La Repubblica Cispadana fu una delle prime Repubbliche sorelle dell'Italia settentrionale soggette alla Repubblica Francese. Nacque sull'onda delle fulminee vittorie della Campagna d'Italia condotta dal generale Bonaparte, costituendosi dapprima, nell'ottobre 1796, come Federazione ed in seguito, nel dicembre dello stesso anno, come vero e proprio stato unitario. Ne fecero parte i territori del Bolognese, del Ferrarese, del Modenese, del Reggiano, della Garfagnana, di Massa e di Carrara. Per un breve periodo comprese anche la Romagna. Riuscì in diversi Congressi a darsi una Costituzione, a stabilire un proprio stendardo, antesignano della bandiera italiana, a dotarsi di un'organizzazione militare, sebbene sotto la gestione francese, e di una struttura di governo.

Fu però solo nominalmente uno Stato indipendente, restando sempre sottoposto al controllo francese ed alle direttive impartite da Bonaparte. Durante la sua breve esistenza, dovette affrontare consistenti difficoltà dovute soprattutto a due fattori: da un lato una grave crisi economica causata principalmente dalle requisizioni effettuate dai Francesi nei territori conquistati, che portarono in qualche caso a rivolte popolari duramente represse; dall'altra le resistenze opposte da molta parte delle classi dirigenti civili e religiose al consolidarsi dei principi rivoluzionari.

Sia per la sua debolezza interna, sia per gli sviluppi internazionali che condussero alla pace siglata a Campoformio, Bonaparte nel luglio 1797 ne decise la soppressione, unendola alla Repubblica Transpadana e andando così a formare la Repubblica Cisalpina. Tuttavia, nonostante la sua scarsa durata, è considerata da diversi storici come il primo esempio di istituzione democratica italiana dell'epoca contemporanea.

Storia Contesto storico geografico

Nel 1796 l'area emiliana e romagnola si trovava da tempo suddivisa in diversi stati: il Ducato di Parma, governato dai Borbone, il Ducato di Modena e Reggio, retto dalla dinastia Estense, che si estendeva anche al di là dell'Appennino comprendendo la Garfagnana ed era abitato complessivamente da abitanti,Un recente censimento effettuato durante la Pasqua del 1795 aveva contato fanciulli e fanciulle, adulti di cui maschi e femmine, suddivisi in fuochi; a parte erano conteggiati ecclesiastici e ebrei. Il carrarese aveva abitanti. In . oltre alle province pontificie, ovvero le Legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna.

Si trattava di territori caratterizzati da una situazione di arretratezza culturale e politica, in particolare rispetto alla Lombardia, in quanto molto poco vi aveva influito il rinnovamento che si era prodotto nel '700 ad opera dell'Illuminismo,. tenuto anche conto che alcuni timidi interventi riformatori in materia economica e scolastica realizzati a Modena sotto l'impulso del Muratori da Francesco III d'Este, si erano bloccati con la sua morte avvenuta nel 1780.. In qualche caso, peraltro, v'era chi aveva reagito contro il prevalere delle nuove idee provenienti dalla Francia, come quando la Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere di Mantova nel 1781 e nel 1783 aveva lanciato due concorsi sul tema Quale sia presentemente il gusto delle belle lettere in Italia e come possa restituirsi se in parte deturpato.Silvio Pivano, Albori costituzionali d'Italia, 1796-97, Torino, fratelli Bocca, 1913, p. 17

Dalle popolazioni non venivano segnali di particolari inquietudini, a parte alcune vertenze di natura commerciale o di uso delle acque di Ferrara rispetto a Bologna, oppure diffidenze tra Modena e Reggio.. Ancora nel 1791 un ambasciatore della Repubblica di Lucca riferiva, a proposito del ducato di Modena, di «sudditi generalmente contenti, non essendo dal signor Duca stato disposto alcun aggravio ed essendosi aperte alcune nuove strade ed edificati diversi ponti [per cui] il ducato si conserva florido e ricco»,Relazione dell'ambasciatore Nicola Montecatini-Gigli riportato in . mentre nel 1794 a Reggio Emilia v'erano state manifestazioni di grande entusiasmo religioso, ai limiti del fanatismo, ed una positiva accoglienza popolare verso la cavalleria napoletana in transito..

