La presente voce si occupa della televisione in Italia dalle origini ad oggi.

Storia La prima fase

In Italia i primi studi e le prime trasmissioni televisive furono effettuati a partire dal 1934, quindi durante il regime fascista, a Torino, città che già ospitava il Centro di Direzione dell'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), organismo concessionario delle trasmissioni radiofoniche italiane, presso i locali del Teatro di Torino, attiguo alla sede storica di Via Verdi. Successivamente l'EIAR stabilirà una sede a Roma, nel quartiere Prati, dove realizzerà la storica sede di Via Asiago 10.

Il Regio Decreto legge 26 settembre 1935, n. 1829 - convertito nella legge 9 gennaio 1936, n. 177 - stabilì il passaggio dei programmi dell'EIAR sotto il controllo del Ministero della Stampa e Propaganda del governo Mussolini. Il testo unico di cui al R.D. 27 febbraio 1936, n. 645 ("Approvazione del codice postale e delle telecomunicazioni") ribadì il principio, stabilito fin dal 1910, della riserva statale per l'esercizio di attività di tipo radiotelegrafico e radioelettrico, che venne esteso anche ai servizi telegrafici, telefonici, radioelettrici via cavo e ottici.

Le prime trasmissioni sperimentali iniziano nel 1939 a Torino a cura dell'EIAR. Il 22 luglio dello stesso anno, l'EIAR si avvia alla programmazione sperimentale, con l'entrata in funzione, a Roma, di un piccolo studio in Via Asiago e di un trasmettitore da 2 kW, montato presso la stazione trasmittente di Monte Mario, che utilizzava lo standard a 441 linee sviluppato dalla Telefunken. Nel settembre dello stesso anno un secondo trasmettitore televisivo della potenza di 400 W viene installato a Milano sulla Torre Littoria (oggi Torre Branca) ed effettua trasmissioni sperimentali in occasione della XI Mostra della Radio e della XXI Fiera Campionaria di Milano. Gli apparati trasmittenti di entrambe le stazioni erano stati progettati e costruiti dalla ditta SAFAR (Società Anonima Fabbricazione Apparecchi Radiofonici) di Milano, mentre altre ditte del settore quali Radiomarelli e Allocchio Bacchini misero in produzione apparati riceventi.

Le prime trasmissioni regolari televisive nazionali dotate di palinsesto con presentatori, interviste sportive in studio, scenette umoristiche, canzoni, balletti e opere avvennero tra il 1939 ed il 1940. Le grandi aziende elettrotecniche italiane, che già da qualche anno costruivano apparecchi televisivi in Italia, destinarono in parte i loro prodotti ad un pubblico formato, dato il costo elevatissimo degli apparecchi, da individui economicamente facoltosi o politicamente potenti, i quali grazie ad una diffusione che comprendeva buona parte del centro-nord potevano usufruire della visione. In molte località, principalmente nelle aree di Roma, Milano e Torino vennero erette le prime antenne private e non fanno eccezione i Palazzi Vaticani e Villa Torlonia, dimora del dittatore Benito Mussolini. La regolare programmazione televisiva del tempo è testimoniata in gran parte sul «Radiocorriere» che riporta tutta una serie di novità assolute per l'Italia di quell'epoca.

Le trasmissioni ebbero improvvisamente termine il 31 maggio 1940 per ordine del governo, asseritamente per via di interferenze riscontrate nei primi sistemi di navigazione aerea; presumibilmente l'imminenza dell'entrata in guerra dell'Italia ha giocato un ruolo in questa decisione. Il conflitto mondiale sospese bruscamente, quindi, lo sviluppo di questa tecnologia, e le aziende elettrotecniche si concentrarono sulla produzione di radiotrasmittenti e prodotti per uso bellico. Gli eventi bellici cancellano anche le tracce della prima sperimentazione televisiva italiana, con la distruzione sotto i bombardamenti degli archivi dell'EIAR, facendo andare perduto tutto ciò che riguardava questa prima fase della TV italiana (documenti, palinsesti, sceneggiature, foto, ordini di servizio, pellicole).

