Biografia
Durante il periodo della guerra, Urbano Cioccetti presta la sua opera presso l’«Ufficio Informazioni Vaticano», voluto da Pio XII nel 1939, istituito presso la Segreteria di Stato agli inizi di quella che sarebbe stata un’immane tragedia mondiale. Il suo scopo era quello di mettere in contatto le famiglie smembrate dal conflitto e venire incontro alle innumerevoli richieste relative ai profughi, ai dispersi, ai prigionieri militari e civili, e alle vittime della guerra, e assicurare loro assistenza spirituale e materiale. Una gigantesca opera di reperimento di notizie delle persone che la guerra separava. L’Ufficio era sotto lo stretto e vigile coordinamento dell’allora Sostituto della Segreteria di Stato Monsignor Giovanni Battista Montini. Il rapporto che Urbano Cioccetti instaurerà con il futuro Papa, si manterrà inalterato nel tempo, anche durante il suo pontificato.
I volontari scelti tra i giovani dell’Azione Cattolica (di cui Urbano Cioccetti faceva parte), non percepivano alcun stipendio.
Ebbe la carica onorifica di cameriere di cappa e spada da Pio XII, e fu membro del consiglio di amministrazione dell'”Istituto di credito finanziario”, a capitale vaticano; amministratore del patrimonio dei marchesi del Gallo di RoccagiovineGianfranco Berardi, Storia del malgoverno democristiano a Roma, in L'Unità, aprile 1976. Fu inoltre vicepresidente dell'Azione Cattolica e presidente dell'O.N.M.I.; per quest'ultimo ente ideò le “Giornate nazionali della madre e del bambino”, coincidenti con la festa della Epifania, e realizzò “Case” per l'assistenza medica della maternità e del bambino; lanciò editorialmente la rivista per genitori “Nostro figlio”.
Assessore al personale al comune di Roma Eletto consigliere comunale nel 1946 nominato assessore nella giunta guidata da Salvatore Rebecchini, attuò la prima organica sistemazione del personale e degli uffici del Comune di Roma, dopo il conflitto bellico. Fu istituita per sua volontà una commissione consiliare dove parteciparono anche esponenti della sinistra, tra cui il consigliere Turchi, già assessore nell’amministrazione Doria Pamphilji e grande tecnico e conoscitore dei problemi di Roma.
La riforma nel suo complesso fu di dimensioni epocali. Ancora oggi, al netto degli adeguamenti che via via sono stati operati negli anni con il cambiare e l’estendersi della città, buona parte della struttura amministrativa capitolina funziona secondo quella riforma.
La riforma non solo fu apprezzata dai romani per la qualità e quantità dei servizi offerti, ma anche dagli stessi dipendenti comunali che riconobbero la validità dell’iniziativa. Gli “straordinaristi” del Comune di Roma, come veniva chiamato il personale avventizio e straordinario, offrirono la medaglia d’oro ad Urbano Cioccetti, in segno di riconoscimento dell’opera da lui svolta per la riforma organica e per la sistemazione del personale.
La cerimonia si svolse il 24 ottobre del 1955 presso la sala Borromini, alla presenza di una larga rappresentanza del personale e di molti consiglieri.
L'elezione a sindaco e la rinuncia a commemorare la Liberazione di Roma Il 27 dicembre 1957, il sindaco di Roma, Umberto Tupini, si dimise dalla carica, avendo deciso di presentarsi alle elezioni per il rinnovo del Senato indette nella primavera del 1958. Urbano Cioccetti, consigliere comunale dal 1946 e assessore delegato (ossia vicesindaco) dal giugno 1956, fu proposto dalla Democrazia Cristiana quale successore del sindaco dimissionario. Cioccetti fu eletto l'8 gennaio 1958 con i voti della DC, del PLI, del PSDI (tranne Saragat, assente), e con quelli determinanti dei monarchici e del MSI. I socialdemocratici preferirono non far parte della giunta, mentre i repubblicani votarono con le sinistre il consigliere radicale Leone CattaniGianfranco Berardi, cit.. La commistione dei voti socialdemocratici con quelli monarchici e missini ebbe l'effetto di provocare le proteste di alcuni autorevoli esponenti del PSDI« L'Elezione di Urbano Cioccetti aggrava la clericalizzazione della vita cittadina », L'Unità, 11 gennaio 1958 .
L'appoggio esterno dei partiti di destra alla Giunta Cioccetti era stato contrattato politicamente, come affermò il 15 gennaio successivo il capogruppo del MSI Aureli e comprendeva la rinuncia a commemorare il quindicesimo anniversario della Liberazione di Roma dai nazi-fascisti, il 4 giugno 1959. Fu lo stesso Cioccetti a dare l'annuncio ufficiale di tale scelta, in risposta ad una interrogazione consiliare, alcuni giorni precedenti la ricorrenza. Tale scelta, tuttavia, isolò politicamente Cioccetti anche all'interno del suo partito; e ciò si evinse dalle dichiarazioni dei suoi colleghi della Camera e del Senato, quando i due rami del Parlamento, contrariamente al Comune di Roma, commemorarono solennemente l'evento. Inoltre, Cioccetti dovette resistere all'iniziativa dell'opposizione di sinistra, che presentò in Consiglio comunale una mozione di sfiducia; tale richiesta fu respinta il 23 giugno 1959.
Urbano Cioccetti rispose esponendosi in prima persona, attraverso una ferma replica che pronunciò in consiglio comunale, al ritorno dal suo viaggio a Parigi, pochi giorni dopo le manifestazioni di protesta cittadina. Tra lo sconcertato e il deluso, espresse chiaramente come andarono le cose.
