Biografia Le origini e le prime esperienze criminali Nonostante il padre legittimo fosse Antonio De Pedis, una perizia della polizia scientifica di Roma eseguita nel 2012 all'indomani dell'estumulazione di Enrico De Pedis dalla cripta della basilica di Sant'Apollinare ha stabilito tramite comparazione di DNA che il defunto non condivideva alcuna parentela in linea diretta con Luciano e Marco De Pedis, figli di Antonio De Pedis.Ministero dell'Interno, Dipartimento di pubblica sicurezza. Relazione tecnica di indagini biologiche della Polizia Scientifica di Roma, 10 agosto 2012. Nato e cresciuto nel cuore del rione romano di Trastevere, De Pedis iniziò la sua carriera nella mala romana come scippatore per poi passare, molto presto, alle rapine legandosi ad una batteria di malavitosi dell'Alberone. Sempre ben vestito e ben pettinato e con una cura maniacale della propria immagine, tanto da meritarsi l'appellativo di “bambolotto", il 20 maggio 1974 venne arrestato per la prima volta e, nel 1977, tornò di nuovo dietro le sbarre per una rapina, commessa anni prima con Alessandro D'Ortenzi (detto Zanzarone) e scontò la pena fino all'aprile del 1980.

L'adesione alla "banda della Magliana"

Durante la sua carcerazione, Franco Giuseppucci (detto inizialmente "er Fornaretto" e successivamente "er Negro"), uno dei futuri componenti della banda e incaricato di curare la custodia e la conservazione delle armi di pertinenza di Renatino (cosa che di solito fa anche per conto di altri criminali romani), subì il furto di un Maggiolone a bordo del quale si trovava un borsone di armi affidatogli proprio da Enrico De Pedis. Dopo rapide ricerche, Giuseppucci venne a sapere che le armi, incautamente sottratte da Giovanni Tigani (detto Paperino), erano finite nelle mani di una batteria del quartiere San Paolo capeggiata da Maurizio Abbatino a cui, quindi, er Negro si rivolse per reclamarne la restituzione.

Dall'incontro tra i tre nacque quindi l'idea di unire le forze in campo per trasformare quella che in un primo tempo era nata come una semplice batteria in una vera e propria banda per il controllo della criminalità romana e che, da lì a poco, verrà conosciuta come Banda della Magliana. De Pedis, che non fumava, non beveva e neppure assumeva sostanze stupefacenti, al contrario degli altri appartenenti alla banda (tutti cocainomani), possedeva uno spiccato "spirito imprenditoriale": mentre molti altri sperperavano i propri bottini, egli investiva, anche in attività legali (imprese edili, ristoranti, boutique...), i proventi derivanti dalle azioni criminose.

Il debutto come banda fu il sequestro di Massimiliano Grazioli Lante Della Rovere, avvenuto il 7 novembre 1977 e che, per l'inesperienza nel campo, finirà nel sangue con l'uccisione dell'uomo, ma con il riscatto di due miliardi comunque incassato. De Pedis, che non aveva partecipato all'esecuzione del sequestro in quanto ancora detenuto, si vide comunque riconosciuta una quota di quindici milioni di lire.

De Pedis, a capo della fazione "testaccina" della banda in cui erano presenti, tra gli altri, l'amico di sempre, Raffaele Pernasetti (detto “er palletta”), Danilo Abbruciati ed Ettore Maragnoli, venne favorito nella conquista del potere anche dalla prematura scomparsa di Giuseppucci ed Abbruciati, entrambi assassinati, sfruttando la cosa per stringere contatti con potenti esponenti delle organizzazioni di criminalità organizzata, in particolare siciliana (vedi Pippo Calò, il punto di riferimento di Cosa nostra a Roma dal 1972 al 1985 quando fu arrestato) e per intraprendere un'attività di reinvestimento di ingenti somme di denaro in affari speculativi, in campo finanziario ed edilizio. Secondo quanto dichiarerà la sua amante Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano che aveva iniziato a frequentare nel 1981,. De Pedis, nonostante fosse latitante , tra il 1982 e il 1984 più di una volta sarebbe andato a cena da Giulio Andreotti, circostanza smentita dal politico. De Pedis avrebbe raggiunto un potere tale da escogitare ricatti a noti politici durante incontri hard grazie alle telecamere installate dietro ad alcune pareti di specchi in un appartamento dell'EUR..

