La voce di Narciso è un libro di Carmelo Bene, edito nel 1982 da Il Saggiatore e incluso parzialmente nell'opera omnia Opere, con l'Autografia d'un ritratto. Questi i capitoli del testo originario inclusi nel volume:
Nota di Maurizio Grande - Non esisto: dunque sono - Il monologo - Marlowe - Due passi in casa Meyerhold - L'arte di Stato - L'avvento della donna - La vita bambina
Il titolo di quest'opera è significativo. Bisogna considerare il fatto che Bene interpretaRacconta Bene: "Narciso si guarda un giorno, per caso, in un laghetto, un ruscello, e lì si fissa e questo fissarsi di Narciso, da non confondersi con gli equivoci del marcisismo, è la morte, cioè è lo scomparire. Ci si fissa allo specchio perché prima s'è maschera e poi non si è più". Poi ricollegandosi alla "favoletta di Oscar Wilde", aggiunge che le ninfe, gli elfi, si portano ai bordi del laghetto per interrogarlo e chiedere di Narciso, ma il laghetto risponde di non saperne niente... e infine dopo insistenze risponde: 'veramente ero io che mi specchiavo in lui'. () il mito di Narciso come ricerca della conoscenza che causa l'annullamento dell'''Io''Goffredo Fofi ricorda che una volta Carmelo Bene gli disse qualcosa di illuminante riguardo al mito di Narciso, vale a dire che esso « ... è un mito tragico" e non la banalità che si racconta" [riguardo al fatto che] Narciso si specchia, perché si ama, [vittima del suo stesso] egocentrismo, egotismo, egoismo, ecc... No. Narciso è un individuo che cerca di capire chi è, di andare in fondo a sé stesso... e per andare in fondo a sé stesso, precipita nello specchio d'acqua e muore. È, insomma, un'operazione di ricerca... ». . Il monologo è l'essenza del Grande Teatro, inaccessibile al dialogo ("narcisistico") e di conseguenza non tollera rappresentazione (sempre di Stato) che crea sempre una comunicazione inopportuna.
Opera Non esisto: dunque sono Con il titolo del capitolo, parodia della certezza e dell'essenza cartesiana, Bene mette sul tappeto il non "problema" dell'essere: "Non esisto dunque sono. Altrove. Qui. Dove? m'apparve il sogno ad occhi aperti di Lei che non fu mai Colei ch'è mai vissuta e mai morì".Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pag. 995 L'artista salentino parla qui dell'inquietudine del non morto, del vampiro, in quanto sospeso tra l'essere e il non essere, tra la vita e la morte. Da qui l'inquietudine. Quindi il paragone implicito del vampiro-attore con Narciso dà adito al fatto che lo specchio (se vogliamo d'acqua) non riflette un bel niente: non vi è la vanità dell'auto-compiacimento. Questa sua non-vita o non-morte è causata dalla presenza inopportuna del prossimo, "l'incosciente narcisismo delle sue vittime", altrimenti si terrebbe ben lungi dal vivere, della costrizione a "dover essere". L'essere (in quanto non essere), vale a dire l'"inquietudine del non morto", viene risolta nell'aprassia del gesto, nell'afasia della parola, nella frantumazione del linguaggio. La tendenziosità a non agire, ma ad essere agiti porta a considerare che... "Il Vampiro-Attore è paradossalmente il Femminile elevato a Coscienza [...] Il teatrino dell'Io frantuma..."Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pag. 997 Il soggetto-attore, in quanto assoggettato, è negato dunque all'immagine oltre che all'azione. È l'impunita, recidiva immaturità dei morti. Questo soltanto può produrre poesia toccante. Tutto il resto è teatro [...] Nel teatro del non rappresentabile, l'Attore è infinito. È l'infinito della disattenzione para-statale. È l'infinito della mancanza di sé.Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pagg. 998-999
Il monologo Il "monologo - spiega Bene - non è un momento come un altro a teatro. È, al contrario, l'intero spettacolo. Monologo è teatro"Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pag. 1002. Fin dagli esordi, all'artista salentino gli si attribuiva questo suo "recitarsi addosso", questa assenza di ogni possibile interlocutore. Narciso in fondo non è che la metafora del grande artista che taglia tutti i ponti, restituendosi all'interiorità sottratta al linguaggio dialogico. Bene fornisce qualche consiglio per chi voglia monologare ("nobilitando il dialogo")... - Recitare a nessuno (e comunque mai rivolti al partner di turno). Come i pazzi appunto. - Gelosamente custodire (esibire-nascondere) i propri gesti - Smontare la frase, la parola stessa; disorganizzare la sintassi. - Affidare il suono alla strumentazione fonica [...] - Inabitalità della voce mediante il playbackScrive Gilles Deleuze: "[il playback] non è mai stato un mezzo di comodità o di facilità, bensì uno strumento di creazione". (Opere, con l'Autografia d'un ritratto, op. cit., pag. 921-922) Quindi Carmelo Bene si riallaccia alla tradizione dei grandi tragici greci, dove... "Nel grande oblio dei palcoscenici d'oro, la parola fu musica, finché l'avvento del'epos-euripideo-socratico rovinò la poesia tragica in dialettica [...] defraudando il teatro della sua consolazione metafisica, per degradarlo a istituto per la formazione morale del popolo"Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pag. 1005. Questo disastro toccato alla phoné in Grecia, Bene lo vede immutato attraverso i secoli, eccetto che nei grandi autori del periodo elisabettiano (Marlowe, Shakespeare, ...), e lo ritrova nel "teatro di regia" e nella scrittura di scena attuali.
Bene ancora insiste, nietzschianamente, contro la situazione del teatro attuale ... "Se il socratismo dialettico caccia il miracolo dalla scena, per instaurarvi il testo razionale disastrosamente affidato alla lettura di attori 'intellettuali', il teatro è morto. È inutile l'inutile della grande estate tragica [...] Il teatro è sfinita e insensata rappresentazione, cerimonia funebre officiata da un prete cialtrone (il nus di Anassagora), reggitore e 'coordinatore del tutto': il regista e un suo chierico; cercano entrambi 'un letto in un domicilio altrui'. Figurarsi gli astanti: senza fede alcuna e nessuna parentela col defunto, convenuti un po' a svagarsi a questo funerale a pagamento"Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pag. 1008.
Bene attacca la figura del critico (teatrale e non solo), contrapponendogli quello che Nietzsche definiva lo spettatore estetico, e, d'accordo con Montale, inveisce contro l'avvilente ruolo del regista, il deus ex machina del "teatro della rappresentazione di Stato". Denuncia inoltre l'arredo e le trovate scenografiche in teatro, specialmente quello lirico, dove la phoné e la musica già complete di per sé, vengono degradate dal superfluo e dall'eccessivo abbaglio visivo. E da qui il suo disprezzo per il cinema e la televisione e il loro uso indiscriminato di effettistica a scapito del sonoro. L'idiosincrasia di Bene colpisce immancabilmente anche gli attori, i così da lui definiti "spazzini del proscenio" ... "Essi esibiscono , quasi un virtuosismo, la stupidità della propria facoltà mnemonica (anche leggendo) nient'affatto sfiorati dalla necessità urgente della memoria in quanto scrittura vocale. Essi dicono e ricordano altro. Dicono e non son detti. Non son parlati. Parlano [...] riferiscono il testo ..."Opere, con l'Autografia di un ritratto, op. cit., pagg. 1014-1015.
Non viene risparmiata nemmeno l'identità, così definita dall'artista, "scorreggiona del teatrino occidentale dell'arte"Quattro momenti su tutto il nulla. Per quanto riguarda in particolare l'"identità del luogo" Bene dichiara che "non ci si può esibire nello stesso teatro dove si è di scena". Per avere un'identità bisogna avere un Io (desiderante), ma è appunto l'Io che viene meno nel "grande teatro" di Carmelo Bene.Già dagli esordi, Carmelo Bene praticava questo salto nel buio nella, così definita da lui e dal suo amico Deleuze, difference, a scapito dell'uguale, dell'identificazioni dei ruoli. Notiamo per es. in Capricci voci sovrapposte o sostituite, talché non vi è più l'identificazione voce-volto o voce-personaggio. In 'l mal de' fiori, Carmelo Bene esprime in modo insuperabile, in versi, questa incantevole difference riguardo alla voce "senza identità": Voce mia tua chissà chiamare questoMia tua chissà la voce che chiamareventilato è suonar che ne discorrein che pensar diciamo e siamo dettivani smarriti soffi rauchi versiprescritti da un voler che non si sadisvoluto e alla mano intima incisisegni qui divertiti disattesisensi descritti testid'altri che morti fiatidimentichi 'n mia tua chissà la voceNoi non ci apparteniamo È il mal de' fioriTutto sfiorisce in questo andar ch'è starinavvenirNel sogno che non sai che ti sognaretutto è passato senza incominciare'me in quest'andar ch'è stato. Senza contare l'ampio uso del playback che Bene farà in futuro, restituendo così la voce (negata all'ego) in terza persona, cioè, di fatto, al soggetto (nell'etimo "colui che subisce").D'accordo con Jacques Lacan, Carmelo Bene dice: "quando crediamo di essere noi a dire, siamo detti"..
Marlowe Questo capitolo prende spunto dal Tamerlano di Christopher MarloweCarmelo Bene considera Marlowe superiore a Shakespeare per proseguire la sua dissertazione sul modo di fare e intendere il teatro e l'arte in genere. L'uso del visivo nel "teatro totale che si realizza per sottrazione", secondo Bene, andrebbe adeguato alla phoné, poiché "il visivo sulla scena è un silenzio musicale (lungo o breve spazio di tempo) della voce"Opere, con l'Autografia d'un ritratto, op. cit., 1018. La ridondanza di mezzi espressivi, specialmente coreografici e scenici induce a dire: "... Non può il concorso simultaneo o no di più 'mezzi espressivi' meritare la 'totalità' artistica (e dovunque così la si ricerchi ne risulta un pasticcio insensato)'. [...Si deve scongiurare] l'equivoco mimetico visivo, sollecitato sempre dalla peregrina illusione che l'assemblaggio in scena di differenti "mezzi espressivi" realizzi il "totale" a teatro ..."Opere, con l'Autografia d'un ritratto, op. cit., 1018-1019. Il teatro totale dunque, o grande teatro che dir si voglia, non si ha con il metodo additivo ma con quello sottrattivo (Bene direbbe "ogni trovata è persa"), evitando così il "fasto cafone" della messinscena operistica. La musica o la phoné vanno dunque sottratte, oltre che alla volgarità dell'eccesso e superfluo del visivo, anche all'azione, all'agire che crea conflitto con il sommovimento sonoro. Necessario si rende dunque l'"autolesionismo d'artefice", lo "squartamento del linguaggio", l'afasia della parola, la "camicia di forza" che lo impedisca nell'azione, nella "formulazione del senso", dell'attendibile, facendo uso dell'infinito "potenziale del proprio depensamento", esentandosi così dalla burocrazia della sintassi convenzionale, "riscattando il silenzio" e l'incomprensibilità del dire, l'"oscenità dell'esibizione" e scongiurando la "rappresentazione statale"Opere, con l'Autografia d'un ritratto, op. cit., 1020.
Tamerlano è per Bene una figura eroica, paragonabile ai grandi mistici (Ignazio di Loyola), l'artista dissacratore-massacratore, dell'(auto)annientamento, che tutto (si) sottrae, senza aggiungervi un bel niente. Griderà alla fine nel suo mondo ormai deserto e a corto di nemici (e di ogni rappresentazione possibile): "Muoia la morte". Carmelo Bene in effetti si identifica (nella difference) con il mistico, con Tamerlano (con Aguirre il "traditore"). Tamerlano e Alessandro Magno sono, per Bene, artefici posseduti da vanità dell'agire che non consente loro di presidiare i territori conquistati, ritrovandosi alla fine con un nulla di fatto. Tamerlano... "... non è un eroe omerico favorito dal dio. È piuttosto la somma delle (sue) parti avverse in campo, ivi soprattutto comprese il dio [...] Dominatore incontrastato, è quanto si sostituisce allo spettacolo".
Due passi in casa Meyerhold