Giovanni Episcopo è un romanzo di Gabriele D'Annunzio, pubblicato nel 1892. Fu il secondo romanzo in prosa del poeta abruzzese.

Pubblicato in tre puntate nella Nuova Antologia tra febbraio e marzo 1891 con il pre-titolo Dramatis personae, insieme a L'Innocente, è considerato uno dei romanzi sperimentali di D'Annunzio, deciso a prendere le distanze dal naturalismo.. Fortemente ispirato ai romanzi e racconti russi ottocenteschi quali La mite di Fëdor Dostoevskij, il libro si presenta come una lunga confessione del protagonista, che, sotto forma di monologo indirizzato a un interlocutore ignoto, spiega convulsamente e in modo nevrotico la storia della sua vita e del crimine da lui commesso.

Considerato il titolo meno riuscito dell'intera produzione letteraria dannunziana sia dalla critica (il libro venne severamente recensito anche da Luigi Capuana). che dallo stesso autore,... viene comunque tenuto in considerazione dagli esperti per seguire «lo sviluppo della narrativa dannunziana negli anni cruciali che dal Piacere conducono al Trionfo della morte».

Storia editoriale

Giovanni Episcopo apparve in tre puntate in altrettanti numeri della rivista Nuova Antologia, precisamente l'1 e il 16 febbraio e l'1 marzo 1891. Per la pubblicazione periodica, D'Annunzio ricevette un compenso di 1000 Lire.. Nell'agosto dello stesso anno, D'Annunzio propose all'editore Emilio Treves la pubblicazione dell'opera insieme a L'Innocente in un unico volume, in quanto li riteneva entrambi esperimenti da intendere come inizio del suo cambiamento artistico. La richiesta di fare di Giovanni Episcopo la seconda parte di un "dittico" il cui punto centrale avrebbe dovuto essere L'Innocente avrebbe ridotto l'intero romanzo a semplice introduzione all'altra opera.. Treves respinse la richiesta e il libro venne stampato singolarmente nel gennaio 1892 presso la tipografia Bideri di Napoli per conto dell'editore Luigi Pierro e presentato in una seconda edizione dallo stesso nel 1899.

Il libro fu poi presentato al pubblico francese nell'antologia Episcopo et Cie, stampata a Parigi da Calmann-Lévy (che aveva già pubblicato L'Innocente),. nel 1895, con una scelta di novelle. Il titolo si rifà a una battuta pronunciata da Wanzer nel libro. D'Annunzio cercò inizialmente di far pubblicare l'edizione francese del romanzo nel 1893 presso l'editore Hérelle, con il titolo di L'humble assassin.

Nel 1931, unitamente a Terra vergine, Giovanni Episcopo comparve nel decimo volume dell'edizione nazionale Le primavere della mala pianta dell'Officina Bodoni. Trama L'intero romanzo è impostato come una lunga confessione di un uomo, che si identifica come Giovanni Episcopo, ad un interlocutore ignoto, chiamato semplicemente «Signore», che racconta i fatti di un omicidio compiuto contro il suo «schiavizzatore».

Giovanni Episcopo è un impiegato orfano, dal carattere introverso e taciturno, che conduce una vita mediocre, priva di particolari emozioni. Divide tutta la sua esistenza tra la camera ammobiliata che ha locato in una piccola e tranquilla pensione e il lavoro. Durante un litigio tra due colleghi in ufficio, viene accidentalmente ferito da Giulio Wanzer, un uomo prepotente e aggressivo. Dopo questo episodio, Episcopo finisce per diventare succube di Wanzer, che inizia a manipolarlo, rendendolo di fatto un suo servitore.

Giovanni viene convinto da Wanzer a cambiare residenza per raggiungerlo nella sua pensione, frequentata da colleghi di Episcopo e da gente di malaffare. Qui conosce una giovane e piacente cameriera, Ginevra, figlia dei proprietari dell'albergo, di cui s'invaghisce e con la quale, grazie anche all'intervento prepotente di Wanzer per farli conoscere, finisce per fidanzarsi e poi sposarla. Intanto, Wanzer viene coinvolto in uno scandalo e sparisce dalla circolazione: dopo aver sottratto dei soldi dalla tesoreria dell'azienda per cui lavorava, fa perdere le sue tracce. In seguito, il protagonista scoprirà che è fuggito a Buenos Aires.

