La fine della storia è uno dei concetti-chiave dell'analisi del politologo Francis Fukuyama: secondo questa tesi, il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell'umanità avrebbe raggiunto il suo apice alla fine del XX secolo, snodo epocale a partire dal quale si starebbe aprendo una fase finale di conclusione della storia in quanto tale.
Il concetto è sviluppato in modo particolare in un saggio del 1992, The End of History and the Last Man, pubblicato in italiano come La fine della storia e l'ultimo uomo. Il testo di Fukuyama derivava da una sua precedente riflessione formulata nel saggio The End of History?, pubblicato su The National Interest nell'estate 1989 (quindi prima della caduta del muro di Berlino), in risposta all'invito a tenere una lezione sul tema della fine della storia presso la cattedra di filosofia politica all'Università di Chicago.Francis Fukuyama, La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992 p.7
Nel 2013 un gruppo di psicologi, prendendo spunto dal concetto di Fukuyama, ha coniato l'espressione illusione della fine della storia descrivendo il bias psicologico che porta a illuderci che "la nostra storia personale sia recentemente conclusa, che siamo diventati le persone che eravamo destinati a diventare e lo resteremo per il resto della vita".
Precedenti I diversi concetti di storia presenti nella storiografia possono essere sintetizzati nelle due grandi visioni della storia come processo in continua evoluzione e come processo compiuto di cui il presente è il punto di arrivo o di arresto. Nel primo caso la storiografia è concepita come "ricerca", mentre nel secondo caso diventa "archivio dei fatti" o "raccolta". Nella storia della storiografia la riflessione teoretica vede l'alternarsi di due grandi periodi: le fasi di transizione e di sviluppo di uno scenario storico, in cui prevale il concetto di “ricerca”, e quelle in cui giunge a maturazione un particolare assetto geo-storico-politico, in cui prende il sopravvento il concetto di “raccolta”.
La storiografia nacque come "ricerca" con Erodoto e Tucidide, per poi diventare "raccolta" in età ellenistica in ambito greco-orientale; tornò ad essere "ricerca" con gli storici greci che studiavano il segreto della crescita della potenza di Roma (un filone che culmina nell'opera di Polibio), e si rifece raccoglitrice di fatti con lo stabilizzarsi della storia mediterranea sotto il dominio di Roma: abbiamo così le opere di Tito Livio e Velleio Patercolo, e, in ambito greco, di Diodoro Siculo; un caso a parte rappresentano le Antichità romane di Dionigi di Alicarnasso.
Sallustio e Tacito fusero l'idea della storia "raccolta" con una riflessione sul passato non priva di proiezioni sul presente, e non soltanto una narrazione. Nel periodo della decadenza dell'impero, anche l'opera di Ammiano Marcellino sarà pervasa da questa coscienza della crisi. La riflessione sul passato in cui si affaccia l'incertezza del proprio tempo apparterrà anche all'opera di Francesco Guicciardini. È proprio il presentimento della crisi al culmine di una situazione di stabilità a contenere il germe dell'idea della “fine della storia” proposta o rilanciata da Francis Fukuyama.
Tucidide Nel capitolo 22 del primo libro della Guerra del Peloponneso, Tucidide ha introdotto il concetto delle tre dimensioni storiche, secondo cui il futuro non è che una proiezione del presente sui fondamenti del passato. Il presente è dunque il punto di arrivo del passato e contemporaneamente il punto di partenza del futuro, una fase di passaggio tra quello e questo; rappresenta il risultato di ciò che è già avvenuto, ma anche la base di orientamento per il futuro, in quanto in ciò che si vive c'è già un nucleo di comprensione per ciò che potrà essere.
La visione del tempo storico di Tucidide non era dunque più "lineare", come invece quella di Erodoto (descrivo nel presente i fatti del passato perché sono ignaro di quale destino avrà la memoria dell'uomo nel futuro), bensì "triangolare", dove il presente è la base che sottende tanto il passato quanto il futuro. Questa concezione si differenzia da quella di impostazione ellenistica, in cui la storia è concepita come compiuta nel passato e lo scrivente e il suo tempo tendono a chiamarsi fuori dal percorso storico.
La concezione del tempo storico di Tucidide viene rappresentata nel modo più chiaro dal personaggio di Temistocle, del quale si sottolinea la capacità di ricavare dalla valutazione del presente previsioni per il futuro. Questa capacità, a differenza della divinazione, basata su un dialogo privilegiato con il divino e sullo studio di precedenti immutabili, si appoggiava invece sui meccanismi deduttivi applicati agli indizi forniti dal passato e contemplava la possibilità di interventi di modifica rispetto alla previsione.
Velleio Patercolo Secondo lo storiografo latino Velleio Patercolo, la storia di Roma rappresentava il culmine della storia, confine ultimo di ogni altra possibile evoluzione. Per questo motivo la sua narrazione storica di questo autore si concentrava intorno al suo centro di gravità e la storia dell'intero mondo conosciuto veniva a confluire in una sola città, Roma. Venne introdotto il concetto di "translatio imperii", ossia di un passaggio del dominio sul mondo allora conosciuto attraverso una successione di popoli che si conclude con Roma. In questo stesso centro di gravità, il medesimo concetto venne quindi applicato descrivendo la stessa storia romana come contrapposizione di due parti politiche, a sua volta culminante nel tempo presente, in cui i contrasti erano considerati ricomposti. La storia, dunque, veniva considerata conclusa con il presente e il presente, lo spazio e il tempo dello storico, costituiva lo stadio ultimo, il più perfetto di ogni possibile evoluzione storica.
