La storia di Napoli si estende per circa 3000 anni.Le trasformazioni di una città che vive da quasi 30 secoli hanno impresso modifiche che influiscono sulla nostra percezione della realtà originaria (Daniela Giampaola, Emanuele Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope, Roma, Salerno Editore, 2022, p. 43). Pur essendo stati rinvenuti alcuni reperti archeologici risalenti al Tardo geometrico I – lo stesso livello cronologico in cui furono fondate Cuma e Pithecusa – la fondazione della città viene generalmente fissata, per prudenza archeologica,Una rilevante novità è costituita dal rinvenimento di reperti che attestano un inedito orizzonte cronologico della seconda metà dell'VIII secolo a.C., non lontano dalle fasi più antiche di Pithecusa e dell'abitato di Cuma rilevate dai recenti scavi delle Università L'Orientale e Federico II. [...] Si potrebbe così supporre che l'inizio dell'occupazione della collina di Pizzofalcone sia da connettere con l'avvio della presenza euboica nel Golfo, ma il campione disponibile è troppo limitato per poter giungere a conclusioni sicure (tratto da: Daniela Giampaola, Emanuele Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope, Salerno ed., Roma, 2022, pp. 51-52). alla fine dell'VIII secolo a.C.

Il sito preciso in cui si sviluppò la città, situato sulla collina di Pizzofalcone e nelle zone circostanti, risulta comunque frequentato e occupato fin dal Neolitico avanzato, sebbene la sequenza cronologica sembri interrompersi all'inizio dell'Età del ferro.Allo stato attuale, la lunga sequenza cronologica che, sia pure attraverso momenti di cesura, si sviluppa dal Neolitico avanzato sembra interrompersi all'inizio dell'Età del Ferro (Daniela Giampaola, Emanuele Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope, Roma, Salerno Editore, 2022, p. 14).

Nel corso dei secoli, Napoli si è progressivamente espansa e, nel XVII secolo, contava circa abitanti,Jan de Vries, European Urbanization: 1500-1800, Methuen Publishing, 1984, p. 355. collocandosi tra le megalopoliGiuseppe Galasso, Aspetti della megalopoli napoletana nei primi secoli dell'età moderna, in Claude Nicolet, Robert Ibert e Jean-Charles Depaule, eds, Mégalopoles méditerranéennes. Géographie urbaine rétrospective (Parigi, 2000), pp. 565–574. più popolose del mondo dell'epoca.

Sin dall'Evo antico, Napoli ha esercitato una profonda influenza sull'Europa, come attestato dal suo ruolo nella Magna Grecia e dal contatto tra la cultura greca e quella romana.L'importanza di questa Koinè è apparsa a taluno di tanto peso da autorizzare l'ipotesi che in ambiente campano si sia formata la personalità che creò opere di così alto livello come il Bruto Capitolino e le teste che le si associano e da suggerire l'affermazione che in Campania siano forse da cercare le vere radici dell'arte romana. È certo, comunque, che se fin dalla seconda metà del secolo la Campania è zona d'influenza politica di Roma, essa fu la prima regione nella quale Roma venne a contatto con la grecità e specialmente attraverso Neapolis, la Graeca urbs che restò ancora per molto tempo una delle fonti attraverso le quali la grecità alimentò la nascente cultura romana (in La Magna Grecia nell’età romana. Atti del quindicesimo Convegno di studi sulla Magna Grecia: Taranto, 5-10 ottobre 1975, Napoli, Arte Tipografica, 1976, pp. 371-372).

La sua storia si configura come un microcosmo di quella europea, segnata dall'incontro e dalla convivenza di civiltà, popoli e culture diverse, le cui tracce sono ancora visibili nel ricco patrimonio artistico e monumentale della città. In particolare, questa storica vocazione internazionale ha determinato la scelta di Napoli, nel 2019, come sede dell'Assemblea parlamentare del Mediterraneo.

Napoli è stata capitale dell'Italia meridionale per oltre mezzo millennio, governando un vasto territorio che ha avuto un ruolo centrale negli equilibri politici e culturali del Mediterraneo e dell'Europa.

Fin dalle sue origini, la città ha subito attacchi, invasioni e distruzioni, affrontando nel corso dei secoli anche numerose catastrofi naturali quali eruzioni vulcaniche, terremoti, maremoti, incendi, lahar e pestilenze.

Come ha osservato lo storico Alessandro Barbero: «Napoli è una città dove la storia gronda dai tetti e cammina per le strade, abbracciando uno spazio temporale che va dall'antichità più remota a epoche recenti, contribuendo a renderla speciale.»Intervista ad Alessandro Barbero:

