Considerato uno dei più efferati criminali italiani, si è reso autore di numerose rapine a mano armata con omicidi e sequestri di persona, è stato condannato complessivamente a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione e ha trascorso 52 anni in carcere.
È inoltre noto per le numerose rivolte carcerarie e rocambolesche evasioni di cui si è reso protagonista durante gli anni di detenzione.
Biografia La giovinezza: la formazione della banda della Comasina Nasce a Milano il 4 maggio 1950, figlio di Maria Vallanzasca Costantini e del pisano Osvaldo Pistoia; gli viene assegnato il cognome materno in quanto il padre lo ha avuto da una relazione extraconiugale, essendo sposato con un'altra donna dalla quale aveva avuto tre figli, e all'epoca le leggi in vigore impedivano agli uomini coniugati che avevano figli al di fuori del matrimonio di riconoscerli e assegnare loro il proprio cognome. A soli otto anni, con il fratello e un'amica, che più di cinquant'anni dopo diverrà sua moglie, cerca di far uscire dalle gabbie gli animali di un circo. Il giorno successivo viene prelevato direttamente dalla polizia e portato al carcere minorile Cesare Beccaria. La vicenda gli costa l'affidamento forzato a casa della prima moglie del padre, nel quartiere del Giambellino, alla periferia sud-ovest di Milano. È però fin dai tempi del Giambellino che forma la sua prima combriccola di piccoli delinquenti, costituita da ragazzini dediti a furti e taccheggi. Nonostante la giovanissima età, Vallanzasca si comporta già come un bandito esperto, tanto che comincia a farsi un nome anche negli ambienti della ligéra, la vecchia piccola criminalità milanese, con la quale inizia precocemente a intrattenere rapporti.
In breve tempo, però, sentendosi andare strette le regole della malavita vecchio stampo, decide di iniziare a delinquere autonomamente e di formare una propria banda. La banda della Comasina diviene uno dei più potenti e feroci gruppi criminali presente a Milano in quegli anni, contrapponendosi a una gang altrettanto famosa nel medesimo periodo, la banda di Francis Turatello.
Gli anni '70: le rapine, l'arresto, la prima evasione, i sequestri di persona e gli omicidi
In poco tempo, grazie ai furti e alle rapine, Vallanzasca accumula ingenti ricchezze, che gli consentono di iniziare a condurre e a ostentare un tenore di vita molto sfarzoso: vestiti firmati, orologi d'oro, automobili di lusso, bella vita e belle donne. È anche un ragazzo dotato di un aspetto particolarmente attraente, con un bel viso dagli occhi cerulei, e per questo viene soprannominato "Il bel René", nomignolo (in realtà da lui detestato) con il quale sarà noto per tutta la vita. La prima interruzione nella sua carriera da bandito avviene il 29 febbraio 1972, quando, dopo due rapine a supermercati il 15 gennaio e il 14 febbraio (giorno di San Valentino, da cui il nome di «banda di San Valentino»), viene arrestato insieme al fratello minore Roberto e ad altri complici dagli uomini della squadra mobile di Milano, all'epoca diretta da Achille Serra e dal maresciallo Ferdinando Oscuri. Lo stesso anno gli era nato un figlio, Massimiliano.Giorgio Dell'Arti, Tutti i segreti di Vallanzasca, in cinque minuti
Condannato a dieci anni di reclusione, Renato Vallanzasca viene inizialmente incarcerato a San Vittore, trascorrendo i successivi quattro anni e mezzo di prigionia con un unico intento: trovare un modo per evadere. Durante questo periodo si rende responsabile di vari tentativi di fuga falliti (in particolare, quando riesce a uscire dal carcere di San Vittore, infiltrandosi tra i detenuti in permesso di semi-libertá; verrà fermato dopo qualche minuto all'esterno dello stesso carcere, da Mauro De Giulio, capo pattuglia della volante Magenta, che stava transitando in quel momento nei pressi del penitenziario perché allertata dalla sala operativa della Questura di Milano); il bel René, oltre a rendersi protagonista di risse e di pestaggi, partecipa attivamente a diverse sommosse di detenuti, che durante questi anni, spesso agitano l'ambiente carcerario italiano, fino alla clamorosa evasione del 28 aprile del 1980. A seguito di ogni pestaggio, rivolta o tentativo di evasione, viene deciso il suo trasferimento dall'istituto di pena in cui si trova: tutto ciò lo vede cambiare trentasei penitenziari, fino a che non escogita il modo per contrarre volontariamente l'epatite, iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano, con l'intento di essere conseguentemente ricoverato in ospedale. Da lì, grazie a una vigilanza meno stretta e con l'aiuto di un poliziotto compiacente, nel 1976 riesce nel suo intento di evadere. Il 23 ottobre dello stesso anno viene ucciso, al casello autostradale di Montecatini, l'appuntato Bruno Lucchesi. Vallanzasca, nonostante un paio di persone si siano auto-accusate del delitto, viene successivamente condannato per l'omicidio al processo tenutosi presso la Corte d'assise di Firenze.
