La fu una rivolta scoppiata nel 1637, durante il periodo Edo, nel Giappone sud-occidentale, che vide i cattolici giapponesi, in gran parte contadini, insorgere contro il governo dello shogunato Tokugawa che aveva attuato una forte persecuzione religiosa nei confronti dei cristiani cattolici.
Lo shogunato inviò un contingente di oltre uomini per sopprimere la ribellione e dopo un lungo assedio contro i cristiani nel castello di Hara riuscì a sconfiggerli.
A seguito della rivolta, il leader degli insorti Amakusa Shirō fu decapitato e la persecuzione anticristiana si fece molto più aspra terminando solo nel 1650. Fu a seguito di questa rivolta che in Giappone si adottò una politica di isolamento nazionale (sakoku) che andò avanti per oltre due secoli.
Contesto storico
L'evangelizzazione del Giappone ebbe inizio il 15 agosto 1549 con lo sbarco del gesuita spagnolo san Francesco Saverio che creò la prima comunità cattolica nell'isola di Kyūshū nel sud del Giappone.
Il Cattolicesimo si diffuse abbastanza rapidamente in Giappone grazie all'apporto di Alessandro Valignano, un gesuita italiano che apprese il giapponese e pubblicò il Cerimoniale per i missionari in Giappone, una sorta di "guida" per i missionari su come evangelizzare i giapponesi rispettando la loro cultura e le loro tradizioni, con cui si riuscì a convertire molti giapponesi in un tempo relativamente breve. Si è stimato che il numero di convertiti nel 1579 fosse di personeBrett L. Walker, Foreign Affairs and Frontiers in Early Modern Japan: a Historio-graphical Essay, dal "Early Modern Japan: an Interdisciplinary Journal" vol. 10, pp. 44–62, mentre alla fine del XVI secolo saranno "Kakure Kirishitan " di Patrick Downes.
Inizialmente le autorità giapponesi, soprattutto durante il governo di Oda Nobunaga, non ostacolarono l'opera dei missionari europei, che anzi videro favorevolmente perché gli permetteva di avere relazioni economiche con la Spagna e il Portogallo e perché riduceva il potere dei monaci buddisti. La situazione cambiò con la salita al potere di Toyotomi Hideyoshi, preoccupato per il crescente numero di convertiti, soprattutto tra i daimyō, che divenuti cattolici ebbero anche dei vantaggi nei rapporti con gli europei.
La situazione cambiò con l'arrivo degli olandesi; a differenza dei portoghesi cattolici gli olandesi protestanti non erano interessati a diffondere il cristianesimo, ma solo commerciare. Il 24 luglio 1587 Hideyoshi promulgò un editto con il quale mise al bando i missionari europei, non gradendo più che questi diffondessero la loro "perniciosa dottrina"M.E. Berry, Hideyoshi, pp. 91-92. Nonostante ciò, i missionari non lasciarono il paese e anzi continuarono la loro evangelizzazionePeter Nosco, "Secrecy and the Transmission of Tradition, Issues in the Study of the 'Underground Christians', dal "Japanese Journal of Religious Studies" vol. 20, pp. 3–30; Hideyoshi decise di attuare misure più repressive e il 5 febbraio 1597 fece crocifiggere ventisei kirishitanTermine con cui i giapponesi definivano i cristiani, di cui sei francescani, tre gesuiti giapponesi e diciassette giapponesi terziari francescani.
