La battaglia di Utica del 240 a.C. fu il primo grande scontro della guerra dei mercenari e vide contrapposti un esercito cartaginese comandato da Annone II il Grande e una forza composta da mercenari rivoltosi e città africane insorte, guidata da Spendio. Combattuta nei primi mesi del 240 a.C., poco dopo la conclusione della prima guerra punica, si svolse nei pressi di Utica, allora sotto assedio da parte delle forze rivoltose. Nel corso dello scontro le truppe cartaginesi ottennero inizialmente un successo che costrinse i rivoltosi a interrompere l’assedio; tuttavia, dopo aver stabilito l’accampamento nell’area, Annone non provvide a rafforzarne adeguatamente le difese, consentendo ai rivoltosi di riorganizzarsi e lanciare un contrattacco. L’azione si concluse con la rotta di entrambe le forze e con i rivoltosi padroni del campo di battaglia, senza tuttavia produrre un risultato strategico decisivo.

L’esercito rivoltoso, di circa 10 000 uomini, proseguiva l’assedio della città quando un’armata cartaginese di 8 000 - 10 000 soldati e 100 elefanti da guerra attaccò il suo accampamento, mettendolo in rotta. I Cartaginesi, dopo il successo iniziale, non sfruttarono il vantaggio ottenuto e si dispersero per saccheggiare e approvvigionarsi. I rivoltosi ebbero così il tempo di riorganizzarsi, rientrare sul campo di battaglia e colpire le truppe cartaginesi mentre occupavano il loro precedente accampamento, infliggendo loro una sconfitta e costringendole alla ritirata. Anche in questa fase non vi fu un inseguimento efficace delle forze sconfitte, consentendo ai Cartaginesi di riorganizzarsi e proseguire le operazioni militari. Il conflitto, caratterizzato da particolare asprezza, si concluse nel 238 a.C. con la vittoria finale di Cartagine.

Antefatti La prima guerra punica fu combattuta tra Cartagine e Roma, le due principali potenze del Mediterraneo occidentale nel III secolo a.C., e si protrasse per 23 anni, dal 264 al 241 a.C. Le due potenze si contesero il predominio soprattutto della Sicilia e sulle acque circostanti, oltre che in Nord Africa. Mentre il conflitto con Roma era in corso in Sicilia, il generale cartaginese Annone condusse una serie di campagne che ampliarono significativamente l’area dell’Africa sotto controllo cartaginese. Estese il dominio fino a Theveste (l’odierna Tébessa, in Algeria), circa 300 km a sud-ovest dalla capitale. Annone adottò una politica fiscale particolarmente rigorosa nei territori recentemente conquistati, allo scopo di finanziare sia la guerra contro Roma sia le proprie campagne militari. La metà dell’intera produzione agricola fu prelevata come tassa di guerra, mentre i tributi precedentemente dovuti da tutte le città e i centri urbani vennero raddoppiati. Queste imposizioni vennero applicate con rigore, causando gravi difficoltà in numerose regioni.

Dopo enormi perdite materiali e umane da entrambe le parti nel corso della prima guerra punica, i Cartaginesi furono sconfitti. Il Senato cartaginese ordinò al comandante delle forze in Sicilia, Amilcare Barca, di negoziare un trattato di pace alle migliori condizioni possibili; convinto dell’inutilità della resa, egli lasciò la Sicilia in segno di protesta, delegando le trattative al suo subordinato Giscone. Nel 241 a.C., con la firma del trattato di Lutazio, si concluse la prima guerra punica.

Le origini della rivolta L'evacuazione dell'esercito cartaginese dalla Sicilia al termine della guerra, composto da circa 20.000 uomini, fu affidata a Giscone. Egli suddivise le truppe in piccoli contingenti in base alle rispettive aree di provenienza e li inviò a Cartagine uno alla volta. Giscone prevedeva che i soldati avrebbero ricevuto rapidamente gli arretrati accumulati nel corso di diversi anni di servizio e ne favorì pertanto il rientro. Le autorità cartaginesi decisero invece di attendere l'arrivo di tutte le truppe per tentare successivamente di negoziare un accordo che prevedesse un pagamento inferiore a quanto dovuto. I soldati rientrati furono quindi inviati a Sicca Veneria (l'odierna El Kef), situata a circa 180 km da Cartagine.

