Membro del Parlamento della Gran Bretagna per i Whig, la sua opera più importante e famosa, Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano (The History of the Decline and Fall of the Roman Empire), pubblicata in sei volumi dal 1776 al 1788, si distingue per la qualità e l'ironia della prosa, e per le critiche indirizzate alle confessioni religiose.
Biografia L'infanzia Suo nonno Edward (1666-1736) era un proprietario terriero dedito a imprese commerciali e a speculazioni finanziarie. Coinvolto nel 1720 nel fallimento della Compagnia dei mari del Sud, fu condannato a un alto risarcimento che tuttavia non compromise del tutto la sua fortuna. Ebbe tre figli e l'unico maschio, anch'egli un Edward (1707-) – i Gibbon tenevano a trasmettere codesto nome a tutti i primogeniti – studiò a Westminster e a Cambridge, amò viaggiare e, «di temperamento ardente e socievole, si abbandonò ai piaceri della vita». Fu anche parlamentare tory dal 1734 al 1747.E. Gibbon, Autobiografia, pp. 13 e 17.
Il suo primogenito, il futuro storico Edward Gibbon, nacque dal matrimonio con Judith Porten a Putney, nella contea di Surrey, il 27 aprile 1737: i successivi sei figli morirono tutti prematuramente, compresa l'unica sorella, la cui perdita il giovane Gibbon pianse «con dolore profondo e sincero».E. Gibbon, Autobiografia, p. 15. Di salute delicata, spesso assistito dalla zia nubile Catherine Porten, la sua istruzione fu più volte interrotta da lunghi periodi di malattia. Non appena ebbe imparato a leggere e a scrivere, fu affidato per diciotto mesi a un precettore, il pastore John Kiksby poi, a nove anni, fu mandato a Kingston-on-Thames in una scuola di settanta alunni tenuta dal dottor Woddeson: egli passò così «alla grossolana famigliarità dei suoi compagni, alla tirannia insolente dei più adulti e alla verga d'un pedagogo forse crudele e capriccioso. Tali cimenti possono rafforzare lo spirito e il corpo contro i colpi della sorte, ma la mia timida riservatezza fu sbalordita dall'affollamento e dalla confusione della scuola. La mancanza di forza e di attività non mi rendeva atto agli esercizi del corpo ai quali i fanciulli si abbandonano nei loro giuochi, e io non ho dimenticato quante volte, nell'anno 1746, fui canzonato e tormentato».E. Gibbon, Autobiografia, p. 20.
Qui cominciò ad apprendere il latino traducendo Fedro e Cornelio Nepote, insieme con «le verità della morale e gli esempi di prudenza» dell'uno e «lo stile puro e l'elegante semplicità»E. Gibbon, Autobiografia, p. 21. dell'altro, finché nel 1748 soffrì la perdita della madre e fu ritirato dalla scuola. Il vedovo si ritirò nella sua casa di campagna di Buriton, nello Hampshire, e il figlio rimase affidato al nonno materno e alla zia Catherine. Il fallimento dell'attività commerciale costrinse suo nonno a lasciare la casa per nascondersi altrove ed Edward rimase solo con la zia, «la vera madre del mio spirito, così come la madre della mia salute»,E. Gibbon, Autobiografia, p. 23. dalla quale apprese l'amore per la lettura. L'Omero nella traduzione del Pope, Le mille e una notte, lEneide tradotta da Dryden e le Metamorfosi di Ovidio, oltre ai numerosi autori inglesi che arricchivano la biblioteca di casa Porten, contribuirono fortemente ad accrescere la forza intellettuale del giovane Gibbon.
L'adolescenza
La zia, messa nella necessità di guadagnare, nel gennaio del 1749 trasformò la sua nuova casa di Londra in un alloggio per studenti ed Edward entrò nella scuola pubblica di Westminster, retta dal dottor John Nicoll. La frequentò per due anni, poi gli accessi delle sue malattie, «curate» con le acque termali di Bath, lo costrinsero nuovamente a interrompere la frequenza scolastica, sostituita ogni tanto da qualche precettore privato che lo introdusse «imperfettamente e di passaggio alle bellezze dei poeti latini».E. Gibbon, Autobiografia, p. 28.