Dopo la morte di Hideyoshi (1598), la persecuzione dei cristiani diminuì per via delle guerre di successione che portarono nel 1603 all'inizio dello shogunato Tokugawa, per poi riprendere qualche anno dopoMarius Jansen, The Making of Modern Japan, p. 68. Nel 1614 fu vietata la professione della fede cattolica e fu redatto, dal monaco zen Konchiin Suden (1563 – 1633), un decreto di espulsione di tutti i missionari dal Giappone«La banda di kirishitan si è trovata a giungere in Giappone. Essi non solo hanno inviato navi mercantili per lo scambio di merci, ma hanno anche diffuso una perniciosa dottrina per confondere i giusti, così da cambiare il governo del paese e il nostro paese. Ciò è diventata una grande catastrofe. Non possiamo non fermarla.». Ikuo Higashibaba, Christianity in Early Modern Japan: Kirishitan Belief and Practice, p. 139. Nel decreto si accusano i cattolici di aver: «contravvenuto alle norme del governo, diffamato lo scintoismo, calunniato la Vera Legge, distrutto i regolamenti e corrotto la bontà»Hirokazu Shimizu, Kirishitan Kankei Hosei Shiryo Shu, pp. 284–286. I cattolici dovettero praticare la loro fede in segreto, e presero il nome di kakure kirishitan ("cristiano nascosto"), per via del fatto che, oltre a dover amministrare i sacramenti in stanze segrete nelle loro abitazioni private, camuffarono i simboli cristiani seguendo i canoni dell'iconografia buddista e le preghiere cristiane in canti buddisti.
Le persecuzioni divennero quindi sistematiche: tutte le chiese che avevano edificato negli anni furono distrutte"Nagasaki's Unique Christian History" dal sito ufficiale della prefettura di Nagasaki; tutti i giapponesi che fossero risultati cattolici sarebbero stati giustiziatiMark R. Mullins,Japanese Pentecostalism and the World of the Dead: a Study of Cultural Adaptation in Iesu no Mitama Kyokai, dal "Japanese Journal of Religious Studies" vol. 17, pp. 353–374. Lo shogunato incaricò il clero buddista di vigilare che non vi fossero più giapponesi di fede cattolica. A questo scopo si adottò il "sistema del certificato del tempio" (teraukeseido), che non era altro che una sorta di "corso" che si doveva frequentare presso un tempio buddista, al cui termine veniva rilasciato un certificato che attestava l'ortodossia religiosa, l'accettabilità sociale e la fedeltà allo shogunato.Tamamuro Fumio, Local Society and the Temple-Parishioner Relationship within the Bakufu's Governance Structure, dal "Japanese Journal of Religious Studies" vol. 28, pp. 261–292 Con questo, e altri sistemi - come il "fumie"Una pratica che consisteva nel far calpestare al sospetto cattolico una tavola su cui era raffigurato un crocifisso o l'immagine della Vergine Maria - si riuscivano a individuare i cattolici che o dovevano convertirsi al buddismo o sarebbero stati condotti sul Monte Unzen a Nagasaki dove sarebbero stati giustiziati.
La rivolta L'inizio della rivolta
La rivolta ebbe inizio nella penisola di Shimabara, nel sud del Giappone, la regione era stata governata da Matsukura Shigemasa fino al 1630 e poi dal figlio Matsukura Katsuie che dovette fronteggiare alla rivolta. I due daimyō causarono lo scoppio della rivolta, che vide i contadini e i rōnin cattolici insorgere contro lo shogunato. Le cause dell'insurrezione furono sostanzialmente due: la prima causa è la persecuzione contro i cattolici della regione; la seconda è l'eccessiva tassazione imposta da Matsukura che, per dar seguito alla politica dell'Ikkoku-ichijō ("un castello in ogni provincia") decisa dallo shogunato, fece smantellare i castelli di Hara e Hino e fece costruire il castello di Shimabara, nonostante il suo feudo non fosse in grado di sostenere tutte queste spese. Matsukura non si curava delle condizioni già disperate dei contadini e anzi ripeteva che "i contadini sono come spighe di grano. Più vengono spremute e più danno". Molti contadini morivano di fame, ma i soldati dei daimyo compivano qualunque crudeltà nei loro confronti: si dice che rapissero ragazze per violentarle e "appenderle nude a testa in giù" . Un cronista portoghese racconta della figlia di un capovillaggio che fu legata nuda ad un palo e marchiata con ferri roventi. Inoltre i soldati prendevano i bambini e li trattenevano finché la tassa non fosse stata pagata.Tatsuya Naramoto, Nihon no kassen: monoshiri jiten, p. 394 Alla rivolta si unirono anche gli abitanti del vicino arcipelago di Amakusa, che governata da Katataka Terasawa subirono anch'essi le stesse persecuzioni.