Lo sconvolgimento europeo avviato dalla Rivoluzione francese non aveva avuto sino ad allora significative conseguenze sull'assetto della Penisola, dato che molti Principi italiani, come il Papa ed il Duca di Modena, benché avessero rotto le relazioni diplomatiche con la Repubblica, non avevano aderito ad alcun impegno militare contro di essa..

Così negli anni 1792-1795 in ambito italiano era stato Carlo Emanuele ad addossare al Piemonte sabaudo il maggior peso della guerra contro la Francia repubblicana, fino a ritrovarsi unico alleato dell'Austria, quando nel 1795 uno dopo l'altro s'erano ritirati dalla Coalizione la Toscana, la Prussia, i Paesi Bassi e la Spagna, causando l’aggravarsi per il Regno del pesante salasso finanziario della guerra, valutato nel 1796 in 800 milioni di Franchi, pari a 15 anni di entrate erariali,. necessarie per mantenere un esercito che era arrivato a contare effettivi.

L'intervento francese

La Francia, da parte sua, non aveva dato nei primi anni '90 una particolare importanza militare al teatro italiano, nonostante le sollecitazioni di un suo agente, il diplomatico François Cacault, che il 26 febbraio 1794 scriveva al Direttorio di uno «spirito democratico che regna in modo rilevante nell'Italia settentrionale» e di una Bologna «molto ben disposta ad accogliere i Francesi. Se riusciremo ad impadronirci della Lombardia, bisognerà emanare un proclama che garantisca agli Italiani che le loro proprietà saranno rispettateRiportata in Baldo Peroni, Fonti per la storia d'Italia 1789-1815 nell'Archivio Nazionale di Parigi, Roma, Reale Accademia d'Italia, 1936, p. 256». In generale nel Direttorio si era formata una opinione, favorita anche dalle rassicurazioni di rifugiati politici italiani come Buonarroti, secondo la quale esisteva in Italia una diffusa disponibilità a condividere i principi repubblicani, per cui essi «si lasciarono facilmente convincere che i popoli italiani non desideravano altro che la felicità di vivere, così come in Francia, sotto un governo simile al loro».Félix Bouvier, Bonaparte en Italie, 1796, Paris, Éditeur Cerf, 1899, pp. 164-165

La situazione fu nuovamente messa in evidenza in una seconda relazione del 4 marzo 1794, nella quale ancora Cacault descriveva

Nonostante queste relazioni incoraggianti, anche se condite con un certo disprezzo per «le grandi città italiane popolate solo di padroni, servitori e gentaglia ignorante», fu solo nel novembre del 1795 che il Direttorio prese seriamente in esame la situazione italiana, quando il Ministro degli Esteri Charles-François Delacroix chiese agli agenti francesi in Italia se ritenessero possibile crearvi una repubblica.

Malgrado alcune risposte poco incoraggianti l'intervento fu comunque deciso per l'anno successivo, tuttavia venne principalmente considerato come un modo per acquisire una possibile merce di scambio per futuri trattati di pace, tesi sulla quale ancora il 25 luglio 1796, dopo le prime vittorie napoleoniche, era basato un memorandum di Delacroix al Direttorio dove si delineava per l'Italia una sorta di assetto federativo nel quale l'area emiliano-romagnola avrebbe potuto essere affidata all'Elettore Palatino in cambio della ricca Lombardia.. Anche a livello militare i piani strategici messi a punto all'inizio del 1796 da Carnot affidavano al fronte italiano un ruolo sussidiario rispetto a quello renano, utile solo per alleggerirne la pressione.