Durante i mesi di malattia, il giovane Gibbon poteva scegliere liberamente i suoi interessi: i numerosi volumi della Universal Histoy e il Ductor historìcus dell'erudito Thomas Hearne attrassero la sua attenzione, rivolgendola agli storici greci e latini: lesse così, anzi «divorò», le traduzioni di Erodoto, Senofonte, Tacito e Procopio e i moderni storici Speed, Rapin, Mézeray, Davila, Machiavelli, Sarpi, Bower, e le descrizioni di esotici paesi, India, Cina, Messico, Perù.
Nell'estate del 1751 scoprì per caso la Storia romana di Laurence Echard e i bizantini della Storia del mondo di William Howell, e poi Simon Ockley, «il primo che m'aprì gli occhi», finché Gibbon esaurì «tutto ciò che nella lingua inglese si può imparare sugli Arabi, i Persiani, i Tartari e i Turchi», e cercò di decifrare il francese di d'Herbelot e «il barbaro latino» dellAbulpharagius del Pococke. Per mettere ordine a quell'ammasso di nozioni, studiò poi le cronologie e la geografia del mondo, scolpendo «nomi e date in serie chiare ed indelebili».E. Gibbon, Autobiografia, pp. 31-32.
Fortunatamente, a quattordici anni, le consuete afflizioni smisero di tormentarlo e da allora, a parte la podagra di cui cominciò a soffrire sul declinare della vita, Gibbon fu esente «da mali reali o immaginari»; dopo un breve e infelice esperimento nella scuola privata del reverendo Philip Francis a Esher nel Surrey, il padre lo iscrisse, a quindici anni, al Magdalen College dell'Università di Oxford. Vi entrava «con un fondo di erudizione sufficiente a mettere nell'imbarazzo un dottore, e con un grado d'ignoranza, della quale uno scolaretto avrebbe provato vergogna».E. Gibbon, Autobiografia, p. 33.
A Oxford
A differenza delle altre università europee, quelle inglesi ospitano in college gli studenti, mettendo a loro disposizione stanze private, l'uso di una ben fornita biblioteca, una somma di denaro e una regolamentare divisa che uniformava i giovani studiosi, pur se un berretto di velluto e una toga di seta distingueva lo studente nobile dal borghese. I rapporti degli allievi fra di loro e con i docenti erano improntati al reciproco rispetto, e la gradevole urbanità dei modi regolava le dispute delle differenti opinioni: in un tale ambiente, Gibbon si sentì «innalzato subitamente dallo stato di fanciullo a quello d'uomo».E. Gibbon, Autobiografia, p. 34.
Ma se questa era la forma con la quale quella Università si presentava, nella sostanza Gibbon sostenne di aver passato nel Magdalen College «quattordici mesi che furono veramente i quattordici mesi più vuoti e più inutili della mia vita».E. Gibbon, Autobiografia, p. 37. Oxford, come Cambridge, era vecchia al punto di essere decrepita: «fondate nella tenebrosa età della falsa e barbara scienza, portano ancora l'impronta dei vizi d'origine. La loro disciplina primitiva fu adattata all'educazione dei preti e dei monaci; l'amministrazione sta ancora nelle mani del clero, classe d'uomini le cui maniere non si avvicinano affatto a quelle del mondo attuale, e i loro occhi non rimasero che abbagliati dalla luce della filosofia».E. Gibbon, Autobiografia, pp. 37-38. Interessati unicamente a mantenere il privilegio del monopolio della pubblica istruzione, quegli istituti erano sordi alle nuove idee, i loro professori interessati alla loro carriera e paghi di uno stipendio garantito, noncuranti del profitto dei loro allievi: «l'impegno di leggere, di pensare o di scrivere non pesava sulla loro coscienza e i fiori della scienza e dello spirito cadevano a terra appassiti, senza che né essi né il pubblico ne ricavassero alcun frutto».E. Gibbon, Autobiografia, p. 41.