Le età preistoriche Le origini

Le più antiche tracce di frequentazione e occupazione nel territorio comunale di Napoli risalgono, secondo i dati finora raccolti, al neolitico medio, testimoniati da reperti tipici della cultura di Serra d'Alto, ritrovati nei pressi della basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone (ossia tra l'acropoli e la necropoli di Partenope, alle spalle della collina di Pizzofalcone). Nella stessa area sono stati ritrovati, inoltre, un importante strato archeologico risalente all'età del rame antica ed uno all'antica/media età del bronzo. L'età del rame media, tipo Gaudo, è noto più all'interno di Partenope, come dimostrano i vecchi ritrovamenti di Materdei, mentre l'età del bronzo antica o meglio media iniziale è presente a piazzale Tecchio, che si può considerare l'inizio dell'area flegrea (e in altri siti meno significativi).Il Bronzo Medio è stato riscontrato soprattutto anche nei fondali marini dell'insenatura di piazza del Municipio e nel pianoro di Neapolis. I materiali rinvenuti attestano l'esistenza di due villaggi. Il nucleo insediativo del pianoro continua nel Bronzo Recente (fine XIV-XII secolo a.C.), mentre quello di Castel Nuovo si arresta alla fine del Bronzo Medio (tratto da: Daniela Giampaola, Emanuele Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope, Salerno ed., Roma 2022, p. 13). Infine, a valle della collina di Pizzofalcone, nell'area costiera del porto di Napoli, sono stati rinvenuti abbondanti rinvenimenti ceramici (perlopiù forme chiuse, come olle ovoidi e cilindro ovoidi), databili tra il l'età del bronzo finale e l'inizio dell'Età del ferro, che documentano l'esistenza di un sito forse a carattere produttivo, deputato allo svolgimento di attività costiere. Per le popolazioni dell'età del bronzo e poi del ferro presenti in quest'area del golfo di Napoli, le fonti greche usano i nomi di Ausoni e Opici.

Evo antico Fondazione di Partenope

Partenope venne fondata dai greci cumani.Lombardo M. e Frisone F., Colonie di colonie: le fondazioni sub-coloniali greche tra colonizzazione e colonialismo, Atti del Convegno Internazionale di studi, Lecce 22-24 giugno 2006, Congedo Ed., Galatina 2010 ISBN 978-88-8086-699-2 pp.196;185;197;192-198;194;198;195;195;193 Le ricerche archeologiche fanno risalire la nascita della colonia alla fine dell'VIII secolo a.C., sebbene i reperti più antichi rinvenuti nella zona risalgano al terzo quarto di quel secolo, circa lo stesso periodo in cui furono fondate Pithecusa e Cuma. Tuttavia, il numero attualmente limitato di tali reperti più antichi non permette di stabilire con certezza se la fondazione della colonia possa essere attribuita a quel periodo. L'insediamento prendeva il nome dalla Sirena eponima, il cui santuario, grazie alle più recenti ricerche archeologiche, è stato identificato in piazza Nicola Amore.

Partenope, sorta in una posizione particolarmente favorevole, su uno sperone roccioso circondata su tre lati dal mare, nacque come scalo marittimo (epineion) subordinato al centro principale, come generalmente riconosciuto dal metodo storico-critico in relazione a Cuma.[Circa l'evidenza archeologica] Da questa angolazione è possibile recuperare, almeno per questo periodo, la sua funzione di epineion, cioè di scalo marittimo subordinato al centro principale, che la critica storica tradizionalmente gli assegna in rapporto alla colonia euboica (tratto da: Daniela Giampaola, Emanuele Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope, Salerno ed., Roma 2022, p.52)

Le indagini hanno permesso di individuare il porto, che fu anche quello di Neapolis, nell'attuale piazza del Municipio, che all'epoca un bacino idrico chiuso e protetto, a sua volta facente parte di una vasta insenatura situata tra castel Nuovo e la chiesa di Santa Maria di Portosalvo.

Di fronte al crescente e celere sviluppo della colonia, i cumani, temendo che la loro egemonia potesse essere minacciata, scelsero di «distruggere» Partenope, cioè di oscurarne la centralità e ridimensionarne il ruolo politico e culturale.La notizia della distruzione, una volta tenuto conto del fatto che proviene da una fonte interessata a presentare sotto una luce particolarmente negativa il comportamento di Cuma, trova sostanziale conferma in una serie di fatti. Le tradizioni di ottica cumana, Pseudo Scymno, Strabone, Velleio, puntano tutte sul rapporto Cuma-Neapolis, lasciando nell'ombra, e quindi in un certo senso, distruggendo la storia precedente del sito [...]. D'altro canto, se il problema è posto, come la fonte di Lutazio fa nei termini di una frequentatio di Neapolis che non può svilupparsi se non in concorrenza con quella di Cuma, è evidente che la frequentatio di Cuma non può tollerare lo sviluppo di Neapolis e quindi la oscura. E la crescita di Neapolis che avviene sottraendo appena può Pitecusa a Cuma conferma la giustezza di questa impostazione del problema. D'altro canto anche la terminologia usata dalla fonte per cui fondare Partenope era stato un urbem constituere e ridare vita un urbem restituere o una nuova institutio, suggerisce una lettura della vicenda piuttosto in riferimento a realtà istituzionali e politiche che a concrete realtà materili da eliminare e reintegrare (tratto da: M. Lombardo, F. Frisone, Colonie di colonie: le fondazioni sub-coloniali greche tra colonizzazione e colonialismo. Atti del Convegno Internazionale di studi, Lecce 22-24 giugno 2006, Galatina, Congedo edit., 2010, p. 185). A parte le ipotesi - che rimango pura speculazione - che tendono a connettere la notizia della distruzione con un evento effettivamente verificatosi che non prendiamo neanche in esame, dopo i tentativi, a questo riguardo, di trovarne conferma nella documentazione archeologica per niente perspicua (tratto da: Daniela Giampaola, Emanuele Greco, Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope, Salerno ed., Roma 2022 p.69). Tuttavia non esiste traccia materiale e archeologica di distruzione di questo primitivo nucleo, come si usa invece raccontare interpretando male il racconto di Lutazio Dafnide (tratto da: Teresa Tauro, Napoli greca. Alla scoperta della città antica, Intra Moenia editore, 2023, p. 17). Per ulteriori dettagli sull'evidenza archeologica che documenta lo sviluppo di Partenope, si rimanda alla voce di approfondimento Partenope (città antica).

Fine VI secolo a.C.: La rifondazione come Neapolis