Liberati dalla disciplina militare cui erano stati sottoposti per lungo tempo e privi di occupazione, gli uomini iniziarono a manifestare il proprio malcontento e respinsero ogni tentativo delle autorità cartaginesi di corrispondere loro una somma inferiore a quella pattuita. Esasperate dalle trattative, tutte le 20.000 truppe marciarono su Tunisi, a soli 16 km da Cartagine. Preso dal panico, il Senato cartaginese accettò di effettuare il pagamento integrale. I soldati ammutinati reagirono però avanzando ulteriori pretese. Alla fine del 241 a.C. Giscone, che godeva di grande prestigio presso l'esercito, fu richiamato dalla Sicilia e inviato all'accampamento con una somma sufficiente a saldare gran parte degli arretrati. Mentre iniziava la distribuzione del denaro, promettendo che il saldo sarebbe stato versato non appena disponibile, la disciplina crollò. Diversi soldati sostennero che qualsiasi accordo con Cartagine fosse inaccettabile; ne seguì una sommossa durante la quale gli uomini rimasti fedeli a Cartagine furono lapidati, mentre Giscone e il suo seguito vennero fatti prigionieri e il tesoro destinato ai pagamenti fu confiscato.

I rivoltosi proclamarono propri comandanti Spendio, uno schiavo romano fuggitivo che, in caso di cattura, avrebbe rischiato la morte sotto tortura, e Mato, un berbero insoddisfatto della politica fiscale imposta da Annone nei territori africani soggetti a Cartagine. La notizia della formazione di un esercito esperto e ostile a Cartagine nel cuore dei suoi domini si diffuse rapidamente, inducendo numerose città e comunità a sollevarsi. Ai rivoltosi affluirono viveri, denaro e rinforzi; secondo lo storico greco Polibio, le loro forze raggiunsero infine i 70.000 uomini, sebbene molti di essi fossero probabilmente impiegati nella difesa delle proprie città contro eventuali rappresaglie cartaginesi. Quella che era iniziata come una controversia sul pagamento delle truppe si trasformò così in una rivolta su vasta scala. I tre anni di conflitto che seguirono sono noti come la "guerra dei mercenari" e giunsero a minacciare la sovranità di Cartagine.

Battaglia

Preludio

Annone, in qualità di comandante dell'contigente militare cartaginese in Africa, assunse il comando delle operazioni. La maggior parte dei contingenti africani presenti nelle sue forze rimase fedele a Cartagine, essendo abituata a combattere contro altre popolazioni africane. Anche il contingente non africano, rimasto acquartierato a Cartagine mentre l'esercito proveniente dalla Sicilia veniva congedato, mantenne la propria lealtà. Le poche truppe ancora presenti in Sicilia ricevettero il soldo arretrato e furono riassegnate ad Annone, mentre furono raccolti fondi per reclutare nuovi mercenari. Nell'esercito di Annone venne inoltre incorporato un numero imprecisato di cittadini cartaginesi.

Quando Annone riuscì a radunare questa forza, i rivoltosi avevano già posto sotto assedio Utica e Hippo Diarrhytus (l'odierna Biserta). Generalmente si ritiene che Mato dirigesse le operazioni rivoltosi presso Hippo e Spendio quelle attorno a Utica, sebbene le fonti non siano concordi al riguardo. Nel gennaio o nel febbraio del 240 a.C. Annone marciò verso Utica, situata circa 35 km a nord di Cartagine, alla testa del suo esercito. Lo storico moderno Serge Lancel ha ipotizzato che la marcia sia invece avvenuta via mare.

Forze contrapposte Gli eserciti cartaginesi erano composti quasi esclusivamente da truppe straniere; i cittadini venivano arruolati soltanto quando la città di Cartagine era direttamente minacciata. Le fonti romane definiscono spesso questi combattenti in modo dispregiativo come "mercenari", ma lo storico moderno Adrian Goldsworthy ha giudicato tale definizione una notevole semplificazione. Essi prestavano infatti servizio secondo accordi di varia natura: alcuni costituivano contingenti regolari forniti da città o regni alleati nell'ambito di intese formali con Cartagine. La maggior parte di queste truppe proveniva dall'Africa settentrionale.

