Il Mulino del Dosso sorge in Val Gerola sul torrente Rio, fiume spartiacque tra i comuni di Rasura e Cosio Valtellino, in provincia di Sondrio.

Oggi è la sede del museo etnografico Vanseraf, fondato da Serafino Vaninetti nel comune di Rasura.

Si presume sia stato costruito verso la fine del XVIII secolo con l'avvento di una nuova tecnica per la macinazione costituita da un particolare congegno in legno spinto ad acqua.

Il mulino disponeva di due palmenti ed ebbe modo di fornire, per quasi due secoli, agli abitanti della valle sia la farina bianca per il pane che le farine da polenta. Nel 1997 il caseggiato abbandonato rischiava di franare definitivamente nel Rio Fiume, è stato per questo restaurato. Il Molino del Dosso, ora perfettamente funzionante, è stato riconosciuto quale Museo in fase di allestimento dalla provincia di Sondrio e annoverato nel giro museale dello stesso ente.

L'antico rudere, costruito in pietra, è divenuto opera di una certa importanza socio-culturale. I rifacimenti murari e gli arricchimenti composti da decine di strumenti in pietra sono tutti originari del territorio Valligiano; anche per la copertura dei tetti, a lastre in pietra, è stata utilizzata l'antica tecnica tradizionale del luogo, eseguita da esperti del mestiere detti: teciàtt.

Il Molino del Dosso è tornato a macinare nell'anno 1999 ed è circondato da campi di grano che alimentano con i loro frutti la macina durante la rotazione.

Restauro Restauro iniziato nel 1997, con finanziamento privato di Serafino Vaninetti, ha acquistato capacità produttiva di farina già dal 1999.

Fasi del restauro Il Mulino del Dosso fu di proprietà della famiglia Pezzini fino al 1997, dopo una fase di progettazione nello stesso anno iniziò il restauro. Un primo esame concluse che sia il tetto che i muri perimetrali erano da considerare perduti. L'acqua piovana caduta per anni aveva danneggiato irrimediabilmente le travi in legno che sostenevano le mole. Un secondo esame più approfondito portò alla luce la parte del castello che sosteneva le macine. Il castello costruito in pietra e lavorato a scalpello, era schiacciato al suolo ma conservava la sua forma e valenza sia strutturale che architettonica.

La ruota in legno dentellata, risparmiata dall'acqua, era recuperabile e le macine erano rimaste miracolosamente in bilico senza aver danneggiato la ruota.

Furono queste rilevanze che diedero senso al restauro, perché il mulino, seppure nel suo quasi completo decadimento manteneva tutte le caratteristiche di costruzione del primo ottocento. I meccanismi anche se in parte irrecuperabili dimostravano la bravura e la pazienza dei loro antichi costruttori.

Giovanni Pezzini costruì il mulino nella prima metà dell'Ottocento, ben conoscendo l'azione dell'umidità sul legno, inserì quattro sostegni del castello in pietra. L'albero a pale è in larice, un legno particolarmente resistente e capace di adattarsi al terreno.

Un'iscrizione sul muro dice che storicamente il molino di Giacomo Pezzini fu costruito e restaurato da nel 1836.

Nel 1786 fu abolita la tassa sulle licenze e vennero quindi riavviati i vecchi impianti fermi ed altri vennero costruiti, e questa attività rifiorì.

Nel 1868 fu introdotta la tassa sul macinato (poi abolita nel 1884) che mise ancora una volta i mugnai in difficoltà, tuttora i mulini in funzione sono molto rari.