Negli atti e negli interrogatori il nome di De Pedis saltò fuori spesso come per esempio in relazione agli omicidi di Amleto Fabiani (15 aprile 1980), Orazio Benedetti (23 gennaio 1981), Nicolino Selis e il cognato Antonio Leccese (3 febbraio 1981), Domenico Balducci (16 ottobre 1981), Giuseppe Magliolo (24 novembre 1981) che voleva vendicare l'amico Selis, Massimo Barbieri (19 gennaio 1982)..

Pedinando Sabrina Minardi, il 27 novembre 1984 le forze dell'ordine arrestano Enrico De Pedis con l’accusa di associazione a delinquere, detenzione e spaccio di stupefacenti, omicidio e tentato omicidio.. Al momento dell'arresto De Pedis si trovava appunto in casa con la Minardi la quale, accusata di favoreggiamento, finì agli arresti domiciliari.Arrestato un «vecchio» della banda della Magliana, su L'Unità, 28 novembre 1984. Anni dopo, la Minardi si sarebbe rivelata una testimone chiave per svelare il presunto coinvolgimento di Enrico De Pedis nella sparizione di Emanuela Orlandi.

Il 18 dicembre dello stesso anno per De Pedis e altre 51 persone fu richiesto il rinvio a giudizio. Per favoreggiamento, nei suoi confronti, vennero anche arrestati Giuseppe Sergio De Tommasi, detto "Sergione", e Vanni Terenzio.

Il 21 gennaio 1988 Enrico De Pedis uscì di prigione dopo aver scontato tre anni e due mesi di reclusione prima nel carcere di Regina Coeli e poi in quello di Rebibbia. Maurizio Abbatino spiegherà che l'organizzazione cercò “delle strade per poter aggiustare i processi. Fu De Pedis a dirmi che sperava di poter raggiungere questo obiettivo grazie all'aiuto di Claudio Vitalone che era un personaggio influente e con molte entrature in certi ambienti giudiziari romani”; De Pedis fu assistito dal fratello del senatore della Democrazia Cristiana, Wilfredo Vitalone.. Il 25 giugno dello stesso anno si unì in matrimonio con la fidanzata Carla Di Giovanni, conosciuta anni prima nel rione Testaccio. Le nozze si tennero nella basilica di Sant'Apollinare e furono officiate da monsignor Pietro Vergari, rettore della basilica e amico personale di De Pedis.

Nei suoi ultimi anni di vita tentò di affrancarsi dai suoi trascorsi malavitosi: favorito dalle ingenti risorse finanziarie di cui disponeva iniziò ad interessarsi d'arte frequentando le migliori botteghe antiquarie della capitale. In quest'ultimo periodo era solito farsi chiamare "il presidente". Era dotato di uno spiccato spirito imprenditoriale tanto che ristoranti del centro di Roma, negozi e imprese edili risultavano intestate ai parenti di De Pedis, compresa la madre Edda, amministratrice unica della “Edda Prima”, con sede nella sua casa della Magliana, una società dedita all'acquisto e alla vendita di beni immobili, rustici e urbani, loro rifacimento e nuove costruzioni. Inoltre De Pedis avrebbe sistemato il fratello Marco comprandogli un esercizio commerciale a Trastevere, un supermercato a Ponte Marconi, una pizzeria, vari appartamenti in centro, quote di società immobiliari, una barca lunga 16 metri e diventò proprietario occulto di un altro ristorante trasteverino. Il padre Antonio era anche lui un pregiudicato e gestiva con l'altro figlio Luciano, a sua volta pregiudicato, una trattoria in via Mameli. Vennero altresì acquisite notizie secondo le quali De Pedis e Giuseppe Sergio De Tommasi avevano rilevato il noto locale notturno “Jackie ‘O” in via Boncompagni nonché in esclusiva la boutique Coveri..