I Libici fornivano fanteria pesante schierata in ordine serrato, equipaggiata con grandi scudi, elmi, spade corte e lunghe lance da urto, nonché cavalleria pesante armata di lancia, entrambe rinomate per la disciplina e la capacità di sostenere combattimenti prolungati. I Numidi fornivano invece cavalleria leggera, che combatteva lanciando giavellotti a distanza ed evitando lo scontro ravvicinato, oltre alla fanteria leggera composta dagli schermagliatori armati di giavellotto. Iberi e Galli mettevano a disposizione fanti esperti, generalmente privi di armatura, che attaccavano con grande impeto ma avevano la reputazione di perdere efficacia negli scontri prolungati. Dalle isole Baleari provenivano inoltre reparti specializzati di frombolieri.

La fanteria libica schierata in ordine serrato e le milizie cittadine combattevano abitualmente in una formazione compatta nota come falange. Nel corso della guerra anche Siciliani e Italici si unirono alle forze cartaginesi per colmare le perdite subite. Cartagine impiegava frequentemente anche elefanti da guerra; all'epoca il Nord Africa ospitava infatti una popolazione autoctona di elefanti africani di foresta. Le fonti non sono concordi nell'indicare se questi animali trasportassero torri con combattenti a bordo.

È probabile che entrambi gli eserciti fossero composti da tipologie di truppe simili e in proporzioni comparabili, con l'eccezione degli elefanti da guerra, assenti tra i rivoltosi. L'entità esatta delle due forze non è nota con certezza, ma l'esercito rivoltoso schierato presso Utica è generalmente stimato di circa 10 000 uomini. L'armata cartaginese avrebbe invece contato tra gli 8 000 e i 10 000 soldati e sarebbe stata supportata da circa 100 elefanti da guerra.

Combattimento

L'esercito cartaginese si avvicinò a Utica da sud-est, cogliendo di sorpresa i rivoltosi. Dopo essersi accampato all'esterno della città, poté disporre delle macchine d'assedio di Utica. Si ritiene che le fortificazioni del campo rivoltoso consistessero in barricate improvvisate, poiché le indagini archeologiche non hanno portato alla luce tracce di fossati o terrapieni difensivi. Dopo un bombardamento preliminare da parte delle macchine d'assedio, i Cartaginesi lanciarono l'assalto contro l'accampamento nemico. I cento elefanti da guerra sfondarono le barricate, seguiti dalla fanteria, mettendo in rotta le forze rivoltosi. È possibile, sebbene non vi sia certezza, che Annone sia rimasto ferito durante l'attacco.

I Cartaginesi non inseguirono i rivoltosi in fuga e si limitarono a occupare il loro accampamento, mentre Annone fece il proprio ingresso trionfale a Utica. Molti soldati cartaginesi si dedicarono al saccheggio del bottino abbandonato dai rivoltosi, si dispersero nelle campagne circostanti per approvvigionarsi oppure accompagnarono Annone in città. I Cartaginesi erano abituati a combattere contro le milizie delle città numidiche che, una volta sconfitte, tendevano a disperdersi in tutte le direzioni e impiegavano giorni per riorganizzarsi. I veterani provenienti dall'esercito di Sicilia riuscirono invece a riunirsi sulle colline vicine e, non essendo stati inseguiti, ritornarono verso Utica.

Mentre i Cartaginesi erano ancora intenti a celebrare la vittoria, i rivoltosi lanciarono un contrattacco, probabilmente il giorno successivo alla conquista dell'accampamento o, secondo un'altra interpretazione, forse già nel corso della medesima giornata. Colti di sorpresa, i Cartaginesi furono messi in fuga con gravi perdite e persero il convoglio logistico e le macchine d'assedio. I rivoltosi, a loro volta, non sfruttarono il successo ottenuto né inseguirono il nemico in fuga, probabilmente scoraggiati dalla presenza degli elefanti da guerra cartaginesi.

Conseguenze