Durante l'occupazione, l'esercito tedesco fece smantellare e trasportare in Germania tutti gli apparati trasmittenti dell'EIAR di Roma, compreso il trasmettitore televisivo, che verrà in seguito recuperato dagli alleati dopo la fine della guerra e restituito alla RAI (nuova denominazione dell'EIAR dal 1944), che nel gennaio del 1949 lo installò a Torino in località Eremo, sulla collina torinese assieme alle nuove antenne installate sul tetto della sede RAI di Via Verdi a Torino. Ricominciando così la sperimentazione che porterà nuovamente, nel 1954, a trasmissioni televisive nazionali con cadenza regolare.

Il monopolio RAI

Nel 1944 l'EIAR fu riaperta e cambiò nome in RAI (Radio Audizioni Italiane, dal 1954 Rai − Radiotelevisione italiana) e si prefisse l'obiettivo di far ripartire la sperimentazione televisiva. L'11 settembre 1949, con una trasmissione sperimentale dalla Triennale di Milano presentata da Corrado Mantoni, noto semplicemente come Corrado, ricominciarono le trasmissioni televisive sperimentali in Italia, con lo standard a 625 linee; la programmazione ufficiale cominciò il 3 gennaio 1954, in bianco e neroApprofondimento su Cinquantamila.corriere.it , con l'inaugurazione del primo canale televisivo italiano rivolto al grande pubblico, il Programma Nazionale. Inizialmente i programmi duravano quasi quattro ore e non venivano diffusi annunci o filmati pubblicitari. Le trasmissioni iniziavano alle 17.30 con La Tv dei ragazzi al cui termine venivano interrotte, per riprendere con il telegiornale alle 20.45, durando poi sino alle 23.00.http://https ://www.rai.it/dl/rai/text/ContentItem-20844e48-74d8-44fe-a6f4-7c224c96e8e4.html Nel 1962 nacque un nuovo canale, il Secondo Programma.

All'epoca, le competenze in materia di trasmissioni radiotelevisive erano ancora di riserva statale, come stabilito dal D.P.R. 26 gennaio 1952, n. 180 che rinnovava le concessioni alla Rai fino al 1972.

La Rai aveva un suo codice di autoregolamentazione che all'epoca prevedeva, tra i suoi principi fondamentali, la non accettazione di scene turbanti la pace sociale ed incitanti all'odio di classe, il rispetto dei valori familiari e religiosi. Un capitolo a parte meriterebbe la moralità dei costumi, che prevedeva il pieno rispetto della "santità matrimoniale" e il rifiuto delle scene erotiche. Per garantire il rispetto di queste norme, venne istituito, dal 1947 il "Comitato per la determinazione delle direttive di massima culturali".Paolo Ruggieri, "Viva la Tv", Gruppo Editoriale Fabbri, 1994, Vol.3, pag.147

Le prime trasmissioni della programmazione regolare irradiata dalla Rai furono: le interviste con l'ingegner Filiberto Guala, amministratore delegato della Rai, che definì il nuovo mezzo come "il focolare del nostro tempo"; lo spettacolo intitolato "L'orchestra delle 15", presentato da Febo Conti; la rubrica musicale Settenote; La domenica sportiva. I televisori accesi nel giorno di esordio vennero stimati in solamente ottantamila unità e, intorno al febbraio 1954, gli abbonati non superavano le ventimila unità, principalmente a causa degli alti costi degli apparecchi che non erano molto inferiori al costo che avevano nel periodo prebellico. Intorno al 1954 il prezzo medio di un televisore era di circa lire (con l'inflazione oggi sarebbero euro) ed era vicino al costo di un'automobile, sfiorando le dodici mensilità di un reddito medio annuo.

Il segnale arrivò a coprire tutto il territorio nazionale quasi tre anni dopo, il 31 dicembre 1956, in un periodo in cui gli abbonati erano ancora relativamente pochi (circa ).