Durante le vacanze estive passate dal padre, Gibbon provò a scrivere un saggio di storia, Il secolo di Sesostri, basato sulla storia egiziana di Manetone, nella quale fatti reali sono mescolati fantasticamente alla mitografia: quel suo tentativo fu presto abbandonato e un giorno Gibbon finirà col darlo alle fiamme. Tornato a Oxford, la noia della vita collegiale che egli sentiva male spesa lo spingeva a frequenti scappate a Londra senza che le autorità scolastiche si curassero di controllare la sua presenza alle lezioni. Appassionato da giovanissimo alle dispute religiose, il suo tempo di studio fu dedicato ai problemi della fede religiosa e delle controversie confessionali.
Alla lettura del Free Inquiry into the Miraculous Powers (Libero esame sui poteri dei miracoli, 1749) del teologo razionalista Conyers Middleton (1683–1750) che nega l'esistenza di tali poteri, Gibbon oppose la sua fiducia nelle tradizioni cristiane, che egli credette essere meglio rappresentate nella Chiesa di Roma, sulla scorta dei ragionamenti controversi esposti nella Exposition de la doctrine catholique e nella Histoire des Variations des Eglises Protestantes del vescovo Bossuet (1627–1704),J. G. A. Pocock, Enlightenments of Edward Gibbon, 1999, pp. 45–47. fino a convertirsi segretamente al cattolicesimo, l'8 giugno 1753, nelle mani di un gesuita londinese.
Per evitare le sanzioni delle leggi inglesi, questi dovette però avvertire il padre dell'avvenuta conversione, il quale, imputandola alla cattiva influenza esercitata da altri studenti del Collegio sul figlio, lo ritirò immediatamente dall'Università.
A Losanna
Dopo un fallito tentativo di far riconvertire il figlio dall'amico David Mallet (1705-1765), poeta e pensatore deista «la cui filosofia era più adatta a scandalizzarmi che a convertirmi», il padre lo mandò in Svizzera, a Losanna, dove giunse il 30 giugno 1753 e fu affidato alla tutela e all'istruzione del pastore calvinista Daniel Pavilliard (1704-1775).E. Gibbon, Autobiografia, p. 59.
Superate le iniziali difficoltà di adattamento, l'acquisita conoscenza della lingua francese rianimò il suo abituale attaccamento alla lettura e la biblioteca del Pavilliard costituì il suo soggiorno preferito: la scoperta della Histoire de l'Eglise et de l'Empire di Jean Le Sueur (1598-1668) rappresentò una piacevole sorpresa; una lingua e una letteratura prima pressoché sconosciuta, diversi stili e opinioni gli aprirono nuovi orizzonti correggendogli vecchi pregiudizi, mentre l'abitudine alle giornaliere conversazioni con uomini e donne adulte attenuarono la sua timidezza, e l'intima amicizia con il giovane Deyverdun (1734-1789) favorì il confortante piacere della confidenza.
Sotto la guida del Pavilliard, spirito moderato che, senza possedere una profonda cultura, era ben portato all'insegnamento, Gibbon disciplinò i suoi interessi e rafforzò il suo gusto nella letteratura classica e francese; in filosofia, si applicò ai principi di de Crousaz, già insegnante nell'Accademia di Losanna e seguace del Locke nella logica e del Limborch nella teologia. Intanto il Pavilliard faceva anche opera di convinzione religiosa e il Gibbon, pur concedendogli «buona parte dell'onore della conversione», per propria personale convinzione accettò nuovamente il sacramento protestante il 25 dicembre 1754.E. Gibbon, Autobiografia, p. 65.
Per propria iniziativa predispose un piano di studio di tutti i classici latini, portato avanti per più di due anni, suddivisi in storici, poeti, oratori e filosofi, mentre con l'aiuto del Pavilliard, ma con maggiore difficoltà, affrontò la lingua e la letteratura greca. Prese anche, senza interesse, lezioni di matematica, che abbandonò per studiare nelle pagine del Grozio e del Pufendorf, «i diritti dell'uomo, del cittadino, la teoria della giustizia [...] e le leggi della pace e della guerra, che hanno avuto qualche pratica influenza sull'Europa moderna [...] Il trattato del governo del Locke mi fece conoscere che i principi democratici sono più fondati sulla ragione che sull'esperienza; ma è nello studio assiduo e ripetuto del Montesquieu che io trovai delle delizie; del Montesquieu, la cui energia dello stile e l'arditezza delle ipotesi ebbero il potere di destare e di eccitare il genio del secolo».E. Gibbon, Autobiografia, p. 71.