Per negro s'intende un essere umano caratterizzato da una pigmentazione scura della pelle, di solito etnicamente originaria dell'Africa subsahariana: in senso più ampio, il termine si applica anche ai Negritos delle Filippine, agli aborigeni australiani, ai meticci e agli indiani.

Sebbene la sua etimologia e il suo significato originale e antropologico non fossero né dispregiativi né volgari, sotto l'influenza di simili termini in tedesco e soprattutto in inglese la parola ha assunto col tempo connotazioni negative e razziste anche nella lingua italiana.

Il termine inglese negro, probabilmente preso in prestito dalla lingua spagnola, fu spesso utilizzato negli Stati Uniti d'America nel periodo dell'importazione di schiavi neri dall'Africa del XIX secolo e poi ripreso in letteratura agli inizi del XX secolo, dove fu affiancato dal termine più propriamente inglese nigger. La connotazione di entrambi i termini passò poi da neutra a offensiva sempre in terra americana, e successivamente nel mondo, a partire dalla seconda metà del XX secolo.

Etimologia e utilizzi Il termine italiano negro è etimologicamente equivalente all'aggettivo nero, derivante dal latino niger/nigru(m), e aveva in origine tale significato; esempi di quest'uso del termine si trovano nelle opere di Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto e Giosuè Carducci.

In spagnolo e portoghese negro significa semplicemente nero, così come negre in catalano e occitano, e in passato veniva usato comunemente per riferirsi a individui provenienti dalle regioni sub-sahariane o appartenenti ad altri gruppi etnici di pelle scura. Qualcosa di analogo avvenne in russo, ove il "negro" era inizialmente l'arap, ovvero un individuo di etnia araba., ma il termine è poi passato ad indicare un servo di etnia africana, e si diffuse maggiormente il sinonimo negr..

L'uso del termine per riferirsi per antonomasia a una persona originaria dell'Africa è stato però adottato nelle lingue romanze e germaniche in epoca coloniale. Il termine fu usato per la prima volta nel XVI secolo durante la tratta degli schiavi spagnola e portoghese per indicare le persone, principalmente africani ridotti in schiavitù, e si riferiva al loro colore scuro della pelle.Anke Poenicke, Holger Dix: Afrika realistisch darstellen. Diskussionen und Alternativen zur gängigen Praxis, Schwerpunkt Schulbücher (= Zukunftsforum Politik, Nr. 55). 2., überarbeitete Auflage. Konrad-Adenauer-Stiftung, St. Augustin 2003, ISBN 3-933714-93-1, p. 16 segg.. Secondo il sociologo Wulf D. Hund, "[N]el contesto del colonialismo e della schiavitù moderna", è emersa la stereotipizzazione delle persone in razze umane, quando "le caratteristiche fisiche minori vennero trasformate in una questione politica".Wulf D. Hund: Rassismus. Die soziale Konstruktion natürlicher Ungleichheit. Westfälisches Dampfboot, Münster 1999, p. 12

Nello specifico, la parola spagnola negro entrò anche nella lingua inglese, ove è pronunciata . Nella lingua francese, il termine nègre, nel 1529, nel Viaggio a Sumatra dei fratelli ParmentierJean Parmentier et Raoul Parmentier, Le discours de la navigation de Jean et Raoul Parmentier, de Dieppe ; Voyage à Sumatra en 1529 ; Description de l'isle de Sainct-Dominigo, Paris, Ernest Leroux, coll. « Recueil de voyages et de documents pour servir à l'histoire de la géographie depuis le XIIIe jusqu'à la fin du XVIe siècle » (no 4), 1883, XXIX-202 p., apparve per designare una "persona di colore nero". Successivamente, la parola "négre" si affermò tra i marinai e i mercanti di schiavi, e poi in tutta la società, come sinonimo di "schiavo (nero)". Secondo lo storico Pap Ndiaye, "Nei dizionari francesi del XVIII secolo, alla voce 'Négre' si può leggere: 'Vedi schiavo'. All'epoca, i due termini erano perfettamente equivalenti". Il termine analogo in tedesco trovava un utilizzo limitato nei testi del XVII secoloEtymologie, Herkunftswörterbuch der deutschen Sprache. In: Der große Duden. Band 7. Bibliographisches Institut, Dudenverlag, Mannheim / Wien / Zürich 1963, S. 464. e si è affermato nel XVIII secolo, in concomitanza con la nascita delle teorie razziali.

Derivati di questa accezione sono termini come negroide, introdotto a partire dal XIX secolo nel razzismo pseudoscientifico dell'epoca per denotare una delle razze umane, oppure il più letterario "negritudine", un movimento sviluppatosi nel XX secolo nelle colonie francesi che promuoveva l'insieme dei valori etnici e culturali dei popoli neri. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, non risultano invece riconducibili alla radice latina niger i toponimi Niger e Nigeria, per i quali si ipotizza una derivazione dall'espressione tuareg ngher (abbreviazione di gher n gheren, ovvero fiume dei fiumi).