Dagli anni cinquanta la diffusione della TV crebbe a ritmi stupefacenti, come precedentemente accaduto sul mercato americano. In quegli anni, in Italia, la TV restava un bene di lusso che pochi potevano permettersi, tanto che diventò uso comune radunarsi per visioni di gruppo nei bar o nelle case dei propri conoscenti dotati di televisore, soprattutto in occasione delle trasmissioni dei primi telequiz italiani, diventati subito popolarissimi, di cui furono pionieri Mario Riva con Il Musichiere e Mike Bongiorno con Lascia o raddoppia?.

Verso la fine degli anni cinquanta anche la stampa cominciò ad accorgersi del nuovo mezzo. Nacque la prima rubrica di critica televisiva curata da Ugo Buzzolan (già autore del primo originale televisivo Domenica d'un fidanzato) su La Stampa di Torino.

È proprio in questo periodo che nacque il primo telegiornale della Rai, che vide come direttore Vittorio Veltroni. Esso riuscì ad arrivare dove la carta stampata non aveva saputo: proporre immagini e audio contemporaneamente produsse uno straordinario effetto di realtà e permise di assistere in diretta a eventi sensazionali. Nel 1960 nacque la trasmissione Tribuna elettorale, seguita l'anno successivo da Tribuna politica, le quali permetterono per la prima volta di conoscere i volti dei leader delle opposizioni politiche.

Particolarmente rilevante fu la comparsa, nel 1957, della pubblicità nella televisione italiana, con l'avvento di Carosello, un programma rimasto storicamente famoso, che racchiudeva tutta la pubblicità ed in cui i messaggi pubblicitari dovevano rispettare rigorose regole stilistiche e narrative: il prodotto reclamizzato poteva essere citato con il proprio nome solo all'inizio e alla fine di un filmato della durata di 2 minuti e 15 secondi.

Negli anni sessanta, con il progresso dell'economia, i prezzi dei televisori iniziarono ad essere più accessibili e sempre più persone ebbero la possibilità di procurarseli, anche all'interno delle classi meno abbienti. L'elevato tasso di analfabetismo riscontrato fra queste suggerì la messa in onda, tra il 1960 e il 1968, di Non è mai troppo tardi, un programma di insegnamento elementare condotto dal maestro Alberto Manzi; si stima che il programma aiutò quasi un milione e mezzo di cittadini italiani a conseguire la licenza elementare.

Almeno nella fase iniziale, la televisione italiana ricopriva un notevole ruolo culturale: le sue finalità erano certamente educative e senza particolare attenzione al consenso dei telespettatori. Se da un lato una parte consistente della programmazione poteva non essere immediatamente apprezzata dal pubblico, dall'altro ebbe indubbi benefici nei confronti di una situazione nazionale caratterizzata a quei tempi da una certa arretratezza nei costumi e da una disomogeneità culturale. Non è solo una battuta umoristica dire quindi che, a livello linguistico, "L'unità d'Italia non l'ha fatta Garibaldi, ma l'ha fatta Mike Bongiorno".

A partire dal 1962, vi fu il primo collegamento via satellite tra Italia e Stati Uniti, che segnò l'avvento della comunicazione intraplanetaria, permettendo di assistere a eventi fondamentali della storia contemporanea in diretta, come lo sbarco del primo uomo sulla Luna nel 1969, che raccolse circa 500 milioni di spettatori.

Le tappe successive dello sviluppo tecnologico televisivo italiano indicano, però, un ritardo rispetto agli altri Paesi europei, soprattutto per quanto riguarda le trasmissioni televisive a colori.

La televisione a colori Le trasmissioni a colori iniziarono in via sperimentale fin dagli anni settanta, in particolare con la trasmissione delle Olimpiadi di Monaco nel 1972, che avveniva con diversi sistemi a giorni alterni in quanto proprio in quel periodo si svolgeva in Parlamento il dibattito riguardante quale sistema di trasmissione scegliere, che vedeva contrapposti i sostenitori del francese SÉCAM e quelli del tedesco PAL. La TV italiana iniziò ufficialmente a trasmettere a colori solo nel febbraio 1977, cioè circa 10 anni dopo rispetto a paesi europei più sviluppati.