I dialetti apulo-baresi sono un insieme di dialetti italoromanzi appartenenti al gruppo meridionale intermedio, parlati nella fascia centrale della Puglia.

Le aree interessate sono la città metropolitana di Bari, la provincia di Barletta-Andria-Trani a est del fiume Ofanto, la parte occidentale della provincia di Taranto e alcuni comuni della provincia di Brindisi, originariamente afferenti alla Terra di Bari.

Tali dialetti hanno come origine comune il latino, spesso nella sua forma volgarizzata parlata durante il Medioevo, e un precedente sostrato peuceta (di probabile origine illirica, ma profondamente influenzato dall'osco e dal greco). Inoltre, come qualsiasi altra varietà linguistica, presentano influenze di adstrato che derivano non solo dal resto della continuità italo-romanza, ma anche da altre continuità linguistiche neolatine più distanti (come quelle gallo-romanze ed ibero-romanze) e da continuità non romanze (principalmente greco-bizantine), le quali, in alcuni casi, hanno contribuito a caratterizzarne l'inflessione –per molti incomprensibile– soprattutto in relazione al livello fonetico dell'analisi linguistica.

Questo gruppo dialettale è caratterizzato da variazioni percettibili per ogni comune, alle volte anche singolari e con tratti non comuni, come nel caso del ruvestino o del nojano, soprattutto per quanto concerne le vocali accentate e i dittonghi, essendo una varietà linguistica non standardizzata. Scrittura Come quasi tutti i dialetti meridionali, le vocali atone subiscono una riduzione, mutando in un'unica "e" indistinta centrale (scevà). Diversamente dalla maggior parte dei dialetti meridionali intermedi, nel barese, così come nel lucano, inizia a ridursi progressivamente la frequenza dello scevà - dapprima nelle vocali intermedie (il Nord barese le pronuncia definite), poi in quelle finali (a sud di Bari) - via via che ci si avvicina al confine linguistico con i dialetti meridionali estremi. Questa vocale si scrive sempre, sia perché sonorizza la consonante a cui si accompagna, sia perché costituisce pur sempre una sillaba; la sua omissione comporterebbe infatti l'illeggibilità del termine o la scrittura di una parola dal significato diverso, come per esempio Bar (bar) e Bare (Bari).

Accenti accento acuto, usato quando la vocale ha un suono chiuso: é, í, ó, ú; accento grave, usato quando la vocale ha un suono aperto: à, è, ò;

Gli accenti, inoltre, servono anche per distinguere parole scritte nello stesso modo, che però presentano pronunce diverse. I monosillabi non vanno mai accentati, eccetto alcune eccezioni: à (a, preposizione semplice), mà (mai, avverbio di tempo), ecc.

Diacronia Si prenda in esempio la graduale evoluzione dei termini latini, ad esempio, nel dialetto barese: ă > a (es.: ămylum > àmele, "contenitore di terracotta") ā > á o é (es.: (ad)lixāre > allescià) ĕ > é (es.: dĕcem > dèsce, "dieci") a volte i (es.: mĕdicus > mìdeche, "medico"); ē > e > é (es.: sēro > sére, "sera"); ĭ > i (es.: ĭmbricem > ìrgeme, "tegola"); ī > í (es.: īre > scí, "andare"); ŏ > uè (es.: fŏcus > fuéche, "fuoco"), meno di frequente o (es.: nŏvem > nóve, "nove"); ō > au > ó (es.: carbōnem > carvóne, "carbone"); ŭ > ù (es.: mŭstaceus > mustazzélle, "dolce tipico preparato con mosto") ū > ú (es.: mus + trillus > mustrìlle, "trappola per topi"). ae / oe > gli esiti dimostrano che questi dittonghi vennero recepiti come ĕ (es.: coelum > cìle, "cielo"); au > tende a chiudersi in o (es.: aurum > òre, "oro");

I risultati riportati riguardano la maggior parte degli esiti, ma non sono comprensivi di eccezioni. Questi cambiamenti devono essere interpretati come occorrenti solo in sillabe toniche e non tengono conto degli svariati cambiamenti prodotti in quelle atone, che possono però riassumersi essenzialmente così:

tutte le vocali (compresi i dittonghi) diventano nella maggior parte dei casi un'indistinta e IPA: soprattutto in fine di parola; la ŏ tende ad e muta (es.: *cond+sare > conzare > chenzà = "condire"); la ŭ tende a scomparire (es.: cicercŭla > *cicer-cl-a > cecérchie, "tipo di legume"; notare che il nesso latino cl passa sempre in ch, es. cl-avis (chiave) > chié);