Durante la sua latitanza, Vallanzasca riesce a ricostituire la sua banda rendendosi responsabile di episodi come l’assalto armato al carcere di Lodi, facendo evadere Angelo Colia, il 2 ottobre 1976. Con la banda mette a segno una settantina di rapine a mano armata che lasciano dietro di sé anche una lunga scia di omicidi, tra cui si contano quelli di quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. Nel medesimo periodo avviene inoltre un'ulteriore evoluzione nell'attività criminale del gruppo, con il passaggio dall'esecuzione delle sole rapine, a quello dei sequestri di persona, che in tutto saranno quattro, di cui due mai denunciati. Una delle sue vittime è Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, che viene tenuta segregata per circa un mese e mezzo, dal dicembre 1976 al gennaio 1977, per poi essere liberata dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo di lire.
A questo episodio criminoso, il 6 febbraio 1977, fa subito seguito l'uccisione di due uomini della polizia stradale, che, in un posto di blocco a un casello autostradale nei pressi di Dalmine, fermano per un controllo la macchina su cui Vallanzasca viaggia insieme a Michele Giglio e Antonio Furiato; ne segue uno scontro a fuoco in cui perdono la vita sia Antonio Furiato che gli agenti Luigi D'Andrea e Renato Barborini e in cui Vallanzasca stesso viene colpito. Ferito e braccato, Vallanzasca cerca rifugio a Roma, ma dopo pochi giorni, il 15 febbraio 1977, tre mesi prima del suo ventisettesimo compleanno, viene rintracciato e catturato in un covo situato nei pressi di via Cassia, nel quale beneficiava della copertura di una complice.
Il 14 luglio 1979 sposa Giuliana Brusa, una delle tante ammiratrici che gli scrivono, nel carcere di Rebibbia. Come suo testimone di nozze, durante il matrimonio, sceglie il criminale del clan dei marsigliesi Albert Bergamelli e come "compare di anelli" proprio l'ex nemico Francis Turatello, a suggello di un'alleanza con quest'ultimo. Due anni più tardi, mentre si trova ancora in carcere, Turatello verrà ucciso da Pasquale Barra, Vincenzo Andraous, Antonino Faro e Salvatore Maltese, che lo accoltelleranno ripetutamente fino a sventrarlo; ancora oggi sono oscure le ragioni di un'esecuzione dalle modalità così efferate e cruente.
Nel frattempo, il 28 aprile 1980, Vallanzasca si rende protagonista di un nuovo, eclatante tentativo di evasione dal carcere milanese di San Vittore. Durante l'ora d'aria compaiono in mano ai detenuti tre pistole, introdotte misteriosamente. Un gruppo di carcerati, tra i quali vi è Vallanzasca, riesce a farsi strada tenendo in ostaggio il brigadiere Romano Saccoccio. Ne segue una sparatoria per le vie di Milano che prosegue persino all'interno del tunnel della metropolitana. Vallanzasca, nuovamente ferito, viene ricatturato assieme ad altri nove compagni di fuga.
Gli anni '80: l'omicidio in carcere di Loi e i rapporti con Cutolo Nella prigione di Novara, nel 1981, Vallanzasca contribuisce a fomentare un'ennesima rivolta carceraria durante la quale vengono uccisi alcuni collaboratori di giustizia. Fra questi vi è anche un giovane membro della sua banda, Massimo Loi. La vittima, poco più che ventenne, aveva deciso di abbandonare definitivamente la vita criminale, come ricorda anche Achille Serra, per iniziarne una nuova. Loi, un tempo legato da un rapporto fraterno a Vallanzasca, si era distaccato e aveva deciso di pentirsi, collaborando con la polizia e quindi accusato di essere un delatore e una spia. Vallanzasca, aiutato da alcuni suoi compagni di prigionia, armatosi di coltello, approfittò della rivolta in atto per vendicarsi e non dare modo al ragazzo di lasciare il penitenziario vivo: dopo averlo raggiunto all'interno di una cella, Vallanzasca lo colpì ripetutamente al petto con il coltello. Avrebbe poi infierito con ulteriori atrocità sul corpo del giovane ormai esanime, arrivando a decapitarlo e infine a giocare a pallone con la sua testa.
Della morte di Loi, Vallanzasca negò per decenni la responsabilità diretta e lo sfregio del corpo. Anche in un'intervista concessa a L'Europeo il 2 aprile 2006, ribadì la propria estraneità e il legame d'affetto che aveva con il ragazzo, adducendo come testimonianza diretta e a favore, quello che il noto criminale Vincenzo Andraous avrebbe riportato nel proprio libro di memorie, nelle quali quest'ultimo, tra le molte atrocità di cui si dichiara colpevole, si assunse un ruolo nell'efferata vicenda (Andraous verrà infatti condannato in quanto partecipe come uno degli assassini del Loi); queste dichiarazioni contraddicono però anche la stessa autobiografia, Il fiore del male. Bandito a Milano, che Vallanzasca scrive attraverso la testimonianza raccolta da Carlo Bonini, giornalista del quotidiano la Repubblica. Nel 2010, infine, all'interno di un nuovo libro biografico scritto insieme a Leonardo Coen, lo stesso Vallanzasca ammise il proprio delitto, descrivendo nei particolari anche i motivi (tra i quali una violenta rapina ai danni dei suoi genitori) e il modo in cui era compiuto.
Nonostante tutto però, Vallanzasca continua a negare di aver avuto un ruolo nella decapitazione e nel vilipendio del corpo del giovane, cosa invece in qualche modo confermata dalla confessione di Andraous.Si è pentito: libero il «boia delle carceri»