Le origini: le prime codificazioni

Già presso le comunità preistoriche la pena di morte era comminata abbondantemente come sanzione. Naturalmente, essendo le leggi tramandate esclusivamente per via orale, non sono potute giungere sino a noi testimonianze di codici penali scritti. Tuttavia possiamo supporre che la pena capitale fosse applicata in modo soggettivo e arbitrario da parte dei capi tribù e che fosse inflitta per crimini quali il furto, l'omicidio e, probabilmente, anche per delitti di lesa maestà e per i sacrilegi.

Nel passaggio dalle forme consuetudinarie di questo diritto embrionale alle codificazioni scritte, la pena di morte è rimasta in voga e, quindi, la ritroviamo in tutti i codici delle civiltà antiche.

La prima testimonianza scritta dell'uso della pena di morte è rappresentata dal Codice di Hammurabi, una raccolta di leggi stilate durante il regno del monarca babilonese Hammurabi (che governò dal 1792 al 1750 a.C.). Tale codice disponeva che la pena per i vari reati fosse, in molti casi, identica al male creato e, in particolare, che la morte fosse inflitta non solo per l'omicidio, ma anche per crimini quali il furto, il sacrilegio e le negligenze commesse nell'esecuzione del proprio lavoro che provocavano la morte colposa (ad esempio: se una casa crollava per un difetto di costruzione, e nell'incidente restava ucciso il committente dell'abitazione o un suo familiare, allora l'architetto veniva condannato a morte). Non si trattava comunque di un codice equo, poiché la gravità della colpa e della pena comminata dipendeva dalla classe sociale cui appartenevano il colpevole e la vittima: lo schiavo aveva minor valore del nobile, per cui, a parità di reato, era soggetto a pene più dure. Nonostante tutto, il Codice di Hammurabi rappresentava pur sempre una grande conquista perché, per la prima volta nella storia, eliminava l'arbitrarietà e la soggettività nei giudizi, grazie all'introduzione di leggi scritte inderogabili.

Anche gli Egizi usavano infliggere la pena di morte, che era applicata, oltre a coloro che infrangevano la “Regola universale” Maat - tra cui offendere o attentare alla vita del faraone –, anche a chi si macchiava di reati quali l'omicidio, il sacrilegio, il furto, lo spionaggio e le infrazioni fiscali. Tuttavia, al contrario di quanto stabilito dal Codice di Hammurabi, nell'antico Egitto le sentenze erano uguali per chiunque, indipendentemente dalla propria posizione sociale o dalla propria situazione economica. Solitamente le esecuzioni erano effettuate tramite l'annegamento del condannato nel Nilo all'interno di un sacco chiuso, oppure mediante la decapitazione. Presso le civiltà precolombiane dell'America Latina (Maya, Aztechi, Incas) non esistevano le carceri: il furto veniva punito con la schiavitù e l'omicidio con la morte, se il colpevole non era in grado di risarcire adeguatamente i parenti delle vittime; inoltre, il codice morale non distingueva tra omicidio colposo e volontario. Anche l'adulterio, considerato come un reato contro la proprietà, era ugualmente punito con la morte: a differenza di quanto avveniva presso altre civiltà, non veniva punita la moglie, bensì il suo seduttore, il quale, una volta consegnato al marito, veniva trucidato da quest'ultimo, gettandogli, dall'alto, un grande masso sul capo.

Nemmeno l'antica Grecia si sottrasse alla pena capitale; tuttavia, se molti la consideravano strettamente collegata all'idea di giustizia (sia terrena sia divina), altri preferirono superare questa idea legata al semplicistico concetto di punizione intesa come forma di vendetta, rivolgendo, piuttosto, le loro attenzioni alle finalità educative delle pene ("exemplum") verso l'insieme della società.

Ad esempio, Platone (428-348 a.C.) credendo nella relazione proporzionale tra crimine e relativa sanzione, e pur considerando l'utilità delle pene per l'espiazione d'una colpa e per la prevenzione di ulteriori mali, preferiva far comminare in misura eccezionale, ed esclusivamente per reati gravissimi, la pena di morte (come crimini contro lo Stato, sacrilegio, omicidio premeditato, assassinio dei genitori o altri parenti prossimi). Ecco, infatti, cosa scrive Platone nelle sue Leggi:

La tragedia greca, nelle sue espressioni più antiche, ha più volte rispecchiato l'idea della giustizia come obbligo di vendetta spettante soprattutto ai figli della vittima. Così, nelle Coefore di Eschilo, inutilmente Oreste cerca di sottrarsi a questo pesante dovere, dal momento che l'oracolo di Apollo gli ha predetto infiniti dolori e malattia qualora non vendichi l'assassinio di Agamennone. Nella polis greca la permanenza della pena di morte ha subito ripensamenti e attenuazioni, specie nelle vicende politiche e costituzionali di Atene, registrando il graduale superamento del concetto di punizione come vendetta, anche se a lungo le esecuzioni furono lasciate all'iniziativa dei familiari della vittima.

Il principio del taglione fu applicato inizialmente anche nel diritto romano e, più tardi, nell'arcaico diritto germanico. L'espressione latina indicante il condannare a morte era damnare capite o damnare capitis.Altre dure condanne previste dal diritto romano erano i lavori forzati nelle miniere (damnare ad metalla) e la condanna alle bestie del circo (damnare ad bestias). Nell'antica Roma fu codificato nelle “Leggi delle XII tavole” (V secolo a.C.). Nella Tabula VIII, si legge: «Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto», ovvero: «Se si sarà provocata una lesione personale senza che sia intervenuto un accordo risarcitorio, si applicherà la legge del taglione».La traduzione del testo latino è conforme a quanto affermato da: Ovviamente la legge del taglione prevedeva la pena di morte per l'omicidio, ma si poteva venir condannati a morte pure per altri delitti. In particolare, nel mondo latino, almeno nei primi secoli, erano puniti con la morte i crimini ritenuti di pubblico tradimento, mentre per i delitti privati si applicava la legge del taglione. Si noti in particolare come nell'antica Roma fossero considerati reati gravissimi, sanzionabili con la massima pena, non solo il tradimento della patria o la rivolta contro l'autorità, ma pure lo spostare un cippo che delimitava il confine di un campo, il rubare il bestiame o il raccolto altrui, l'uccidere, lo stuprare, il violare una promessa, il dare falsa testimonianza, il rubare di notte, l'incendiare una casa o le messi, il rubare al padrone, l'ingannare un cliente.

I metodi che ricorrevano per le pene erano veramente feroci. I Romani facevano ricorso alla decapitazione, alla fustigazione a morte, all'impiccagione, al taglio di arti, all'annegamento, al rogo; le vestali colpevoli di infedeltà venivano seppellite vive (perché non era permesso versare il loro sangue), il loro seduttore era bastonato fino alla morte; i nemici pubblici, i servi che avessero derubato il padrone, i colpevoli di falsa testimonianza venivano lanciati dalla rupe Tarpea; agli schiavi, o comunque a coloro che non godevano della cittadinanza romana, era riservata la crocifissione. Ma non si deve credere che con il passare del tempo i costumi romani si siano ammorbiditi: ancora nel 71 a.C. più di 6.000 uomini che avevano seguito Spartaco nella sua rivolta contro Roma furono crocefissi lungo le strade consolari, mentre i primi cristiani, ritenuti colpevoli di sovvertire l'ordine pubblico, furono dati in pasto alle belve negli anfiteatri sino al 313 d.C., quando l'imperatore Costantino, emanando l'editto di Milano, pose definitivamente fine alle persecuzioni nei loro confronti.

In estrema sintesi, si può quindi affermare che, sin dall'antichità, la pena capitale sia stata perlopiù considerata un mezzo idoneo a tutelare l'ordine sociale.

Il periodo medievale Nel Medioevo europeo molti soggetti potevano infliggere pene, anche quella capitale. Questo perché il sistema feudale tipico del periodo fu caratterizzato da una grande sovrapposizione di autorità: il potere dello Stato era certamente riconosciuto al re o all'imperatore, ma a questi si affiancavano sia i feudatari sia i magistrati cittadini, investiti entrambi del compito di amministrare la giustizia.