La rivolta scoppiò nell'autunno 1637, con l'assassinio di Hayashi Hyōzaemon, il daikan di Shimabara, ovvero l'esattore delle tasse. In molti villaggi di Shimabara iniziarono le prime violenze e i contadini cominciarono con l'attaccare i granai pubblici in cui era contenuto il riso con cui avevano pagato le nuove tasse., History of Christianity in Japan
La notizia della ribellione arrivò a Nagasaki, che inviò delle truppe per reprimere la rivolta. Nel frattempo la rivolta scoppiò anche sull'arcipelago di Amakusa e Terazawa spedì nove nobili alla testa di uomini per sedare la rivolta, ma il 27 dicembre 1637, il contingente inviato da Terazawa viene completamente sconfitto. In una successiva battaglia combattuta il 3 gennaio 1638, gli insorti di Amakusa furono sconfitti e i sopravvissuti fuggirono dalla loro isola per unirsi ai ribelli di Shimabara. Su Amakusa le rivolte terminarono poi il mese successivo.Geoffrey C. Gunn, The Duarte Correa Manuscript and the Shimabara Rebellion, da "Crossroads: A Journal of Nagasaki History and Culture", n° 6, autunno 1998
Alla fine dell'anno, - uomini in armi, alcuni dei quali provenienti da Shimabara, assediarono il castello di Tomioka di Terasawa ad Amakusa, per difendere il suo castello inviò un suo tenente, Miyake Dschumhurij, a Kusatsu per chiedere rinforzi. Questi riuscì a radunare uomini, ma lungo la strada fu intercettato dagli insorti che lo sconfissero, e solo una parte di quel contingente riuscì a raggiungere il castello. Nonostante tutto però, l'esercito di Terasawa riuscirà a respingere gli assedianti il 7 gennaio 1638.
Nella penisola di Shimabara, nel frattempo, si pose a capo della rivolta il rōnin di appena 16 anni, Amakusa Shirō. Gli insorti attraversarono il Mar Ariake e raggiunsero la città di Shimabara, qui si accanirono contro gli ufficiali locali che cercavano di fermarli, il 12 dicembre 1637 incendiarono parte della città, e danneggiarono i templi. Decisero poi di assediare il castello di Shimabara di Katsuie Matsukura, ma non ebbero successo e furono respinti.
L'assedio del castello di Hara
Riunirono le loro forze al castello di Hara, che era il vecchio castello del clan Arima, e che si trovava in rovina perché fu smantellato da Shigemasa Matsukura. Vista la poca protezione offerta dal castello, costruirono una palizzata con il legno delle imbarcazioni che utilizzarono per attraversare il mare e si andarono poi a rifornire di armi, munizioni e provviste saccheggiando i magazzini di Matsukura.Tatsuya Naramoto, Nihon no kassen: monoshiri jiten, p. 397Noel Perrin, Giving up the gun: Japan's reversion to the sword, 1543-1879, p. 65
Gli insorti capirono che senza artiglieria e armi d'assedio non sarebbero stati in grado di attaccare altre fortezze, per questo motivo, Amakusa, decise di prendere possesso del castello di Hara che, sebbene fosse in rovina, garantiva una buona protezione. Il castello era situato su un promontorio che dava sul mare, tre lati del castello, infatti, terminavano con un dirupo; e per attaccarlo si doveva usare l'unico passaggio disponibile che era protetto da due profondi fossati. Nel castello gli insorti portarono con sé anche le loro donne e i loro bambini e gli storici ritengono che il numero di persone presenti, tra soldati, donne e bambini, vada dai ai . Nel castello tutti lavorarono per rafforzare le difese e sui merli esposero croci di legno e vessilli crociati.
Durante l'assedio, il 14 febbraio gli insorti invieranno una lettera agli assedianti attaccata su una freccia, in cui riassumono le loro motivazioni: