Il demonio è un film del 1963, diretto da Brunello Rondi.

Ispirato agli studi antropologici di Ernesto de Martino nel sud Italia, è tra le prime pellicole sul tema delle possessioni, filone reso popolare da L'esorcista, Inizialmente criticato e censurato per i suoi contenuti violenti, il film è stato trascurato per diversi decenni, fino ad essere rivalutato a partire dagli anni 2000.

Trama In un centro rurale della Lucania, Purificazione (detta "Purìf"), giovane donna dedita alle arti magiche, è disperata perché l'uomo che ama, Antonio, con il quale aveva avuto una relazione in passato, è promesso a un'altra e non vuole più avere a che fare con lei. Dopo essere stata rifiutata più volte, Purif gli scaglia contro il malocchio e si dà alla fuga. La donna, che non gode di una buona reputazione in paese, manifesta altri bizzarri comportamenti che intimoriscono gli abitanti, convinti che sia posseduta dal Demonio. La donna viene sottoposta a un esorcismo e a un rito di bassa magia cerimoniale (quest'ultimo solo un pretesto per un abuso sessuale) con il fine di liberarla dalle presunte forze demoniache. Dopo aver rischiato il linciaggio dei suoi compaesani aizzati da Antonio, Purif trova rifugio in un convento, dal quale si allontana dopo aver aggredito una suora. Alla fine, si ricongiunge con Antonio, e, dopo un rapporto carnale, lui la uccide nella convinzione di averla liberata definitivamente dal Maligno.

Produzione Le riprese sono state effettuate in Basilicata: a Matera, Montescaglioso e Miglionico. Benché inserito nel genere horror soprannaturale, secondo Fabrizio Fogliato su CineCritica «il film si colloca in una zona liminale tra documento etnografico, melodramma nero e incursione nell’orrore, inaugurando una possibile “terza via” del nostro cinema: quella di una docu-fiction antropologica, stilisticamente perturbante».

Lo stesso De Martino partecipò alla realizzazione del film come consulente, sebbene lui avesse preferito un'opera con un tono da documentario etnologico e sociologico, in contrasto con l'atmosfera lugubre del prodotto finale.

Daliah Lavi disse che, durante il periodo delle riprese, molti la considerarono realmente una maga; alcune ragazze si rivolsero a lei per avere filtri d'amore e una donna anziana, malata di cuore, le chiese di guarirla.

Accoglienza Alla sua uscita il film fu accolto perlopiù in maniera negativa. Cinema Nuovo fu una delle testate più critiche nei confronti del film, al punto che Rondi inviò due lettere di replica al direttore della rivista, Guido Aristarco. Una delle poche voci favorevoli fu quella di Edoardo Bruno, che definì il film un primo esempio di cinema surrealista in Italia.

Il film fu sottoposto a censura per alcune scene violente ed erotiche. La prima commissione inizialmente espresse parere contrario alla proiezione pubblica, in seguito pose come condizione dei grossi tagli che, secondo Rondi, avrebbero pesantemente compromesso lo sviluppo del film. La commissione di secondo grado autorizzò la visione con un divieto ai minori di 18 anni e con alcuni tagli.

In anni recenti, il film è stato rivalutato dalla critica. Fabrizio Fogliato su CineCritica lo considera un film che «nel panorama del cinema italiano dei primi anni Sessanta [...] occupa una posizione anomala e, per molti versi, profetica [...] in piena stagione di benessere economico e di rassicurante autorappresentazione nazionale». Fogliato ne ha apprezzato la descrizione degli aspetti antropologici e la rappresentazione di una rigida società patriarcale in cui si intravede una flebile emancipazione femminile anticipando, secondo il critico, le battaglie femministe che si diffusero nel decennio successivo.

Raffaele Meale su Quinlan lo ha definito: «un lavoro finissimo, di grande potenza espressiva e in grado meglio e più di altri di raccontare il Paese, e le sue zone d’ombra».

Il documentarista Luigi Di Gianni lo ha considerato il miglior film girato in Basilicata.

Influenza culturale Il film viene spesso paragonato a L'esorcista, uscito dieci anni dopo, per la presenza di una scena in cui la protagonista Daliah Lavi si esibisce in una camminata a quattro zampe con il ventre all'insù, che ricorda il noto spider walk di Regan MacNeil nel film di William Friedkin.

Il personaggio di Purif sembra aver ispirato la maciara interpretata da Florinda Bolkan in Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci.

Riconoscimenti 2015 – Boston Society of Film Critics Awards Premio speciale "Migliori riscoperte"

Note

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