Accanto al potere politico, vi era, inoltre, quello religioso, molto influente sui poteri civili, tanto che questi ultimi divennero spesso il braccio armato della fede. Tutto questo determinò il frequente e discutibile utilizzo della pena di morte, che poteva essere decretata, oltre per l'omicidio, per i reati di furto, tradimento e sacrilegio. Anche la Chiesa romana non si sottrasse a questa pratica, assumendo la figura del giudice e richiedendo ai poteri civili l'esecuzione. Questo fu possibile poiché a partire dal 313, con il già menzionato Editto di Milano, la Chiesa poté conquistare un posto d'onore all'interno dell'impero, diventando finanche religione ufficiale di Stato nel 380 d.C., sotto l'imperatore Teodosio, con l'Editto di Tessalonica. A prova della crescente influenza conquistata dalla chiesa nei confronti delle istituzioni imperiali basti rilevare che nel 315 era addirittura decretata la pena di morte per chi perseguitava gli ebrei convertiti al cristianesimo; in seguito la condanna incominciò a essere inflitta a chi, all'opposto, passava dal cristianesimo all'ebraismo.

Col passare del tempo, la stessa Chiesa cattolica prese posizione in materia di pena capitale, sposando essa stessa pratiche a dir poco abominevoli quali le torture e le esecuzioni nel periodo della Santa Inquisizione. Ed ecco accendersi i roghi anche per chi solo si discostava dalle posizioni della Chiesa, sia sul piano dogmatico sia su quello politico e scientifico, ecco accorrere migliaia di uomini al richiamo pontificio della “Guerra santa” contro l'infedele, ecco comparire teorie che giustificavano sul piano teologico il ricorso all'assassinio, vietato dal V Comandamento.

L'uso della pena capitale in ambito cristiano è stato legittimato dagli stessi padri della Chiesa, sant'Agostino e san Tommaso d'Aquino, sulla base del principio della "preservazione del bene comune'’, in nome del quale diveniva lecito uccidere singoli malfattori. L'argomentazione di San Tommaso, ad esempio, era la seguente:

Il teologo, comunque sia, sosteneva che la pena andasse inflitta solo ai colpevoli di gravissimi delitti.

Anche Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) aveva sostenuto la liceità della pena di morte, arrivando a coniare il termine “malicidio” (malicidium): egli sosteneva che, pur restando degno d'amore in quanto uomo, un pagano ostile o un criminale, quando non vi era altro mezzo per impedire il crimine che commetteva, poteva essere ucciso per estirpare il male che era in lui.

Per tutto il Medioevo, sia in Europa sia in Medio Oriente, il tratto fondamentale delle esecuzioni capitali fu la spettacolarità: esse diventarono vere e proprie celebrazioni collettive dotate di una prorompente scenografia con tanto di pubblico. Chiaramente queste manifestazioni servirono sia a “vendicare” la società, sia a manifestare tutto il carattere terrorizzante ed esemplare dell'atto.

Tra i “metodi di morte” utilizzati nell'antichità e nel Medioevo, troviamo quelli più semplici - impiccagione, decapitazione, annegamento, lancio da un dirupo, lapidazione, crocifissione, rogo, sbranamento, sotterramento, trafissione con frecce, impalamento, morte per fame e sete (a questo proposito si ricordi il celebre supplizio del conte Ugolino della Gherardesca, descrittoci da Dante Alighieri nell'Inferno - Canto trentatreesimo ), sparo di cannone - e quelli più complessi - allungamento, bollitura, garrota, metodo del cavallo, letto incandescente, pressatura, posa del calderone, morte da insetti, metodo del pendolo, scorticamento, ruota.

Tralasciando i metodi più semplici, i quali non hanno bisogno di spiegazioni, è invece opportuno illustrare quelli più complessi, che meglio interpretano la “fantasia” perversa che la legge aveva in questo periodo.