Altro importante elemento della decisione francese erano le ricchezze dei vari Stati italiani, che si ritenevano consistenti (anche perché il territorio peninsulare era stato risparmiato dalle distruzioni europee della Guerra dei sette anni) e quindi in grado di ridare ossigeno ad un erario in grande difficoltà a causa della grave situazione economico-finanziaria in cui si dibatteva la Francia dopo anni di guerra e di disordini interni:Albert Mathiez, Georges Lefèvre, La rivoluzione francese. Torino, Einaudi, 1964, vol.IIº, pp. 364-372 era inoltre indispensabile sostenere con requisizioni ed indennità un esercito che sul fronte italiano era privo di mezzi,. ed a questo proposito erano molto chiare le istruzioni che il Direttorio aveva dato a Bonaparte, nelle quali, unendo motivazioni finanziarie e zelo ideologico, si disponeva:

L'occupazione dei territori emiliani

Una situazione che era rimasta per qualche secolo sostanzialmente immutata fu rapidamente travolta dalla fulminea Armata d'Italia che, in poco più di un mese, sconfisse i Piemontesi eliminandoli dal conflitto, forzò il passaggio del Po a Piacenza, batté gli Austriaci a Lodi, costringendoli a ritirarsi verso oriente ed obbligandoli a rinchiudersi dentro la fortezza di Mantova, perdendo Milano in cui Bonaparte entrò il 15 aprile. Rapidamente i francesi occuparono la Lombardia, parte del Veneto e dilagarono lungo il corso inferiore del Po, anche se alle loro spalle si accesero diversi focolai di rivolta, tutti duramente repressi, come nei casi di Tortona (dal 13 al 17 giugno) e di Pavia e Binasco (23 giugno).. Di fronte a queste sorprendenti novità le varie città emiliane ebbero inizialmente comportamenti autonomi e contraddittori, frutto delle loro storiche diversità, tanto che, come si vedrà, tutte inviarono proprie delegazioni a Parigi per chiedere al Direttorio di veder riconosciute, anche in contrasto con i propri vicini, le rispettive aspirazioni municipalistiche.

Modena: fuga e destituzione del duca

Il 7 maggio 1796, all’approssimarsi delle truppe francesi e temendo di incorrere nella stessa sorte che aveva visto il duca di Parma costretto a fondere gli argenti della reggia per soddisfare un'intimazione francese di denaro e di approvvigionamentiBonaparte impose agli ambasciatori del duca, Pallavicini e Della Rosa, di corrispondere 2 milioni di lire parmigiane, cavalli, buoi e quintali di frumento. Cfr. Gianni Rocca, Il piccolo caporale. Napoleone alla conquista dell'Italia. Milano, Mondadori, 1996, p. 34 - nonché di 20 opere d'arte, tra cui un San Gerolamo del Correggio (benché formalmente in questo caso si trattasse di un regalo del duca alla FranciaIl Direttorio ringraziò il duca di Parma per il dono destinato al Muséum central des arts de la République (ora il Louvre). Tuttavia, al momento di essere trasportate a Parigi, 5 delle 20 tele asportate da Parma e da Piacenza furono ritenute di scarso valore e, il 14 giugno 1796, scartate e lasciate alla dogana di Piacenza. Ferdinando I in seguito inviò a Parigi 2 suoi delegati, Pierluigi Politi e Luigi Bolla, per tentare di recuperare le opere, ma 7 mesi di tentativi effettuati con ogni mezzo, anche offrendo denaro, non approdarono a nulla. Cfr. (F) Marie Louise Blumer, La Commission pour la recherche des objects de sciences et arts en Italie 1796-97 pubblicato in La Révolution Française, VIII, 1934, n.1-3 janv-juin 1934, p. 81) Ercole III d'Este fuggì assieme alla sua amante, la cantante Chiara Marini, portando con sé un cospicuo patrimonioLa fuga del Duca e del suo seguito avvenne su diverse carrozze, e proseguì l'8 maggio su alcuni barconi lungo il Po. Il valore del tesoro asportato dal Duca assommava a 37 milioni di lire modenesi, più 420.000 zecchini e titoli di un investimento allocato in Austria per un valore di 24 milioni. Notizie nell'articolo La fuga del duca di Modena pubblicato ne Il Panaro - Gazzetta di Modena, n.155 del 17 settembre 1886 e rifugiandosi a Venezia assieme al ministro Giovanni Battista Munarini. Prima di fuggire, il duca aveva nominato in sua vece un Consiglio di reggenza, composto di 8 membri incaricandolo di «esercitare la sovrana nostra potestà», deliberando con il voto dei 2/3 e garantendo la neutralità che avrebbe dovuto essere trattata con i Francesi dal conte di San Romano, suo fratello illegittimo e generale della milizia..