Il settimo sigillo () è un film svedese in bianco e nero del 1957, scritto e diretto da Ingmar Bergman e interpretato, tra gli altri, da Max von Sydow, Bengt Ekerot e Bibi Andersson.

Ambientato in Svezia durante la peste nera, racconta il viaggio di un cavaliere medievale e della partita di scacchi che egli gioca con la Morte in persona, lì giunta per prendersi la sua vita.

Bergman sviluppò il film adattandolo dalla sua pièce teatrale Pittura su legno, scritta nel 1955 per la sua compagnia di attori teatrali. Il titolo del film è tratto da un passaggio dell'Apocalisse di Giovanni: «Quando l'Agnello aperse il Settimo Sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz'ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe». Il silenzio cui si fa riferimento è il "silenzio di Dio", principale tema del film«Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare». Secondo i commenti critici, è questa una metafora di Bergman per indicare il disastro nucleare incombente negli anni '50..

Presentato in concorso al 10º Festival di Cannes, il film vinse il premio della giuria ex aequo con I dannati di Varsavia di Andrzej Wajda.

Considerato unanimemente un classico del cinema mondiale e uno tra i più grandi film di tutti i tempi, le cui scene sono diventate leggendarie, oggetto di studi critici, analisi e talora parodie, Il settimo sigillo impose Bergman come regista di grandezza internazionale.

Trama Nell'Europa medievale sta imperversando la peste. Il nobile cavaliere Antonius Block sta tornando a casa, in Svezia, dopo aver partecipato alla Crociata in Terra Santa per dieci anni, accompagnato dal proprio scudiero, Jöns. Fermatosi a riposare su una spiaggia, spossato da anni di battaglie coi saraceni, sofferenze nel corpo e nell'anima, e dal lungo viaggio di ritorno, il cavaliere, assorto tra pensieri e preghiere, trova ad attenderlo la Morte in persona, che lo informa che il suo tempo è giunto. Block le chiede di poter avere ancora del tempo da vivere sfidandola a scacchi per rimandare la sua dipartita, e la Morte acconsente.

Concessogli il rinvio, Antonius e Jöns proseguono nel loro itinerario. Dopo il sinistro incontro con un cadavere roso dalla peste, ancora seduto a terra, come stesse ancora in vita, essi entrano in una chiesa, dove un pittore sta dipingendo sul muro il tema della Danza della Morte. Giunto davanti al crocifisso sull'altare della chiesa, Block vede passare un frate incapucciato oltre la grata di una finestra interna, e chiede di potersi confessare, esausto e turbato dalle proprie inquietudini interiori su Dio e l'Aldilà. Ma è la Morte colei che seguita a interrogarlo, invitandolo ad arrendersi. La Morte gli dà appuntamento alla locanda per continuare la loro partita a scacchi.

Per strada, una strega è messa alla berlina, condannata a essere arsa sul rogo. La ragazza è il capro espiatorio per il dilagare della disperazione e della paura della morte, che aumentano con l'estendersi dal flagello della peste, che sta decimando la popolazione. Jöns salva una donna da Raval, un furfante che deruba i morti dei loro averi, ma che è il dotto teologo che dieci anni prima aveva convinto il cavaliere Block a intraprendere la crociata, e la porta con sé.

I due assistono anche a uno spettacolo teatrale itinerante messo in scena da tre attori, saltinbanchi-cantimbanchi guidati dall'attore-impresario Skat. La recita viene interrotta da una processione religiosa: uomini si sottopongono a violente autoflagellazioni per le strade impetrando Dio per l'espiazione dei propri peccati, una musica grave accompagna la funzione. Il religioso improvvisa una sinistra predica sulla morte vicina. Altri invece inseguono bellamente gli ultimi piaceri e desideri prima della fine.

Skat fuggirà con la moglie di un fabbro, durante una successiva rappresentazione. Il fabbro si ricongiungerà poi alla moglie che decide di tornare con lui ed i due si uniranno al gruppo, mentre Skat viene raggiunto dalla Morte poco dopo, che lo ghermirà. Incamminatosi verso il castello di Antonius, il gruppo si imbatterà in Raval pesantemente martoriato dalla peste che invocherà il loro aiuto, ma non potendo fare nulla per lui decidono di abbandonarlo al suo destino. I viaggiatori vengono perfino coinvolti, durante la loro peregrinazione, nel terribile rito di arsione della giovane strega precedentemente incontrata, che afferma di aver accanto la presenza di Satana. Antonius la interroga al riguardo per trovare delle risposte su Dio, ma Jöns lo ammonisce che le sue domande non possono trovare una risposta ed il gruppo si allontana nello sconforto.

Il cavaliere s'imbatte poi proprio nella famiglia di saltimbanchi abbandonata da Skat: sono Jof, Mia e il loro piccolino Mikael. La famiglia non sembra accorgersi della tragedia che li circonda, unita com'è da amore reciproco e sincero rispetto. Questo incontro aiuterà Antonius a sostituire con un vero sentimento umano e fraterno la sua angosciosa ricerca di Dio. Accetterà rasserenato il suo destino, ma non prima di un ultimo gesto per lui significativo: salvare la famigliola appena conosciuta. Dopo aver distratto la Morte durante la loro partita a due, per permettere a Jof, Mia e Mikael la fuga, Antonius accetta con animo rinnovato che la Morte gli dia scacco. Raggiungerà però il suo castello, dove egli si ricongiungerà con la moglie Karin e dove gusteranno un ultimo banchetto lui e i suoi compagni di viaggio, prima che la Morte venga a prenderli. Nel finale, ricompaiono il saltimbanco Jof e la sua famiglia. Jof, in salvo fuori dal bosco e in pace, ha ora una visione: su una collina distante il cavaliere, lo scudiero, il fabbro e la moglie, Raval e Skat, ricompaiono tutti: ora guidati dalla Morte come in una catartica danza macabra.

Produzione

«L'idea venne a Bergman contemplando gli affreschi delle chiese medievali: menestrelli ambulanti, appestati, flagellanti, streghe sul rogo, crociati e poi la Morte che gioca a scacchi. Il soggetto deriva peraltro da un atto unico scritto da lui stesso nel 1954 per un saggio di recitazione degli allievi dell'Accademia Drammatica di Malmö. Era una breve rappresentazione scenica di una cinquantina di minuti, intitolata Pittura su legno, e servì molto bene per l'uso cui era destinata. Conteneva parti per tutti gli allievi. Ce n'era anche una per il meno dotato: quella del cavaliere muto perché i saraceni gli avevano mozzato la lingua».Sergio Trasatti, Ingmar Bergman, L'Unità / Il Castoro, 1995, p. 33. Nel film rimane questa idea del mutismo nel personaggio di Gunnel Lindblom, la giovane salvata dallo scudiero (interpretato da Gunnar Björnstrand): non pronuncia parola tranne che per la battuta finale, «L'ora è venuta», che appare come miracolosa quasi non tragica conclusione della fantastica vicenda.

Un paio d'anni dopo, ascoltando i Carmina Burana di Carl Orff, Bergman ebbe l'idea di trasformare il dramma Pittura su legno in un film e di scrivere, quindi, Il settimo sigillo. Il produttore, sulle prime, non volle saperne, cambiando idea solo dopo il successo di Sorrisi di una notte d'estate al Festival di Cannes. Accettò, comunque con riserva, raccomandandosi col regista di far durare le riprese non più di un mese. Il film fu girato, in parte a Hovs hallar, nella riserva naturale di Scane, dove in seguito si tennero le riprese, a cura dello stesso regista, del film L'ora del lupo; in parte negli atrii del Castello Reale di Råsunda; in parte nella vecchia Città dei Film (Filmstaden) di Solna.

Analisi

Molto interessante per penetrare nell'ambientazione livida del Medioevo, e anche per la esatta comprensione delle tematiche del film, è quanto lo stesso Ingmar Bergman racconta intorno alla ispirazione del suo lavoro, avuta fin da bambino e coltivata fino alla realizzazione, avvenuta circa trentacinque anni dopo.

Più che il tema del trapasso, questo film ci pone di fronte a un interrogativo più grande, e cioè il rapporto tra l'uomo e l'onnipotente, di fronte alla caducità della vita, attraverso un percorso che porta il protagonista a confrontarsi con la paura e la disperazione degli uomini di fronte alla morte, un timore che è anche sinonimo della mancanza di fede.

Secondo un'interpretazione il messaggio del film è che la fede vince anche la morte, che è anche il messaggio originario dell'ApocalisseAvvenire, 10 maggio 2009..

Tutta la problematica esistenziale del cinema di Bergman viene espressa in questo film che inaugura la tematica religiosa, anticipando il tema dello specchio, quella dell'uomo che non comprende il valore del suo essere uomo e quello della paura.

I personaggi centrali del film sono il cavaliere che possiede la fede ma è assalito dal dubbio e lo scudiero materialista e indifferente. Il cavaliere, che ritorna deluso dalla crociata, attraversa un periodo di crisi e confidandosi con il monaco, che in realtà è la Morte travestita, dice che il suo cuore è vuoto come uno specchio, pieno di paura e indifferenza verso i suoi irriconoscibili simili e alla domanda della Morte: "Non credi che sarebbe meglio morire?" il cavaliere risponde che l'ignoto lo atterrisce e che vorrebbe avere la certezza dell'esistenza di Dio, perché se Dio non esistesse, l'intera esistenza sarebbe un vuoto senza fine.

Per chiarire il ruolo dei personaggi che ruotano attorno al protagonista, si deve senz'altro notare la figura della Morte, che da altero giudice si dimostra un meschino messo del Fato, pronto a tutto pur di intessere una fallace "pedagogia della paura", mirata ad atterrire gli abitanti del villaggio, che inermi aspettano l'ultima ora; il saggio scudiero Jöns simboleggia invece la ragione tomistica, pronta a dispensare suggerimenti e giudizi su tutto e tutti, ma che in effetti cela nel suo sguardo il terrore dell'avvenire; enigmatica risulta la presenza della donna muta, che quasi prepara tutti con il suo eloquente silenzio a qualcosa di troppo grande per essere pensato o temuto: solo la fervida attesa e la cosciente preghiera consola l'animo umano ed è questo il messaggio morale che la donna lascia nella sua unica e ultima frase "l'ora è venuta". Infine è necessario sottolineare come la famiglia costituita da Jof, Mia e Mikael è senz'altro l'allegoria della Sacra Famiglia, che offre un timbro solenne a questo cinematografico inno alla vita.