La Scuola Grande dei Carmini è un palazzo di Venezia, ubicato nel sestiere di Dorsoduro, nella Calle della Scuola che collega il Campo Santa Margherita ed il Campo dei Carmini. È la sede dell'omonima scuola di devozione e di carità, più precisamente Scuola Grande Arciconfraternita di Santa Maria del Carmelo.
Storia
Fondata nel 1594, p. 46 durante il patriarcato veneziano di Lorenzo Priuli ed il dogado di Pasquale Cicogna, e riconosciuta ufficialmente sotto il titolo di Scuola del Santissimo Abito della Madonna Carmelitana nel 1597, p. 45, fu, solo nel 1767, l'ultima scuola ad essere stata riconosciuta "Grande" dal Consiglio dei Dieci.
La nascita della scuola è probabilmente dovuta alla presenza in quei luoghi, vicino al convento dei Carmelitani, di una comunità di donne, attestata già nel trecento, chiamata Scuola di Santa Maria del Monte Carmelo o Pinzochere dei Carmini. Veniva anche chiamata più popolarmente Fraternita dell'Abitino in quanto l'attività del gruppo era la confezione degli scapolari. Non sono note notizie più precise, eccetto il fatto che si riunivano prima nella nuova chiesa di Santa Maria del Carmelo, almeno dal 1348, e dal 1498 in una casa detta Ospizio della Madonna della Speranza. Inoltre ebbero, nei primi del Cinquecento, l'autorizzazione papale ad utilizzare l'altare della Visitazione di Maria Vergine (noto anche come di S. Maria Elisabetta), il terzo nella navata destra della stessa chiesa, per le proprie funzioni religioseBernardo Centanni in , p. 92. Ne resta traccia nella Mariegola della nuova Scuola che, a differenza delle altre più antiche Scuole veneziane, ammetteva esplicitamente le donne tra i membri della confraternita. Nell'antico documento si leggeva già nella prima riga «[…] Confraternita di filli e sorelle sotto il nome dell'abito della gloriosissima Vergine […]», concetto ripreso più avanti citando in un augurio e preghiera «[…] li n[ost]ri fratelli et sorelle […]» pp. 60-62.
La Scuola aveva come scopo le opere caritatevoli, come l'assistenza ai poveri ed agli ammalati o il "maritar donzele" con la dovuta dote, oltre ai fini di solidarietà tra i membri (una cosa oggi assimilabile alle assicurazioni). Il sostentamento della scuola era basato sulla rendita del crescente patrimonio immobiliare, sulle elemosine ed i lasciti testamentari, pp. 56-59, che dovevano essere cospicui se la momento del riconoscimento a Scuola Grande la confraternita poteva vantare un patrimonio di 230.000 ducati. E d'altra parte insorse, intorno al 1630, un contenzioso con i frati del convento risolto presso gli Avogadori de Comun con l'impegno della Scuola al versamento al convento di 50 ducati annui ed a limitare il numero dei cercanti (gli incaricati a sollecitare e raccogliere elemosine e lasciti) a tre per Venezia, uno per le isole della Laguna ed un altro per la chiesa, pp. 54-55.
I confratelli della Scuola erano tutti laici, artigiani e commercianti ma anche salariati e perfino poveri sebbene per divenire confratelli si dovesse pagare una tassa proporzionale alle proprie disponibilità, ma comunque a propria discrezione e con evidenti effetti nel venire a far parte della cerchia dei "maggiorenti", ed almeno una lira all'anno, p. 71. Tuttavia i frati del convento operarono una notevole ingerenza nelle attività della scuola (a partire dalla scelta del primo Guardian Grande Bernardino Suardi, p. 64 e 66) che, al contrario del sostanziale consenso espresso all'approvazione della regola nel 1597, p. 72, nel 1625 fu decisamente censurata dal Consiglio dei Dieci, ribadendo che leggi veneziane impedivano che il Clero potesse partecipare alle decisioni delle Scuole, in special modo per quanto riguardava le acquisizioni immobiliari, ed arrivando ad annullare l'elezione a Guardian Grande di Vincenzo Suardi, parente del primo, p. 65.