Alexandre Kojève L'ipotesi della fine della storia fu avanzata a metà del XX secolo dal filosofo francese di origine russa Alexandre Kojève. Elaborata nel corso di una corrispondenza epistolare con Georges Bataille, l'ipotesi trova presso questo autore una formulazione originale, diversa da quelle definite in epoca successiva: vi si sostiene, infatti, che la storia sia in effetti già conclusa. Secondo Kojève, la sfilata delle truppe di Napoleone Bonaparte sotto le finestre di Hegel alla fine della battaglia di Jena ha costituito la fine della storia: questo singolo avvenimento costituisce infatti una duplice conclusione.
Da un lato, conduce al trionfo di un nuovo ordine militare e giuridico dell'Europa: l'avanzata della "Grande Armata" si traduce in un'estensione della codificazione del diritto, consistente nella sua razionalizzazione. Dall'altro lato, l'episodio fa comprendere a Hegel che la storia permette la realizzazione della ragione filosofica: diritto e filosofia si realizzano dunque pienamente nel 1806 e, secondo Kojève, gli avvenimenti successivi a tale data non costituiscono altro che l'estensione della fine della storia al resto del mondo fuori dell'Europa e persino le due guerre mondiali partecipano a questa progressiva diffusione della ragione. Kojève ritornerà su questo punto in un'intervista con Gilles Lapouge pubblicata in La quinzaine littéraire nel luglio del 1968 (intervista realizzata poco prima della morte del filosofo) nella quale affermerà che il volto della fine della storia non è quello di Napoleone, bensì quello di Stalin
Il concetto di "fine della storia" in Francis Fukuyama La concezione storica di Francis Fukuyama non è di natura strettamente filosofica, ma piuttosto, sia per la sua formazione culturale, sia per i suoi interessi, rivolti all'analisi della società contemporanea, una teoria storiografica, che riprende alcuni temi classici della storiografia, applicandoli al presente e all'attuale evoluzione del quadro storico. Gli eventi più significativi che hanno comportato un'evoluzione della sua concezione sono stati la caduta del muro di Berlino in una prima fase, e quindi gli attentati dell'11 settembre 2001, in seguito ai quali al concetto di storia universale direzionale dell'umanità che ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali, si è aggiunto un ripensamento teorico, che lo ha portato a vedere più chiaramente una contrapposizione netta tra una "storia universale", che coinvolge tutti gli uomini in un comune destino di progresso e tende ad un punto di evoluzione oltre il quale non è più possibile andare, e le innumerevoli storie nazionali, in cui si possono ammettere regressioni, opposizioni e condanne, o anche semplicemente ritardi, rispetto a questo comune destino del mondo.
Il saggio "La fine della storia" del 1992 La storia viene concepita come storia unidirezionale e universale dell'umanità, una pretesa di rintracciare nella successione degli eventi una loro profonda finalità: cicli e discontinuità degli eventi vengono compresi in questa concezione complessiva della storia nel suo insieme. Tale visione si contrappone a quella dei pensatori greci, e in particolare di Platone e Aristotele, di un procedere "ciclico" degli eventi e di un continuo passaggio tra le diverse forme di governo, nessuna delle quali sarebbe da considerarsi per principio migliore di un'altra.
La prima concezione universale della storia si ebbe invece con il Cristianesimo: dal concetto di uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, deriva la concezione di un destino comune a tutti, valido per tutti i popoli del mondo e di una storia con un inizio, la creazione, e una fine, la salvazione finale (in sant'Agostino). Con il Rinascimento e le rivoluzioni scientifiche del XVII-XVIII secolo, congiuntamente con l'affermarsi del concetto di homo artifex fortunae suae (uomo artefice della propria fortuna), la riflessione globale sulla storia si sposta da fattori predeterminanti in essa (come l'intervento divino) al fattore umano, o, più precisamente, al fattore della ragione umana.
Per Fukuyama i motori del processo storico sono lo "spirito della scienza", ossia la tendenza dell'uomo a evolvere il proprio modo di vivere attraverso le conoscenze e le scoperte tecnologiche, e il "desiderio di riconoscimento", ovvero la sua vocazione a vedersi riconosciuti la sua identità e i suoi diritti da parte dei propri simili. Grazie alla memoria, che è parte integrante della ragione, l'uomo può partire dalle esperienze dei popoli del passato per raggiungere risultati più avanzati. Storicamente, quindi, il progresso non è altro che la forza che garantisce la condizione di costante superamento tra passato e presente.
Se questa forza è intrinseca alla natura umana, e non esistono leggi della storia che non siano all'interno di essa, il progresso è certamente una legge storica. Al progresso tecnologico è strettamente collegato il progresso della dignità umana. Il desiderio di riconoscimento e di visibilità, per Kant la "libertà", nella sua dimensione spirituale, secondo Fukuyama si attua nella sua dimensione storica con la democrazia: storicamente essa infatti risulta dal desiderio di riconoscimento divenuto aspirazione universale, appartenente cioè a tutto il popolo. La più progredita forma di democrazia è quella che rispetta la base spirituale delle aspirazioni sociali di ogni singolo cittadino, consentendogli di affermarsi autonomamente e originalmente in base alle proprie capacità e ai propri mezzi e questa forma viene chiamata "democrazia liberale".