Larte ceramica di Castelli, in Abruzzo, ha origini antichissime, ma è divenuta celebre nel Cinquecento.

Furono la buona fattura delle maioliche, le decorazioni vivaci, ma anche l'economicità dei prodotti, dovuta a innovativi sistemi produttivi, che fecero di Castelli uno dei centri più apprezzati per quest'arte, soprattutto nel SeicentoFernando Filipponi, Souvenir d'Arcadia. Ispirazione letteraria, classicismo e nuovi modelli per le arti decorative alla corte di Clemente XI, Torino, Allemandi, 2020, ..

Storia Sebbene Castelli sia un piccolo centro della provincia di Teramo, il suo ruolo nella storia della maiolica italiana è di primissimo piano, specialmente nel periodo che va dal XVI al XVIII secolo.La chiesa cinquecentesca di San Donato a Castelli costituisce, assieme al coevo vasellame farmaceutico denominato Orsini-Colonna, il punto di partenza ideale di una produzione successiva che godette di grandissima fama, in Italia e all'estero; tanto che una delle raccolte più importanti di ceramiche di Castelli è oggi conservata al museo dell'Ermitage, a San Pietroburgo.

Famiglie di ceramisti a Castelli Vari gruppi familiari produssero ceramiche di Castelli, a partire dal Cinquecento fino all'inizio dell'Ottocento: Famiglia De Dominicis: Michele De Dominicis. Famiglia Fuina : Gesualdo Fuina (1755-1822). Famiglia Gentili (conosciuta anche come Gentile ): Bernardino Gentili il Vecchio (1635-1683), Giacomo Gentili il Vecchio (1668-1713), Carmine Gentili (1678-1763), Giacomo Gentili il Giovane (morto nel 1765), Bernardino Gentili il Giovane (1727-1813). Famiglia Grue : Francesco Grue (1618-1673), Carlo Antonio Grue (1655-1723), Aurelio Anselmo Grue (1699-post 1759), Francesco Antonio Saverio Grue (1686-1746), Anastasio Grue (1691-1742), Liborio Grue (1702-1776), Francesco Saverio Grue (1731-1800 circa). A un altro ramo della famiglia apparteneva Giovanni Grue (1698-1752). Famiglia Paolini : Simone Paolini Famiglia Pompei : Orazio Pompei [1516 circa–1590/96).

La Bottega Grue

La famiglia Grue fu quella che si distinse maggiormente tra le botteghe, diventando maestra e modello da seguire, con Carlo Antonio Grue che ne fu il più valido rappresentante, assieme a suo figlio Aurelio Anselmo.C. Rosa, Notizie storiche delle maioliche di Castelli, Napoli 1857, p. 76. Nelle decorazioni erano utilizzati inizialmente solo cinque colori, con tutte le varie sfumature, con l'assenza del rosso, che venne introdotto alla fine del Settecento da Gesualdo Fuina di Loreto Aprutino. I capostipiti I capostipiti della famiglia Grue furono Marco e Domenico, i loro figli Antonio e Giovanni diedero vita a due rami di artisti, che si interessarono alla realizzazione di ceramiche per i monasteri e per gli avvocati. Figlio di Antonio Grue fu Francesco Angelo, nato nel 1618, che fu il primo innovatore della maiolica castellina, che seppe unire sincreticamente l'arte ceramista fiorentina e quella nascente abruzzese, soprattutto per il campionario di figure sacre per le scene dell'istoriario. La produzione di Francesco andò sempre più evolvendosi, dalla produzione iniziale di figure fredde, schematiche e dure, dove dominavano il colore giallo e l'azzurro, fino all'uso delle fonti incisorie riportate a spolvero, utilizzate più liberamente, cambiando la cromatura al bruno manganese e verde rame, raggiungendo un notevole effetto chiaroscurale.

