Il Museo civico archeologico di Jesi e del territorio di Jesi (AN) ha sede nelle scuderie di Palazzo Pianetti.

Storia

L'istituzione culturale è nata nel 1785 quando Mons. Cappellari, allora governatore di Jesi, consegnò al Comune delle sculture romane che aveva rinvenuto nel Complesso di San Floriano.

Dal 1867 ai primi anni '90 del XX secolo la collezione, arricchita di altri reperti, fu collocata a Palazzo della Signoria in Piazza Colocci. Venne spostata a Palazzo Pianetti e poi nel complesso di San Floriano nel 2003.

Nel dicembre del 2017 la collezione è definitivamente collocata nelle scuderie di Palazzo Pianetti.

Collezioni

I reperti vengono presentati secondo un ordinamento cronologico in tre sezioni, riservate rispettivamente alla preistoria, protostoria (civiltà picena) ed età romana. Tra i reperti più interessanti il lapis aesinensis, documento epigrafico con preziose informazioni sulla viabilità nell'Italia centrale, e l'importante complesso di statue e ritratti di età giulio-claudia fra cui si segnalano i busti di Augusto e di Tiberio unitamente alla statua di Agathè Tyche (Buona Fortuna).

Paleolitico

Nel territorio della Media Vallesina sono stati rinvenuti reperti che certificano la presenza di industrie litiche tra il Paleolitico Inferiore e il Paleolitico medio. Questo territorio attraversato dal fiume Esino costituiva un'importante via di comunicazione tra la zona appenninica e la costa adriatica. Qui, a partire dal Paleolitico Inferiore si insediarono gruppi di cacciatori e raccoglitori. La presenza di cacciatori nella zona risale ad un periodo compreso tra 400.000 e 130.000 anni fa. Sono infatti stati rinvenuti, tra le cittadine di Monte San Vito e di Jesi dei ciottoli scheggiati e dei bifacciali. Il ritrovamento di strumenti di caccia di più pregevole fattura certifica la presenza di industrie litiche in un periodo compreso tra 130.000 e 120.000 anni fa, riconducibili all'Acheuleano recente. Tra Jesi e Monsano gli studiosi hanno certificato la presenza di industrie litiche di tecnica Levallois prive di bifacciali, attive presumibilmente 120.000-80.000 anni fa.

Neolitico

L'avvento dell'agricoltura e dell'allevamento, introdotte in Italia dall'Oriente 7.500 anni fa, segnò una tappa fondamentale nel cammino dell'umanità e diede il via alla costruzione di villaggi. Tra questi gli studiosi hanno riconosciuto Monte Cappone, Coppetella e Castel Rosino. Nei villaggi sopra citati venivano praticate la tessitura, la filatura, la lavorazione della selce, l'allevamento e l'agricoltura, che sfruttava la fertilità dei terreni vicini ai fiumi. Risale all'Eneolitico la prima testimonianza di un insediamento jesino. Negli scavi di Palazzo Mestica, infatti, sono stati rinvenuti dei frammenti ceramici prodotti nella metà del quarto millennio.

Primo Millennio

La media Vallesina è abitata da popolazioni picene che raggiungono un buon livello di benessere grazie al controllo del fiume Esino e allo sfruttamento delle risorse naturali. Tali popolazioni si concentrano tra 800 e 300 a.C. attorno agli attuali centri di Pianello di Castel bellino e Monteroberto. La presenza dei Piceni è attestati dal ritrovamento di alcuni manufatti nei territori di Mergo e Monsano. Nelle zone di San Vittore di Cingoli, Staffolo, Maiolati Spontini, Jesi e Castelbellino sono state rinvenute sculture votive, dedicate tra gli altri alla dea Cupra. Alcuni culti risultano mutuati dalla tradizione etrusca (si veda l'Ercole di Pantiere). Le popolazioni picene che abitarono questi territori erano suddivise in comunità di tipo non urbano e questo tipo di organizzazione comporta l'assenza di una cultura comune condivisa. Uomo e donna hanno una sostanziale parità, in particolare nell'accesso a cariche religiose e politiche. Nello specifico all'uomo è riconosciuto il valore militare, mentre alla donna quello di garante della comunità familiare.