L'evoluzione delle consonanti e dei nessi consonantici è più articolata e in alcuni casi, che saranno indicati, continuano tendenze già tipiche del latino. Per facilità i nessi saranno trattati a parte:

b > resta b quando seguita da consonante o semiconsonante (es.: blancus > biánghe o viánghe, "bianco"); c > davanti ai suoni /a/, /o/ ed /u/ e consonantici resta c (es.: casa > càse, "casa"); davanti ai suoni /e/, /i/ ed /ə/ si palatalizza con esiti diversi tra c e sc (es.: macinula > macélene; lucem > lusce, "luce"); d > di solito resta d indipendentemente da cosa segua (es.: *diaboliculus > diauìcchie, "peperoncino"), mentre tende ad assimilarsi in n quando preceduta da un'altra n (es.: quando > quanne, "quando"). Solitamente dopo la consonante l e prima di una e muta o di una consonante r si pronuncia desonorizzata (es.: solidus > sòlde, "soldo"), ma nella scrittura non si differenzia questa variazione di suono; f > resta f in tutte le posizioni (es.: frixorium > fresóle, "padella"); g > a differenza di molti altri suoni consonantici, molto frequente nella zona murgiana, in particolare nei comuni di Altamura e Gravina in Puglia, dal latino possiamo sottolineare il nesso gl seguito da a che si trasforma in gn (es.: *glandula > gnàgnele, "ghianda"); nel barese l'esito resta tale, come in italiano (es. *ghianda > ghiande). h > si perde completamente (es.: hora > ore, "ora"); j > laddove in latino compariva una i semiconsonantica (j in latino volgare) abbiamo in barese una g o sc (es.: iovis dies > giovedì, "giovedì"), ma la questione è controversa, perché il fatto che spesso tale evoluzione riguarda anche la ī vocalica (es.: gītus/jitus > sciúte, "andato") potrebbe essere indice del fatto che in realtà nel dialetto ci si sia rifatti a espressioni italiane anche volgari come "giovedì" e "gito"; l > è una delle consonanti più instabili nel passaggio, i suoi esiti sono tre e tutti estremamente diversi tra loro: l (es.: lingua > lènghe/lèngue, "lingua"), d (es.: caballus > cavádde, "cavallo"). Resta l se iniziale o assieme ad altre consonanti, quando doppia ed intervocalica, soprattutto nei suffissi -allus, -ellus, -illus, -ollus ed -ullus, tende a d nel singolare e a r nel plurale (es.: *anillus > anìdde, "anello"); m > non subisce particolari variazioni (es.: moribundus > marabbónne, "campana che suona durante la celebrazione di un funerale"); n > come per la m, non subisce alterazioni consistenti, ma nei nessi consonantici genera trasformazioni varie; p > resta di solito p (es.: patiens > pacce, "pazzo"); q > non subisce particolari trasformazioni; r > resta praticamente invariata (es.: rex > ré, "re"); s > di solito rimane s (es.: sartaginem > sartàscene, "padella", nei dialetti della zona murgiana); la s finale cade (es.: cras > cré, "domani"); t > resta tale, ma spesso muta la sua pronuncia sonorizzandosi. Ciò avviene soprattutto dopo la l (es.: Altus Murus > Ialtamuéure, "Altamura"); segue l'italiano nella trasformazione in precise condizioni in z (es.: amicitia > amecízie, "amicizia"); v > gli esiti più evidenti sono v e f.

Differenze tra italiano e apulo-barese In genere le parole che passano dall'italiano al barese tendono a semplificare la loro pronuncia. Questa semplificazione passa anche attraverso l'utilizzo di un suono introduttivo che è quasi sempre i (es.: erba > iérve) e che si usa in moltissime parole che iniziano per vocale. Questa semivocale cade nel momento in cui la parola viene preceduta da un articolo (es.: l'erba > l'érve) e le parole che cominciano per i non subiscono il fenomeno (es.: imbricem > ìrgeme [termine della zona murgiana e non presente nel barese puro]). In alcuni casi, comunque solo se la parola comincia per vocale, può capitare che non venga preceduta da i e che trasformi la sua vocale iniziale in a.