Componenti del Mulino ad acqua Per componenti del mulino ad acqua si intendono: le parti meccaniche; i cicli (le procedure) per la macinatura; le misture di granaglie e le mole. Principali definizioni delle componenti dei mulini ad acqua:

Componente Definizione Mola di mistura Granoturco, castagne ed altri cereali e frutti Mola di bianco Frumento, farine per il pane Mola dormiente Macina fissa inferiore immersa nella calce Mola ballerina Macina girevole superiore detta anche "ingorda" Fasera Fascia generalmente in legno attorno alla macina girevole,atta a convogliare il macinato nel buratto o cassone Tramoggia Contenitore per il grana da macinare, le misure di contenimento sono a staio(antica unità di misura corrisponde a circa 8 chilogrammi) e sono contrassegnateda chiodi che ne segnano le differenti quantità Giovvo Cassetto sul fondo della tramoggia, unito ad un contrappeso,serve per regolare l'immissione del grano nella mola Menarööl Ammennicolo in legno che ciondola dal cassetto e poggia sulla macina che in rotazione lo fa vibraree nello stesso tempo permette ai chicchi di granoturco di cadere nella macina Martellina Periodicamente le mole devono essere martellate con un apposito attrezzoper dare un particolare taglio alla macinatura Albero a ruota e pale Tronco cilindrico appoggiato su cuscinetti di legno di lance,castagno o rovere con l'estremità infissa la ruota a pale che mossa dall'acqua pone in rotazione il cilindro Ruota dentellata Altra ruota infissa sull'albero cammia con i suoi ingranaggi di legno, la velocità rotativa da orizzontale in verticale Scudi ferrati Reggie di ferro che proteggono: l'albero, le fasere e le mole in caso di disfacimento Rodigino di legno Pignone di legno, spinto in rotazione dalla ruota dentellata per porre in rotazione la macina Navigia Barra piatta in ferro che attraversa il foro centrale, infissa nella macina superiore,al centro vi è una bussola dove s'innesta il rodigino capace di metterla in rotazione Buratto Cassone che riceve il macinato, mediante un congegno di scuotimento calettato divide la farina dalla crusca Curletto Manico di ferro per sollevare la macina superiore per martellature o revisione dei congegni di rotazione,per sollevarla il curletto si innesta su due fori laterali della macina Chiusa Regolatore del flusso d'acqua del canale che si riversa sulla ruota a pale Volpera Contenitore della macina dormiente immersa nella calce Pallo o porta macina Legno mobile su cui poggia il pignone, una vite permette di alzare la macina alla misura desiderata Canaletta Generalmente di legno regolabile dall'interno del mulino costituisce l'ultimotratto della condotta d'acqua che scarica sulla ruota a pale

Ciclo di macinatura I cicli si suddividono in:

1. Grano nella tramoggia già setacciato 2. Il grano passa attraverso la bocchetta (granerola) della tramoggia 3. Il grano viene macinato (macina) 4. Il grano macinato esce dalla macina e viene trasportato nel buratto 5. Nel buratto avviene la separazione della farina dalla crusca 6. La farina nel cassone è pronta per essere insaccata.

Parti meccaniche principali Le componenti meccaniche costitutive del Mulino del Dosso sono le seguenti: A. Tramoggia B. Macina (ballerina) superiore mobile C. Sottomacina fissa D. Copertura (coffia) della macina E. Ruota dentata condotta, con albero verticale collegato alla macina (B) F. Ruota dentata conduttrice, con albero orizzontale (G) collegato alla ruota idraulica G. Albero che collega la ruota idraulica (H) alla ruota dentata (F) H. Ruota idraulica a cassetti I. Canaletta proveniente dalla captazione dell'acqua L. Dettaglio della nottolina.

Spaccato del Mulino del Dosso

Visione d'insieme 1: macina in sasso francese fissa 2: lubecchio in legno 3: denti del lubecchio intercambiabili in legno di frassino 4: braccio che sostiene il lubecchio 5: stanga per alzare e abbassare il lubecchio, imprime la rotazione alla macina superiore 6: cerchi in ferro che fasciano i denti del lubecchio 7: ruota dentellata in legno con denti intercambiabiliin legno di frassino 8: albero in larice cerchiato in ferro e con assale in ferro battuto.

Spinte idrauliche di ruote verticali

Reperti molinari arcaici

Macina rotatoria manuale, formata da una macina superiore che ruota sipnta a mano sopra una inferiore cava. Il grano veniva versato nel foro della macina posto nella parte superiore.