Epoca romana

La conquista romana viene sancita con la vittoria ottenuta nella Battaglia del Sentino, del 296 a.C. La prima colonia viene costituita nel terzo secolo e prende il nome di Aesis. Proprio da questa colonia provengono numerosi esempi di scultura colta e con funzione pubblica. Tra queste il complesso onorario rinvenuto nella zona del convento di San Floriano nel '700, costituito di statue acefale femminili e togate, oltre a ritratti di Augusto, Tiberio e Caligola. Tra gli altri reperti rinvenuti ci sono iscrizioni funerarie ed onorarie, realizzate tra il primo secolo a.C. e il terzo d.C; frammenti di statue, tra cui una della dea Fortuna e una testa di donna in marmo bianco lunense lavorata a tutto tondo. Il reperto, che ritrae una donna di età matura, è stato rinvenuto fortuitamente nella zona di San Vittore di Cingoli, ed è databile alla fine del secolo I a.C. in età tardo repubblicana. La scultura presenta alcune lesioni, più o meno vistose, sono comunque riconoscibili il tratto severo del volto, gli occhi a mandorla evidenziati da borse vistose, le gote rilassate marcate da duri solchi nasolabiali. Gli angoli laterali della bocca tendono a scendere e le trecce che partono dal nodus sulla fronte si riuniscono sulla nuca in una stretta crocchia. Inoltre è presente un mosaico, di forma rettangolare, con le dimensioni di 120 cm. di altezza e 263 di lunghezza, ritrovato casualmente nel 1960 presso il vicolo delle Terme a Jesi. Questo mosaico risale all'epoca romana del I secolo a.C. ed è composto da motivi geometrici a rombi neri su fondo bianco; molto probabilmente apparteneva ad una domus privata.

I signacula ex aere della regio VI adriatica

Il signaculum di Aesis è un timbro di bronzo con il manico di forma quasi cilindrica che termina con una placca rettangolare, dove si trova un caduceus alato; il timbro vero e proprio è di forma semicircolare su cui è stato inciso il nome del proprietario del signaculum: L GALERI PHILARG (Luci Galeri Philagyri). Si presume che la persona citata dalla lamina appartenga a una gens senatoria di origini riminese (Ariminum). Il praenomen non comune nel ramo di questa gens può indicare che risalga a una datazione alta, mentre il cognomen di origine greca potrebbe voler dire che fosse di origine libertina, dunque liberato dalla Gens Galeria e poi coinvolto nella gestione della fabbrica. È stato rinvenuto nella località Montegranale dove sono stati ritrovati anche dei resti d’impianti di cottura per produrre i laterizi da costruzione.

Gruppo scultoreo di prima età imperiale

Il Museo archeologico espone un gruppo scultoreo i cui reperti risalgono alla prima età imperiale, dal tardo periodo augusteo all'età flavia (e forse anche a quella adrianea). Esso fu ritrovato una prima volta nel 1559 nella zona dell'antico foro romano (attuale piazza Federico II), nel cortile dell'allora chiesa di San Floriano durante dei lavori di restauro, ma le autorità dell'epoca decisero di lasciare in situ i preziosi reperti. Il convento francescano di San Floriano è stato per molti secoli la più importante chiesa di Jesi ed è stato trasformato in una istituzione culturale, al cui interno risiede, tra l'altro, il Teatro studio intitolato all'attrice Valeria Moriconi, originaria di Jesi.

Un secondo ritrovamento dei medesimi reperti avviene nel 1784, di nuovo durante lo svolgimento di importanti lavori di rifacimento che coinvolgono il cortile del convento. In questo caso il Gonfaloniere ed i priori di Jesi, d'accordo con le autorità pontificie, incaricano i nobili locali Niccolò Guglielmi Balleani ed Antonio Grizi di garantire e curare il ritrovamento. L'archeologo Ennio Quirino Visconti opera un primo riconoscimento del gruppo scultoreo, identificando i ritratti; è probabile che la struttura circolare nella quale vengono ritrovati i reperti appartenga alle antiche terme cittadine, comunemente nota come "la cisterna".