Storia

In letteratura

XIX secolo e prima metà del XX secolo

A partire dal XIX secolo il termine negro, insieme a nigger, fu usato frequentemente anche in letteratura. Nel celebre romanzo abolizionista La capanna dello zio Tom, di Harriet Beecher Stowe, nonché nelle opere di Mark Twain, il vocabolo era usato per riferirsi agli schiavi o ex schiavi afroamericani; Twain in particolare usava spesso il termine negroes anche nelle opere di saggistica, come Seguendo l'Equatore, e ricorreva invece a nigger quando rappresentava lo slang della gente di campagna della valle del Mississippi, come nell'autobiografia Vita sul Mississippi, sebbene nessuna delle due forme appaia nelle sue opere come intrinsecamente discriminatoria. Una diversa sensibilità del significato del termine iniziò a manifestarsi a cavallo tra il XIX e il XX secolo: due casi letterari che riflettono questo cambiamento semantico sono quelli del romanzo di Joseph Conrad Il negro del "Narciso", che fu pubblicato negli Stati Uniti col titolo di The Children of the Sea: A Tale of the Forecastle, e il romanzo giallo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, il cui titolo originale Ten Little Niggers fu modificato, per motivi analoghi, in And Then There Were None o Ten Little Indians. La letteratura con oggetto la schiavitù dei neri continuò nella storia fino a tempi moderni, producendo numerosi testi in merito, tra cui si possono citare Le avventure di Huckleberry Finn, del già nominato Twain, e il più recente Radici, di Alex Haley, pubblicato per la prima volta nel 1976.

A partire dai primi del Novecento, iniziarono ad emergere delle denominazioni alternative ai termini negro e nigger in alcuni ambienti americani: ad esempio, una delle più antiche associazioni antirazziste statunitensi, fondata nel 1909, venne battezzata National Association for the Advancement of Colored People, denominazione in cui fu impiegato, per la prima volta, uno dei più comuni eufemismi usati come alternativa, tradotto in italiano come di colore. Il graduale rifiuto dei termini negro e nigger da parte della popolazione afroamericana iniziò a prendere forza soprattutto perché tali termini erano nati in epoca schiavista, e di conseguenza associati storicamente alla stessa discriminazione razziale. Tuttavia, il termine negro fu ancora usato per molti decenni; alcuni esempi sono la composizione Le petit nègre di Claude Debussy, del 1909, o gli interventi degli intellettuali legati al movimento artistico e culturale statunitense del Rinascimento di Harlem e in alcuni titoli legati al movimento, come l'antologia The New Negro, pubblicata nel 1925, o Negro World, settimanale fondato a New York dal sindacalista e scrittore Marcus Garvey e voce dell'organizzazione Universal Negro Improvement Association and African Communities League.

Sempre nella prima metà del XX secolo, il Museum of Modern Art di New York organizzò tre mostre tematiche sull'arte africana, tutte contenenti il termine negro nel titolo: African Negro Art, Young Negro Art e Understanding African Negro Sculpture. Dal 1936 al 1966 (con l'unica sospensione negli anni della seconda guerra mondiale) fu pubblicata poi con cadenza annuale dall'impiegato delle poste newyorchese Victor Hugo Green una guida annuale per viaggiatori afroamericani, intitolata The Negro Motorist Green Book (a volte intitolata The Negro Motorist Green-Book o The Negro Travelers' Green Book).

Nel 1948, il giornalista Ray Sprigle viaggiò per 30 giorni travestito da persona di colore negli stati del Profondo Sud segregazionista, pubblicando il resoconto della sua esperienza sulla rivista Pittsburgh Post-Gazette, in una serie di articoli intitolati I Was a Negro in the South for 30 Days. Un'esperienza simile fu vissuta nel 1959 da John Howard Griffin, che cambiò il colore della propria pelle con trattamenti medici e la descrisse nel romanzo Black Like Me, uscito nel 1961 e pubblicato in Italia col titolo Nero come me nel 1964 da Longanesi.

Anni Sessanta Nel 1947, reagendo come provocazione alla rappresentazione delle sole persone bianche nei fumetti e a quelle di colore solo nelle storie ambientate in Africa, il giornalista afroamericano Orrin C. Evans produsse la rivista All-Negro Comics, diretta soltanto al pubblico di colore.

Fino alla fine degli anni Sessanta, la parola negro non era ancora completamente percepita come dispregiativa, e costituiva il modo più comune per riferirsi ai popoli di pelle scura, sia in letteratura, sia nel linguaggio comune: esempi di tale uso si trovano nel brano musicale Angeli negri, dal film Angelitos Negros del 1948, cantato da Pedro Infante e poi eseguito in italiano da Marino Barreto Junior nel 1959, il cui testo fu ancora riproposto nello sketch "Pittore ti voglio parlare" di Gianni Agus e Ugo Tognazzi, del 1958, e ancora ricantato da Fausto Leali nel 1968. Un altro esempio di quegli anni fu il brano italiano pop del 1963 I Watussi, cantato da Edoardo Vianello.

I termini negro e derivati restavano ancora senza connotazione negativa anche nell'ambiente religioso, come ad esempio nel titolo della rivista Nigrizia dei missionari comboniani, e cinematografico: ad esempio, nel film Indovina chi viene a cena? di Stanley Kramer, venne usato il termine nigger con estrema disinvoltura, nonostante la pellicola vertesse sulle relazioni interrazziali in maniera molto netta. In quegli anni, lo stesso Martin Luther King usava correntemente la parola nigger nei suoi comizi pubblici in difesa dei diritti civili degli afroamericani, sebbene il suo impiego fosse più una provocazione sociale che un utilizzo neutro del termine.

La parola negro venne anche utilizzata nei saggi pubblicati in Italia sulla tematica della discriminazione razziale su suolo italiano: nel 1963, lo studioso degli Stati Uniti Claudio Gorlier pubblicò Storia dei negri degli Stati Uniti, e nel 1967 il saggista Roberto Giammanco, che aveva già curato la pubblicazione dell'autobiografia di Malcolm X, scrisse il saggio Black power. Potere negro. Analisi e testimonianze. L'anno successivo, sempre Giammanco curò la traduzione italiana di Black Power: The Politics of Liberation in America, di Stokely Carmichael e Charles V. Hamilton, che ebbe come titolo Strategia del Potere Negro.

Anni Settanta e graduale censura del termine