Dopo aver speso i risparmi della sua vita per comprare e arredare casa, già dalla prima notte dopo le nozze il carattere di Ginevra comincia a mutare, rendendola sempre più crudele e scostante col marito. Nonostante la nascita del figlio Ciro (la cui reale paternità rimane incerta), per cui Giovanni spera di poter salvare il proprio matrimonio, la situazione degenera rapidamente: per i problemi famigliari trascurerà i suoi doveri d'ufficio e, dopo qualche ammonizione, verrà licenziato. Sarà dunque costretto a mantenere un tenore di vita più modesto e a cercare lavori più duri e meno remunerativi. Frattanto, sua moglie inizia a invitare sempre più uomini in casa propria, con cui ha rapporti sessuali o si prostituisce. La famiglia sopravvive anche grazie alle concessioni monetarie della perfida madre di Ginevra, Emilia, che ha aperto una piccola bottega con i soldi del genero e che possiede ancora la pensione. Nonostante le difficoltà economiche e personali, Episcopo sembra almeno riuscire nel suo scopo: far crescere il figlio in condizioni quasi dignitose, nonostante la sua degradazione personale e quella famigliare. In questo periodo, Episcopo si avvicina al suocero Battista, ripudiato dalla moglie in quanto alcolizzato, con cui stringerà un rapporto di compassione reciproca. La morte dell'amico Battista, già preannunciata da diversi problemi di salute, peggiorerà lo stato emotivo di Giovanni.

Dopo anni passati tra numerose sofferenze, la situazione precipita quando una sera si presenta a casa Episcopo Giulio Wanzer, ritornato (probabilmente ricco) dall'Argentina dopo che il suo reato è caduto in prescrizione. Wanzer, con il favore di Ginevra, che in lui individua un nuovo amante, si stabilisce nella casa. Giovanni è incapace di reagire alle angherie dell'ex collega, nonostante anche suo figlio abbia paura di lui. Succube della personalità di Giulio, Giovanni riuscirà a ribellarsi solo quando Wanzer alzerà le mani su Ciro, dopo aver picchiato Ginevra: prenderà un coltello in cucina e ucciderà l'intruso.

L'incertezza del finale

La narrazione che il narratore protagonista, Giovanni Episcopo, dà dei fatti riportati al termine del romanzo è alquanto lacunosa. Dal testo si possono ricavare le seguenti informazioni: Episcopo sarebbe rimasto immobile nel subire i soprusi di Wanzer sulla sua famiglia. Egli riacquista lucidità sentendo un urlo «selvaggio» del figlio: si risveglia dal torpore e afferra un coltello a portata di mano, precipitando nella stanza del figlio. Qui vede Ciro avvinghiare il corpo di Wanzer e le mani di quest'ultimo «su mio figlio». A questo punto, Episcopo accoltella Wanzer più volte. Da questo punto in poi, la narrazione si fa sempre più confusa e tutto lascia presagire che il racconto sia influenzato dal delirio del narratore. Sappiamo che la mano di Episcopo si è «ingiallita» perché egli ha toccato le palpebre del figlio per abbassarle e, come conclusione, Episcopo si rammarica chiedendosi come facciano i morti a guardare da sotto i lenzuoli e constata l'impossibilità di chiudere l'occhio sinistro di Ciro..