La scuola aveva inizialmente sede presso l'altare della Visitazione (quello già delle Pinzocchere) nella chiesa dei Carmini che immediatamente ricostruirono, originariamente in legno, e ornarono con la pala della Vergine in Gloria che consegna lo Scapolare a San Simone Stock dipinta e donata dal veronesiano Pace Pace, confratello della scuola e di cui fu anche Guardian Grande nel 1618La scuola ricostruì l'altare in marmo nel 1722, in quell'occasione fu necessario ingrandire la pala di Pace Pace e Zuanne Fontana vi aggiunse in basso le anime del Purgatorio. Cfr. Giorgio Forcellini Merlo in , p. 112-13.
Nel 1599 poterono affittare uno spazio nell'adiacente complesso conventuale dei Carmini che in poco tempo risultò insufficiente alle necessità della Scuola. Nel 1625, con il parere positivo dei Savi alle Decime, a cui si impegnavano al pagamento delle imposte, e l'approvazione del Consiglio dei Dieci, poterono acquistare all'incanto per 3500 ducati gli spazi per costruire la propria sede, una parte dell'eredità del nobiluomo Guoro, pp. 77-79. Si trattava di piccoli edifici fatiscenti che interessavano una parte a forma di "L" dell'attuale pianta rettangolare: la porzione all'angolo sinistro della facciata era occupato dal piccolo edificio della Farmacia alle tre frecce, col negozio al piano terra e l'abitazione dello speziale al primo piano.
Nel 1627, su progetto dell'architetto Francesco Caustello, iniziò la costruzione, rallentata leggermente da un conflitto giudiziario per questioni di vicinato con il N.H. Civran erede del Guoro, pp. 81-82, contenzioso risolto definitivamente nel 1636 con l'acquisto delle vicine proprietà del Civran per 8.000 ducati, p. 84. Ben più grave e tragica fu la sospensione dei lavori a causa della peste del 1630, che poterono riprendere soltanto a fine anno. L'edificio, completo della cappella e delle sovrastanti sale capitolari e dell'archivio, fu inaugurato nell'ottobre 1638. Sul soffitto della Sala del Capitolo era già stata installata la grande tela dellAssunzione della Vergine di Alessandro Varotari, p. 89, spostata nel settecento nella Sala dell'Albergo, ed i pavimenti di marmo policromo erano stati finiti.
Nel 1668 si presentò l'occasione di acquistare la Farmacia alle tre frecce, e nello stesso anno pervenne anche il cospicuo lascito del N.H. Barbaro Badoer che avrebbe consentito un più agevole prosieguo dei lavori, pp. 90-91. I lavori ebbero inizio l'anno successivo, questa volta sotto la direzione di Baldassare Longhena, ed ebbero fine nel 1670, pp.68-69. In cosa sia consistito l'intervento dell'allora settantenne Longhena non è chiarissimo: se sia limitato a raccordare nell'esterno l'esistente con il nuovo o se abbia operato modifiche progettuali sostanziali, pp. 91-95. L'unica ideazione certa è quella dello scalone monumentale con i suoi grandi portali verso la cappella ed il capitolo, sebbene per l'esecuzione si faccia il nome di Antonio Gaspari, allievo e collaboratore del Longhena.
Alla fine del Seicento la Scuola era completamente agibile, ma oltre agli altari marmorei ed il soffitto dalla Sala Capitolare concluso nel 1674 con gli stucchi, che verranno poi demoliti, era piuttosto povera di arredi e particolarmente di dipinti che invece decoravano fittamente le altre Scuole. I confratelli, consci che la prima missione era la carità, svolsero i primi lavori in economia, affidandosi a pittori meno noti ed alcuni a tutt'oggi sconosciuti: è il caso per esempio dei due dipinti di Amedeo Enz nella sala Capitolare. Ai primi del Settecento si risolsero a chiedere l'autorizzazione agli Avogadori de Comun di poter mettere a bilancio la realizzazione di nuove pitture e decorazioni. Gli Avogadori, dopo un sopralluogo, concordarono con la necessità ed autorizzarono le spese, p. 96. Iniziò così un vasto programma iconografico che vide prima il completamento nel 1703-4 dei dipinti alle pareti delle sale del Capitolo e dell'Albergo, e poi con un ritmo relativamente più serrato la realizzazione della pala della cappella e degli stucchi dello scalone (1728-1729), i dipinti di Nicolò e Giovanni Bambini sulle pareti della cappella (1733-1739), il rifacimento del soffitto della Sala Capitolare ad opera di Tiepolo (1640-1649), per finire con l'intero ciclo progettato dallo Zompini per la Sala dell'Archivio e per il soffitto della Sala dell'Albergo (1748-1753).