Mulino casalingo antico (la Pila). "La Pila" è un grosso masso con un grande incavo dove ospitare granaglie e frutti, in maniera del tutto simile al mortaio, i cereali e le castagne riposte venivano frantumate. Testimonianza anticchissima la cui l'origine è da collocare ai tempi antecedenti all'avvento dei mulini idraulici. In Valgerola di pile se ne possono trovare una decina di diverso formato.

La pila a doppio mortaio

Utilizzata per la squamatura dell'orzo. Nella foto la Pila del XV secolo si distinguono due colonne in pietra collegate da supporti a squadra in legno forato; in tali supporti scorrono i percussori.

È possibile movimentare la pila con un albero a pale con infisso cavicchi spinto dalla forza idraulica; ad ogni giro i cavicchi permettono di alzare gli stantuffi.

La pila familiare veniva utilizzata anche per la flagellazione delle carni armando gli stantuffi con ferri inseriti in una bussola; carne utilizzata per gli insaccati.

1: Mortaio biforo in pietra 2: Colonne in pietra 3: Traversa di legno forata a forma di quadrilatero 4: Traversa a cappello forata a forma di quadrilatero 5: Stanghe quadrate mobili a stantuffo 6: Piolo per il fine corsa dello stantuffo

Mulino frantoio della Cösta

Rinvenuto negli scavi effettuati in località Cösta a Sacco, frazione del comune di Cosio Valtellino (SO) è stato restaurato ed è in funzione all'interno del Mulino del Dosso. Risale al V-VI secolo dell'era cristiana, il movimento come facilmente intuibile era impresso tramite l'asta orizzontale innestata nell'albero centrale solidale con la ruota in pietra verticale. Sul basamento in pietra venivano posti: olive, uva, castagne, canapa.

Epoca della costruzione ed uso V-VI, secolo questa data è ricavata dall'architettura dell'ambiente, dalla cava dove venne estratta la pietra e dall'affresco ivi presente. I viandanti di passaggio erano le uniche fonti di comunicazione visiva e sonora per gli abitanti di quel luogo. Vivere alla Cösta significa immergersi nella natura con un clima mite che in Valgerola non ha pari. Le colture quali l'uva, olive, castagne e canapa erano coltivate con ottimi frutti, essendo a soli 500 metri sul livello del mare; i terreni a terrazzo con muri a secco arrivavano fino a fondo valle. La costruzione e la stabilizzazione di un fuoco abitativo alla Costa può essere collocato nel periodo dopo le grandi alluvioni che si sono succedute nella pianura, con il cambiamento dell'alveo del fiume Adda che fece spopolare la vecchia "Mosergia" (Morbegno) rendedolo inabitabile e paludoso.

Le famiglie cercarono un rifugio più salubre nella montagna. Si spiega nella cura nella costruzione di mura e locali adatti a ricchi proprietari e non di poveri contadini montanari. Questi antichi abitanti ccnoscitori delle tecniche per la lavorazione dell'olio d'oliva, delle noci, delle canapole, che commerciavano i loro prodotti con gli abitanti di Morbegno e di tutta la pedemontana. Il nome "cà dei Cöst" è stato assegnato solo ai nostri tempi, in origine era una sola casa, abitata fino alla metà del XVII secolo. La conformazione di questo edificio ed i locali che lo compongono dimostrano che fu costruito non per l'allevamento di animali quali mucche, capre... bensì per lavorare e conservare prodotti agricoli: vino, olio d'oliva e di noci, come si evince dall frantoio di quell'epoca. Più tardi con l'abbandono dovuto all'evoluzione del commercio, all'evento della patata, del granoturco e anche dalla peste che colpì le popolazioni intorno al 1620 che può aver minato la salute di questa farniglia provocandone l'abbandono.

La multiproprietà che ne seguì porto a chiamare questo luogo case della Cösta. Rimane comunque al visitatore da ammirare sul muro esterno un bellissimo affresco che attesta la cristianità degli antichi proprietari del '400. Interessante il particolare della mano che tocca il bambino dimostra che