Carlo Antonio e Aurelio Anselmo Grue

Il figlio Carlo Antonio Grue adottò le lumeggiature d'oro cotte a terzo fuoco del padre Francesco, e integrò come in un perfetto dipinto la scena e lo sfondo paesaggistico, ottenuto con lo studio della luce naturale per le sfumature chiaroscurali. Carlo Antonio predilesse scene di caccia o bozzetti bucolici, anche se realizzò scene a sfondo sacro, come la mattonella della Madonna col Bambino con Sant'Antonio, nella collezione del Museo Paparella Treccia a Pescara.Tra le figlie di Carlo, ci fu Superna che sposò Bernardino Cappelletti, padre di Candeloro, che dette vita a un secondo ramo della generazione Grue. Le opere di Carlo Antonio arrivarono anche all'esterno per fama, e alle fiere mercantili di Lanciano, lanciano definitivamente il nome di Castelli nel panorama nazionale, facendosi commissionare vasi e piatti da notai e avvocati, nonché dai nobili di Napoli. Conobbe Francesco Solimena che nel 1696 ricevette delle tazzine, e intrattenne rapporti professionali con Francesco Bedeschini, incisore abruzzese del periodo barocco.

Aurelio Anselmo Grue, figlio di Carlo Antonio, lavora nella bottega paterna prima di trasferisrsi nella città di Atri. Qui è protetto dalla famiglia dei duchi Acquaviva d'Aragona e dà luogo a una produzione di pregio lungo tutta la prima metà del Settecento.

Aurelio Anselmo Grue introduce molte novità sul fronte dei temi e dei soggetti rappresentati sulle maioliche. Rinnova in modo radicale anche il soggetto di paesaggio promosso dal padre Carlo Antonio, rileggendo alcuni modelli messi a punto pochi anni prima dal pittore Marco Ricci: il risultato sono autentici capolavori dove il paesaggio vibra di un respiro e una luminosità sorprendenti.

Aurelio Anselmo Grue adottò anche un linguaggio espressivo personalissimo, in virtù del quale il ceramista si distinse come colui che meglio seppe interpretare e tradurre in maiolica le sollecitazioni provenienti dalle nuove tendenze artistiche del Settecento.

Un altro figlio, Francesco Antonio, nato nel 1686, seguì anch'egli le orme paterne, insieme con Candeloro Cappelletti. Francesco Antonio inizialmente doveva essere avviato alla carriera ecclesiastica, avendo studiato a Penne e poi ad Ascoli Piceno, ma fuggì a Roma per imparare diritto canonico, dilettandosi di poesia e filosofiaC. Rosa, Notizie storiche delle maioliche di Castelli, Napoli 1857, p. 78, ma nel 1706 tornò a Castelli volendo seguire l'arte della ceramica. Tra il 1713 e il 1715 risiedette nell'aquilano e a Bussi, lavorando al Paliotto maiolicato della chiesa di Sant'Angelo a Lucoli. Tornato a Castelli nel 1716 e poi definitivamente nel 1736, dopo un lungo soggiorno a Napoli, dove realizzò i vasi da farmacia della Certosa di San Martino, in Abruzzo compose delle opere per la Basilica della Santa Casa di Loreto.Un altro figlio di Carlo Antonio, Anastasio Grue, si trasferì ad Atri nel 1726, portando la tradizione castellina e seguendo le orme paterne per la tecnica, e lo stile.

Francesco Saverio Grue e seguiti Francesco Saverio, figlio di Francesco Antonio Grue, fu l'ultimo esponente di rilievo della famiglia, prima della decadenza e della riduzione ad artigianato locale della produzione castellina. Nato nel 1731, e stabilitosi definitivamente in Abruzzo nel 1747 dopo un periodo di soggiorno a Napoli, nel 1754 realizzò un gruppo di vasi per la Reggia Vanvitelliana di Caserta,C. Rosa, Notizie storiche delle maioliche di Castelli, Napoli 1857, p. 94., decorando il vasellame con motivi paesaggistici all'abruzzese. Successivamente Saverio fu compreso nell'organico della Real Fabbrica Ferdinandea di Portici e tornando poi a Castelli, dove morì nel 1800. La sua duttile personalità permisero uno progresso della sua produzione dalla fase giovanile, fino al gusto rococò dell'età matura. Nel 1755 egli aderì al modello classico cinquecentesco del paesaggio bucolico, con la cromatura gialla e blu, con riferimento alla porcellana d'Oltralpe tedesca. Nell'arrivo al gusto rococò, Saverio fu influenzato dalla produzione francese, ma rifletté anche sulla porcellana cinese, molto in voga nella corte napoletana, come il tema floreale, di cui esistono vari esemplari nel Museo delle ceramiche di Castelli, e le mattonelle con scene di vita dei campi, a elegante monocromo blu cobalto, sullo sfondo smaltato in bianco.