Gli ultimi anni, l'agguato e la morte De Pedis iniziò a non dividere più i proventi delle attività con i suoi ex complici carcerati e i loro familiari. Si sentiva sciolto da tale obbligo perché ormai i suoi introiti provenivano in buona parte da attività sue e non rientravano più nei bottini comuni. Gli altri lo interpretarono come uno sgarro e nel 1989 Edoardo Toscano, appartenente alla fazione dei maglianesi, appena uscito dal carcere si mise sulle sue tracce per ucciderlo. De Pedis fu più rapido: lo attirò in un'imboscata con un pretesto e lo fece uccidere dai suoi guardaspalle Angelo Cassani detto Ciletto e Libero Angelico, meglio noto negli ambienti malavitosi col soprannome di Rufetto.

Quando evase dal carcere Marcello Colafigli, la fazione dei maglianesi iniziò a riorganizzarsi per eliminare De Pedis. L'occasione si presentò quando riuscirono a convincere Angelo Angelotti (che già in passato era stato legato alla famigerata banda romana e che, nel 1981, con le sue "soffiate" aveva permesso a Danilo Abbruciati di uccidere Massimo Barbieri) a fissare un appuntamento con Renatino il 2 febbraio 1990 a via del Pellegrino, nei pressi di Campo de' Fiori a Roma.

De Pedis vi si recò in compagnia della sua amante Sabrina Minardi che si fermò a fare compere in una merceria; dopo poche ore i due sarebbero dovuti partire per la Polinesia perché Renatino, secondo la Minardi, “sentiva puzza di bruciato”.. Appena finita la conversazione con Angelotti, De Pedis salì sul suo scooter, ma venne affiancato al numero civico 65 di via del Pellegrino da una potente motocicletta con a bordo due killer che gli spararono un solo colpo alle spalle, uccidendolo all'istante davanti ad alcuni passanti. Nei pressi erano appostati diversi membri della banda con funzione di copertura e supporto. I due killer pare fossero Dante Del Santo detto "il cinghiale" e Alessio Gozzani, anche se poi quest'ultimo fu scagionato dall'accusa di essere stato alla guida della moto, che forse era condotta da Antonio D'Inzillo (il quale morì da latitante in Kenya nel 2008). Del Santo sparò un solo colpo perché la sua calibro 38 si inceppò e De Pedis percorse quindi ancora qualche metro zigzagando con la moto prima di cadere ferito a morte.

La Minardi racconterà poi che De Pedis aveva incrociato uno dei suoi nemici in un bar poco prima e che uscendo di tutta fretta la aveva fatta allontanare di proposito.. Carnovale e Colafigli si allontanarono insieme da Roma, fecero tappa ad Ancona, dove da sotto al carcere fecero sapere tutto ad Antonio Mancini, e poi a Venezia, dove furono raggiunti da D'Inzillo e Angelotti. Quest'ultimo si fermò per poco perché il giorno dopo tornò a Roma mentre gli altri proseguirono per l'Austria dove furono fermati alla frontiera. Ci fu un successivo viaggio nei Paesi Bassi, ma la polizia tedesca arrestò D'Inzillo, ricoverò Colafigli in un ospedale psichiatrico giudiziario e rispedì indietro Carnovale come “indesiderato”.. Al momento della morte, Enrico De Pedis non aveva condanne definitive.

Le indagini sull'omicidio Il PM Andrea De Gasperis riferì nel 2005 alla giornalista Raffaella Notariale che i killer di De Pedis erano stati tenuti sotto controllo sin dai primi passi della preparazione del delitto. Cinque giorni prima del delitto un poliziotto controllava Libero Mancone, Del Santo e Gozzani a bordo di una Renault nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino. De Pedis e Sabrina Minardi in quei giorni si trovavano a Rio de Janeiro e sarebbero tornati in Italia di lì a poco.. In un rapporto dell'Alto commissariato per il coordinamento alla lotta contro la delinquenza mafiosa è ricostruito l'intero delitto, dalla preparazione, alla città in cui si rifugiano i killer, fino alla loro cattura all'estero, sulla base del quale fu istruito il processo agli assassini di De Pedis. Chi stilò quel rapporto non mosse un dito per sventare l'agguato probabilmente perché le informazioni vennero acquisite in un secondo momento. Si è sempre parlato dell'omicidio come un regolamento di conti all'interno della malavita romana, ma è stato avanzato il sospetto che i servizi segreti possano aver avuto un qualche ruolo nell'eliminare Renatino, divenuto troppo potente.