Si ritiene che la produzione delle statue sia avvenuta ad opera di maestranze locali; nel caso delle statue, la perdita delle parti fisiognomiche e la sostanziale uniformità della realizzazione artistica non permettono attribuzioni particolari.

Ritratto di Augusto

L'attribuzione del viso all'imperatore Augusto è resa agevole dalla "ciocca a tenaglia" che si nota sulla fronte e che caratterizza l'iconografia del fondatore dell'impero. Il volto è raffigurato giovane, non tanto dal punto di vista cronologico, ma come esaltazione della sua atemporalità e della sua giovinezza perenne. Da notare il movimento del volto verso destra, la capigliatura più netta nella parte alta, gli zigomi pronunciati, la mascella regolare, la bocca sottile e l'incavo del mento, tratti che denotano la floridezza del personaggio e la sua splendida ieraticità; il volto ha subìto, come accade di frequente, un vistoso danno al naso.

La testa, che appare più rifinita nella parte anteriore e più abbozzata nella parte posteriore, era posta forse in visione frontale addossata ad una parete, con molta probabilità facente parte di un busto o di una statua (come testimonia il taglio netto alla base del collo), forse sul modello di Augusto loricato (cosiddetto di Prima Porta); la resa artistica la avvicina anche ad Augusto capite velato e alla statua conservata nel museo archeologico di Chiusi, databile alla prima età tiberiana.

Ritratto di Tiberio

Il ritratto, identificato in Tiberio, prodotto nella prima metà del I secolo d.C. è considerato di secondo tipo. Pur essendo numerose le sbrecciature sul padiglione auricolare destro e le piccole cadute di grana sulla guancia destra, presenta la più grande mutilazione nella punta del naso. La testa, pensata per un possibile inserimento in una statua o in un busto, include, oltre al collo, anche parte della spalla, di cui è ben descritta la muscolatura. Il volto è lievemente rivolto a destra, ha forma triangolare, il naso è aquilino e il labbro superiore è sporgente. Il cranio, molto dettagliato, ha forma geometrica. Sono queste le caratteristiche che rendono possibile l’identificazione con Tiberio. Per quanto riguarda i capelli sono lavorati simmetricamente a ciocche a virgola, attaccati al capo e terminano sulla fronte, disponendosi a forbice, mettendo questa in evidenza. Sul retro, le ciocche sono più lunghe e le basette, anch’esse riprendendo la forma a virgola, hanno la punta diretta in avanti.

Ritratto di Caligola

Il ritratto, attribuito a Caligola, collocabile nel I secolo d.C. e più precisamente tra il 37 e il 41 d.C., è stata prodotto da marmo bianco ed è stato lavorato al fine di essere inserito in una statua o in un busto come la sezione conica alla base del collo dimostra. La damnatio memoriae, a cui Caligola è stato sottoposto, rende il manufatto raro e prezioso. La testa è orientata verso destra e i capelli a ciocche terminano in una frangia che si apre a forbice sopra l’occhio sinistro. Il viso asciutto, con mento ben distinto, presenta sopracciglia arcuate e il labbro superiore della bocca è pronunciato; il ritratto è parzialmente ricomposto ma la parte posteriore, quella della nuca, è mancante. Il manufatto è danneggiato, inoltre, da tre fratture: una dalla tempia destra allo zigomo, una nella zona cranica sinistra e un taglio netto verticale sul retro che è riconducibile a una probabile iconografia a capite velato.

Statua di fanciullo con bulla

La statua è databile al I secolo d.C. e il suo stato di conservazione è mutilo, poiché mancante della testa, del braccio destro e della mano sinistra. Rappresenta una figura che, in piedi, insiste sulla gamba destra mentre la sinistra è flessa e leggermente arretrata. La scultura è rivestita di una toga che ricade in panneggi pesanti, che però lasciano trasparire, in alcune zone, l’anatomia della figura e contribuiscono a creare l’effetto chiaroscuro; tra le pieghe il sinus si allunga fino al polpaccio. Sul petto è ben evidente una bulla che denota l’età giovanile del personaggio riprodotto; allo stesso tempo però, sulla sinistra, addossata al plinto è visibile una cista con coperchio e manico che indica il rango di magistrato.