Segue un breve elenco delle maggiori trasformazioni dall'italiano al barese, escludendo come per il paragrafo precedente eccezioni e casi particolari: aio/aia > ère (es.: notaio > nutére), in realtà è stato l'italiano a perdere la r originaria latina; cce/cci > zze (es.: salsiccia > salzìzze); g > quando iniziale diviene spesso i (es.: gamba > iàmme). Davanti ai dittonghi ua e ue cade (es.: guerra > uérre), ma questo può essere anche effetto della provenienza germanica di queste parole (si confronti guerra con war inglese e uèrre barese). Spesso g(g) diventa sc (es.: leggere > lésce). Il gruppo gli diventa gghie (es.: aglio > uàgghie); i > tende a cadere quando iniziale (es.: imparare > mbará o mbaré; innamorato > nnammuráte o nnamuréte); p > spesso invariata, si sonorizza dopo nasale (es.: impossibile > mbossìbbele).

Nessi consonantici I nessi consonantici che vengono affrontati in questo paragrafo sono considerati indipendentemente dalla loro provenienza latina o italiana. Essi possono variare di luogo in luogo

il nesso cl > chi (es.: *cicercla > cecérchie); i nessi nb e np > mb (es.: in braccio > 'mbrazze o nvrazze; in piedi > nbite); il nesso nd > nn (es.: quando > quanne); i nessi ng e nq > ng(u) (es.: in cielo > ngile; in corpo > nguérpe); i nessi nf e nv > mb (es.: inferno > mbirne; invece > mbésce (in alternativa anche ammère); il nesso nm > mm (es.: in mezzo > mménze); il nesso ns > nz (es.: *in sursum > nzuse); il nesso nt > nd (es.: quanto > quande); il nesso pl (latino) / pi (italiano) > chi (es.: pluvere / piovere > chiòve); il nesso tl > cl.

Grammatica Articoli determinativi e indeterminativi {| class="wikitable" border=1 align=center cellspacing=0 |+ Gli articoli: determinativi e indeterminativi | |Maschile singolare||Femminile singolare||Plurale |- |determinativi||u, lu, l'||'a, la, l'||i, li, le, l|- |indeterminativi||nu, n'||na, n||dò |} Plurale Molti sostantivi sono invariabili: (cambia solo l'articolo) u cane [il cane] - le cane [i cani] la cerase [la ciliegia] - le cerase [le ciliegie] Altri formano il plurale in -re / -le, caratteristica presente soprattutto nell'entroterra murgiano: case [casa] - càsere [case], sckàffe [schiaffo], sckàffere [schiaffi], peiùne [pugno], peiònere [pugni], frète [fratello], fràtere [fratelli] àrvele [albero] - iàrvele [alberi], criatùre [bambino], criatòrele [bambini], vambasciulère [venditore di lampascioni], vambasciulàrele [venditori di lampascioni] Altri plurali sono metafonetici: mése [mese] - mise [mesi] uagnone [ragazzo] - uagnune [ragazzi] Altri ancora sono sia metafonetici che con il finale in -re: sóure [sorella] - serure [sorelle] paise [paese] - paiésere [paesi]

Femminile Per il femminile molti aggettivi e sostantivi mutano le vocali interne, altri restano invariati: russe [rosso] - rosse [rossa] serùche [suocero] - seròche [suocera] gnure [nero] - gnore [nera]

Casi grammaticali Per i sostantivi esiste una distinzione a due casi: nominativo (soggetto) e vocativo (complemento di vocazione). Per formare il vocativo, il barese tronca la parola al nominativo singolare o, in rari casi, la altera, o adopera l'articolo determinativo preposto al vocativo, e.g. la nò 'nonna!'. Il vocativo plurale, invece, è quasi sempre identico al nominativo singolare. Inoltre, attraverso l'utilizzo della preposizione 'a' per i sostantivi animati, è possibile rendere l'accusativo. Infine, alcuni sostantivi presentano una rielaborazione del caso locativo (solo al singolare) che si costruisce fondendo la preposizione 'n col sostantivo . Da notare che i sostantivi animati sono sprovvisti di caso locativo mentre i sostantivi inanimati, sono sprovvisti di caso vocativo ed accusativo.

Mamma:

CasoSingolarePluraleNominativomàmme(le) màmmereAccusativoa mmàmmea le màmmereVocativomà(le) màmme

Ragazzo:

CasoSingolarePluraleNominativouagnòneuagnùneAccusativoo uagnònea le uagnùneVocativouagliòuagnùZio: CasoSingolarePluraleNominativoziàneziàneAccusativoo zziànea le zziàneVocativo(lo) zzì(le) zzì