Sulla base di queste informazioni presenti nel romanzo, non è chiaro che cosa sia effettivamente successo in quei momenti. Ad una prima lettura superficiale, seguendo la sequenzialità della scrittura, Episcopo avrebbe ucciso Wanzer per salvare il figlio, mentre Ciro sarebbe morto nel corso di un delirio (impossibile quantificarne la durata), durante il quale il bambino avrebbe avuto l'allucinazione di essere guardato dal cadavere di Wanzer. Le incongruenze di questa visione sono però troppe: lo stato d'animo di Episcopo, sia nel momento in cui accadono i fatti sia in quello in cui la voce narrante parla, e il salto di linea che comporta il passaggio dalla penultima all'ultima pericope scritta nella conclusione del discorso di Episcopo. Nel finale viene ripresa la stessa invocazione diretta con cui si apre il romanzo, ovvero l'allocuzione al «Signore» che rappresenta un narratario esterno all'opera, ma la situazione qui è invertita: mentre all'inizio Episcopo parla per rispondere all'ingiunzione di raccontare, qui lo fa per supplicare il «Signore» perché questi non se ne vada, ma lo assista fino alla sua morte ormai vicina. Episcopo a questo punto non ha più una storia da offrire sia al narratario che al lettore. Il finale di Giovanni Episcopo è anche una morte narrativa: al di fuori degli eventi della storia che lo ha coinvolto, Episcopo non ha più ragion d'essere. Quel che Episcopo dice è che, una volta passata questa soglia, non appartiene più all'ordine della diegesi, ma a quello del simbolico, in cui il piano fattuale viene meno, perso in una serie di simboli allusivi che non si sa se riferiscano a eventi reali oppure a stati allucinatori.

Di Ciro, paragonato ad un «giglio» privo di sangue, in contrapposizione all'altro cadavere, che invece contiene un «mare di sangue», non vengono menzionate né le tempistiche né le cause del decesso. Ciò rimanda allo stato d'animo di Episcopo al momento dell'assassinio: Giovanni è immerso in una trance che non gli permette né di testimoniare a favore né contro di sé, ed è «trasportato» da una «forza prodigiosa» a brandire il coltello. Il testo afferma: «Due, tre, quattro volte gli confissi il coltello nella schiena…», ma non è riferito chi sia il referente di questo dativo: sicuramente Wanzer, ma potrebbe essere anche il suo stesso figlio..

Questa parte della storia è dunque una grande ellissi, mostrata solo a conclusione dell'intera vicenda: l'impossibilità di comprendere le cause dirette della morte del bambino rende tutti i personaggi dell'opera partecipi della colpa di quest'uccisione. Ciro è, non a caso, l'unico personaggio che si sottrae alle logiche comportamentali dei personaggi del racconto. Questa ellisse narrativa rende Giovanni, il supposto narratore, un elemento assolutamente passivo, permettendo così che la storia proceda fino al suo climax finale..

Tematiche Distacco dal naturalismo

Se il distacco definitivo e cosciente dal naturalismo è testimoniato in D'Annunzio da alcuni articoli sparsi degli anni 1892-1893, Giovanni Episcopo è il libro che, venuto dopo Il piacere del 1889, mira a integrare l'oggettività con la più complessa e soggettiva analisi interiore, esprimendo una forte insoddisfazione nei confronti dell'estetismo e riallacciandosi più al positivismo..

Avvertendo i limiti del primo romanzo, delle cui «lucide forme verbali» si dichiarava nauseato, D'Annunzio, per uscire dalla crisi profonda, dà mano a una storia a metà tra il racconto lungo e il romanzo breve, che conserva il suo esplicito valore documentario in quanto frutto di una stagione culturale inquieta, di spasmodica esplorazione di forme nuove in sintonia con le più aggiornate esperienze e mode europee. Giovanni Episcopo rappresenta dunque un cruciale momento di transizione e di sperimentazione all'interno della produzione narrativa dell'autore, collocandosi al crocevia tra istanze culturali differenti che oscillano tra la residualità naturalistica e l'approccio psicologistico.

Inattendibilità del narratore

Il principale vettore strutturale dell'opera risiede nell'inattendibilità del narratore protagonista, lo stesso Giovanni Episcopo. Tale inattendibilità si manifesta, a un primo livello formale, attraverso una sintassi concitata, sconnessa e frammentaria, tipica del parlato di una persona molto agitata, modellata sul ritmo emotivo della confessione orale. Il narratore non riesce a dare ordine ai propri pensieri: Episcopo mantiene per tutto il testo un tono instabile e alterato, costantemente interrotto da commenti metanarrativi e da appelli a un interlocutore silenzioso, identificato come un anonimo signore che richiama il protagonista al filo del racconto ogni volta che questi devia in digressioni..