A seguito dei decreti napoleonici, la scuola fu soppressa una prima volta nel 1806 ma venne immediatamente ricostituita con l’autorizzazione del Dipartimento dell’Adriatico. Nel 1807 fu definitivamente soppressa ed suoi beni immobili passarono al demanio dello Stato, mentre il tesoro si occupò di confiscare 14 casse di preziosi vari destinati ad essere fusi e trasformati in moneta. Tuttavia in una lettera del Prefetto dell’Adriatico al parroco si ribadiva da una parte il divieto a costituirsi in società, dall'altra il fatto che «non osta che particolari divoti in dipendenza del Parroco intervengano a pie pratiche ed a funzioni religiose per impulso di zelo spontaneo»; la Scuola quindi poté sopravvivere, dal punto di vista legale, in modo illegittimo. Con l’occupazione austriaca le maglie furono meno strette e nel 1840 il Patriarca Monico trasmise al governo austriaco la richiesta dei confratelli per costituirsi in Arciconfraternita. Nel 1853, dopo l’approvazione dell’Imperatore, fu ufficialmente ricostituita e posta sotto il controllo della Chiesa piuttosto che del governo civile. Durante il successivo governo italiano l’Arciconfraternita continuò ad essere riconosciuta e classificata come Ipab nel 1921, per seguire poi tutti gli aggiornamenti legislativi repubblicani. Nel 1938 il Patriarca Piazza riconsacrò l’edificio della Scuola tornandolo ufficialmente adibito al cultoBernardo Centanni in , pp. 99-102.
La Scuola continua la sua attività ancora oggi, essendo sede di iniziative culturali, oltre che sede museale di rilievo.
Descrizione Esterni La facciata della Scuola Grande dei Carmini, in stile barocco, è rivolta a sud e dà sul lembo sud-occidentale di Campo Santa Margherita, mentre l'unico altro lato non coperto ad altri edificiIl lato est, poco visibile in quanto affacciato sulla stretta Calle del Nonzolo, è semplicemente trattato ad intonaco. è rivolto ad ovest, parallelo alla navata sinistra della chiesa dei Carmini e visibile da Campo dei Carmini.
Il candore delle due facciate si deve alla loro superficie in pietra d'Istria e si oppone al nero delle fitte inferriate in ferro battuto, che chiudono ogni finestra dell'edificio.
Facciata sud
La monumentale facciata principale si sviluppa su due livelli chiusi da cospicui cornicioni e pentapartita da lisce semicolonne corinzie binate impostate su alti basamenti specchiati. La partizione a cinque segue l'obiettivo di ricostruire un'unità simmetrica alla facciata e non ha un'esatta corrispondenza con la struttura interna. Le tre aperture nei due piani a destra corrispondono alla cappella e alla sala capitolare già finite nel 1638, le due di sinistra sono dovute ad un'aggiunta seguita all'acquisizione nel 1667 dell'edificio della Farmacia alle tre frecce che occupava tutto l'angolo sinistro, p. 69. Quest'ultima realizzazione, a differenza della porzione precedente, è divisa internamente in tre piani ed internamente le grandi finestre sono parzialmente cieche. Al piano terra, elevati da tre gradini, si aprono i due portali ad arco con mascherone angelico in chiave, sormontati da timpani centinati spezzati da una nicchia vuota. Ad essi sono interposte le tre finestre sempre ad arco, con mascheroni femminili in chiave, sormontate da un timpano triangolare. Il piano superiore riprende la medesima struttura ripetendo la cadenza delle aperture, solo quelle corrispondenti ai portali sono più ampie e l'arco si inserisce nel timpano centinato spezzato sull'architrave.
Facciata ovest