi profondi 30-40 braccia fino alla comparsa di acqua mista a petrolio. Questi pozzi erano scavati sia ai piedi delle colline, ricavando grandi quantità di petrolio rossastro, sia verso la loro sommità, dove era ottenuto un petrolio più chiaro, in minor quantità. Altro petrolio era raccolto in una valle del baliaggio di Montefestino e a Montegibbo in val Secchia dove era presente una sorgente continua d'acqua in cui galleggiava petrolio in quantità tale da poterne raccogliere ogni volta 6 libbre. La scoperta di quest'ultimo sarebbe attribuibile a Francesco Ariosto medico e podestà di Ferrara, che l'avrebbe trovata nel 1640 e ne permessa lo sfruttamento mediante lo scavo di canaline e vasche di raccolta che differenziano tre tipi di petrolio: molto chiaro-biancastro, giallastro, rossastro-nerastro. Secondo Antonio Vallisneri, all'inizio del secolo XVIII attorno a Montegibbo vi erano 4 pozzi attivi ed uno in corso di scavo per il recupero del petrolio; il liquido era raccolto in vani, scavati nella roccia e protetti con muri contro crolli, dove si accumulava acqua salata sulla quale galleggiava il petrolio raccolto facendone impregnare delle spugne o dei fascetti d'erba, che poi venivano strizzati sopra un recipiente con un foro al fondo per eliminare l'acqua rimasta.

In provincia di Piacenza il petrolio era raccolto a 12 leghe dalla città, sul Monte Ciaro (ora Rallio di Montechiaro), scavando pozzi verticali attraverso strati orizzontali di argille miste con gesso selenitico fino ad incontrare l'acqua, lasciando quindi sgocciolare acqua e petrolio nel pozzo e raccogliendo la miscela liquida, con secchi di rame mescolato ad acqua, ogni otto giorni.

Queste petrolio era raccolto per scopi medicinali e secondo Louis de Jaucourt, autore del lemma enciclopedico, gli italiani sono autorizzati a considerare i loro petroli come un rimedio molto penetrante, incisivo, balsamico particolarmente per alcune malattie croniche e ancor più da utilizzare esternamente per rafforzare i nervi delle parti [del corpo] indebolite, dare elasticità e riposo alle fibre [muscolari] rilassate.