In merito alla “fuga” ci tenne a ribadire: “Il Sindaco non è fuggito perché egli non si sottrae mai, come non si è mai sottratto nella sua vita, da soldato e da cittadino, all’adempimento dei suoi compiti e all’onere delle sue responsabilità”.
Il 4 giugno andò a Parigi, e nella sede dell’Ambasciata Italiana rese omaggio al presidente del consiglio comunale di Parigi (dal 1871 al 1977 la capitale francese è stata amministrata dal prefetto) che a suo tempo era stato ospite a Roma nel quadro del “gemellaggio” fra le due città. “Avevo comunicato il mio viaggio a tutti i capigruppo e informato le agenzie di stampa circa un mese prima”.
Smentita la falsa notizia della fuga, Urbano Cioccetti entrò in merito alla celebrazione dell’anniversario: “Come è noto l’amministrazione ha partecipato in posizione eminente. Il rappresentante della Giunta si è trovato alla Storta (per commemorare l’eccidio dove furono uccisi 14 detenuti del carcere di via Tasso) senza che ci fossero i rappresentanti ufficiali di altre forze politiche, così com’è capitato stamattina, quando ho deposto una corona sul cippo che ricorda il sacrificio di Giacomo Matteotti”.2
Il Sindaco continuò: “La giunta non ravvisava necessarie ulteriori iniziative e, del resto, nessuno le ha proposte”… “Attribuire delle responsabilità a me è stata una maligna e gratuita offesa, oltre tutto volutamente immemore delle mie ripetute professioni di fede morale e politica, quale feci, ad esempio, il 24 marzo scorso, trovandomi alle Fosse Ardeatine, non per la prima volta in veste di Sindaco, poiché proprio in quel luogo mi ero recato lo stesso giorno del mio insediamento e altre volte in seguito”.
Le cose andarono in questo modo. Il 29 maggio, alcuni consiglieri dell’opposizione presentarono una interrogazione per sapere se la giunta si apprestava a celebrare con particolare solennità il quindicesimo anniversario della liberazione della Capitale dal terrore nazifascista. Sapevano che una cerimonia commemorativa si sarebbe svolta come ogni anno davanti al Sacrario dei 14 caduti della Storta, fucilati per mano nazista, peraltro sistemato e riammodernato dalla giunta Cioccetti.
La domanda dei consiglieri era tesa a capire se ci sarebbero state manifestazioni “eccezionali” per ricordare il quindicennale. Il sindaco ritenne che quindici anni non erano sufficienti a giustificare la “particolare solennità”. Ricordò anche agli interroganti, che durante la commemorazione del decennale del 4 giugno di 5 anni prima (1954), nessuno dei consiglieri dei partiti che adesso chiedevano a gran voce la celebrazione, si erano alzati dagli scanni per dire poche parole celebrative sulla ricorrenza.
Le politiche urbanistiche dell'amministrazione Cioccetti Il 27 giugno 1958 la Giunta Cioccetti ripresentò in Consiglio comunale la variante urbanistica che avrebbe autorizzato la realizzazione del gigantesco albergo Hilton su un'area della Società Generale Immobiliare, a Monte Mario. L'operazione, che aveva segnato fra le polemiche l'epilogo della lunga gestione della Capitale del sindaco Salvatore Rebecchini, era stata accantonata dal successore Umberto Tupini. Il 23 settembre 1958, l'assemblea capitolina approvò a maggioranza la variante e, una volta rilasciata la licenza edilizia, i lavori del mega albergo si conclusero nel 1963Italo Insolera, Roma moderna, Einaudi, Torino, 1971, pag. 217.
Nel frattempo la Giunta, con la collaborazione dell'Ufficio speciale per il nuovo piano regolatore (USNPR), provvedeva a rielaborare il progetto di piano che, commissionato dalla amministrazione Rebecchini ad una commissione di novanta esponenti dell'ambiente politico, accademico e professionale (la "Grande commissione") supportata dall'USNPR, era stato consegnato al sindaco allo stato di schema alla fine del 1957. Il programma dei lavori prevedeva che gli studi proseguissero a cura del comitato di esperti (il "CET.", i cui membri erano stati designati in seno alla stessa "Grande commissione" che aveva elaborato lo schema. Ma il 26 giugno 1958 il consiglio comunale approvò un ordine del giorno (il cosiddetto "o.d.g. Lombardi") che dava mandato alla giunta e ai tecnici comunali di redigere il piano, by-passando le associazioni professionali e quelle fra gli urbanisti. Il piano fu presidposto nel giro di un anno. Le modifiche riguardarono soprattutto il ridimensionamento delle aree direzionali e delle previsiioni di espansione ad est della città, a vantaggio dell'EUR e della direttrice Via Cristoforo Colombo-mare; si lasciava inoltre indeterminato il quadro delle espansioni nell'agro romano, rinunciando a richiedere l'apposizione di vincoli paesaggisticiItalo Insolera, Roma moderna, cit., pagg. 233-34. Il piano, come sopra rielaborato, fu adottato dal consiglio comunale il 24 giugno 1959, e inviato per la sua approvazione al Ministero dei lavori pubblici, che aveva a disposizione tre anni di tempo per approvarlo definitivamente. Infatti, la normativa all'epoca vigente assegnava all'applicazione delle cosiddette “norme di salvaguardia” a tutela dei vincoli imposti dal piano adottato un termine di tre anni dall'adozione di quest'ultimo.