Nel corso del Novecento, l'ultimo grande ceramista di Castelli fu Luigi Bozzelli, che reinterpretò la scultura medievale di Nicola da Guardiagrele e quella castellina della dinastia Grue. Un altro mirabile esempio della versatilità della ceramica di Castelli, è il soffitto maiolicato della chiesa di San Donato, interamente ricoperto di tessere in maiolica dipinta dagli abitanti del paese nel XVII secolo. I maiolicari castellini si riunirono in una confraternita e vollero rappresentare l'alto pregio raggiunto dalla loro maestria; il soffitto si compone di 800 mattonelle, montate tra il 1616 e il 1617, presso il soffitto a capriate spioventi. In realtà nelle origini i mattoni vennero usati per il pavimento, e vennero poi smontati e rimontati sul soffitto per non perdere la qualità dell'opera. Inoltre non tutte le mattonelle sono originali, perché con il restauro del 1968, quando alcune erano ormai molto logorate e necessitanti di restauro, furono spostate nella raccolta del Museo della ceramica, e sostituite con delle copie. Interessante in questo soffitto è la presenza di temi geometrici dal ricercato effetto a trombe d'oeil, a triangoli, a lacunari, a rosoni, con ricchi motivi floreali e bucolici dell'arte cinquecentesca, con motivi vegetali, umani e animali, e varie scene dell'Antico Testamento, come il nodo di re Salomone, e gli stemmi delle famiglie nobili che avevano in feudo Castelli e Teramo.

Molte ceramiche castelline e di Loreto Aprutino, nel 1936 sono state raccolte nel Museo delle ceramiche abruzzesi "Giacomo Acerbo", nel centro storico, con pezzi di collezione provenienti dalle case canoniche, dai palazzi delle famiglie De Sterlich e Aliprandi, riferibili alla ricca produzione delle famiglie Grue, Gentile e Cappelletti.

La bottega Gentili Da Bernardino il Vecchio a Giacomo Famiglia di ceramisti attiva a Castelli dalla seconda metà del XVII secolo sino al XVIII, le sorti di questa famiglia si intrecciano con i Grue ed i Cappelletti, legati da vincoli di parentela. Originari di Anversa degli Abruzzi, paese della valle del Sagittario, dove anche li si praticava l'arte della ceramica.V. De Pompeis, Maioliche di Castelli nella collezione Acerbo in Loreto Aprutino, Pescara, Carsa Edizioni 2004, pp. 7-10. Appartenne alla famiglia, probabilmente il maestro Berardino de' Gentili di Anversa, attestato a Tivoli nel 1568, dove era attivo per conto del Cardinale Ippolito d'Este nella realizzazione del pavimento della villa. Il vero capostipite della famiglia fu Bernardino Gentili il Vecchio, che sposò Giustina Cappelletti ed ebbe i figli Giacomo e Carmine, che proseguirono l'opera paterna. Nella Collezione Acerbo di Loreto Aprutino si conserva la grande targa firmata e datata 10 febbraio 1672 con il ritratto della Madonna del Carmine tra San Domenico e San Francesco; la modesta mattonella intitolata "Cristo in croce" firmata e datata 1670,G. Polidori, Maestro Bernardino de' Gentili de Aversa, Polidori 1952, p 16 tav. 15a. due targhe votive raffiguranti San Benedetto, della collezione Paparella Treccia di Pescara, donata poi all'abbazia di Montecassino nel 1999, e la Madonna col Bambino con la cornice della collezione Vincenzo Bindi di Atri, datata 1659. Nuove ipotesi attributive mirano a riconoscere al capostipite una più articolata capacità compositiva e una vena artistica orientata verso la sperimentazione dell'istoriato castellano. Bernardino il Vecchio morì nel 1683.