Biografia I primi anni

Figlio di Pietro, un alto funzionario statale di idee conservatrici e altoborghesi, e di Adele De Giovanni, il giovane Filippo nacque e visse i suoi primi anni a Canzo, una piccola cittadina vicino a Como. Canzo era descritta all'epoca come «fuor di dubbio, una delle più ricche, svegliate e patriottiche fra le grosse borgate del contado lombardo» e i suoi abitanti come dotati di «quel criterio politico, che, sgraziatamente, non si trova con troppa frequenza negli altri grossi centri della campagna lombarda».Giovanni Biffi, La Ghita del Carrobbio, Milano 1863. Di questo paese Turati dirà più tardi: «lui m'arrise umano e sempre uguale».Filippo Turati, "Canzo", in: Cuore, 1883. Precedentemente aveva già scritto un altro sonetto intitolato "A Canzo mio paese nativo", cfr. . Studiò quindi al liceo classico Ugo Foscolo di Pavia e sin da giovanissimo collaborò con delle riviste d'orientamento democratico e radicale. Frequenta poi stagionalmente l'università di Bologna, per laurearsi in giurisprudenza e diventare avvocato nel 1877, ritornando però regolarmente nel suo paese natale, dove si dedicava anche all'approfondimento letterario..

L'anno successivo si trasferì definitivamente a Milano, dove conobbe note figure intellettuali quali il politico di ispirazione mazziniana-repubblicana Arcangelo Ghisleri e il filosofo psicologo Roberto Ardigò. Qui iniziò anche una carriera di pubblicista e critico letterario.

Anna Kuliscioff

La linea politica di Turati fu determinata sia dallo stretto rapporto con gli ambienti operai milanesi, sia dalle idee di ispirazione marxista della sua compagna russa Anna Kuliscioff, che conobbe intorno al 1882-1884. Quest'ultima, separata dal compagno di vita e lotta politica (il socialista Andrea Costa), si legò sentimentalmente a Turati. Rimasero assieme fino alla morte di lei nel 1925.

Persona di indubbio temperamento e intelligenza, fu tra le prime donne, assieme a Maria Montessori, a esercitare l'attività di medico, recandosi tra l'altro anche nei quartieri più poveri di Milano, dove veniva chiamata la "dottora dei poveri". Le idee politiche di fondo di Turati e di Anna coincidevano, in quanto entrambi si ispiravano alla idee socialiste e alla dottrina marxista e la Kuliscioff ebbe una significativa influenza su Turati.

Anna Kuliscioff fu un'importante dirigente del Partito Socialista ItalianoCfr. Proletariato femminile e Partito socialista: relazione al Congresso nazionale socialista 1910, Milano, Critica sociale, 1910.. Si impegnò fortemente nelle lotte per la limitazione dell'orario di lavoro delle donne e dei fanciulli: elaborò un'articolata proposta di legge a tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata dai parlamentari socialisti, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, dal nome di Paolo Carcano, Ministro delle Finanze durante il Governo Zanardelli, che ne fu il proponente a livello governativo. Fu sostenitrice delle iniziative per introdurre in Italia il voto alle donne, anche in polemica con Turati,Cfr. A. Kuliscioff, F. Turati Il voto alle donne: polemica in famiglia per la propaganda del suffragio universale in Italia, Milano, Uffici della critica sociale, 1910. e il divorzio. A Milano, in piazza Duomo, sotto i portici che danno ingresso alla Galleria Vittorio Emanuele, una targa ricorda la casa dove visse insieme a Turati.

Il Partito Operaio Italiano Nel 1886 Turati sostenne apertamente il Partito Operaio Italiano, che era stato fondato a Milano nel 1882 dagli artigiani Giuseppe Croce e Costantino Lazzari, per poi fondare nel 1889 la Lega Socialista Milanese, ispirata a un socialismo non dogmatico e che rifiutava pubblicamente l'anarchia.

In questo contesto Filippo Turati scrisse, nei primi mesi del 1886, lInno dei Lavoratori,Questo il testo dell'Inno: Su fratelli, su compagne, / su, venite in fitta schiera: sulla libera bandiera / splende Il Sol dell'Avvenir. / Nelle pene e nell'insulto / ci stringemmo in mutuo patto, / la gran causa del riscatto / niun di noi vorrà tradir. / rit.: Il riscatto del lavoro / dei suoi figli opra sarà: o vivremo del lavoro / o pugnando si morrà. / O vivremo del lavoro / o pugnando, pugnando si morrà, / o vivremo del lavoro / o pugnando si morrà. / La risaia e la miniera / ci han fiaccati ad ogni stento / come i bruti d'un armento / siam sfruttati dai signor. / I signor per cui pugnammo / ci han rubato il nostro pane, / ci han promesso una dimane: la dima si aspetta ancor. / rit. / L'esecrato capitale / nelle macchine ci schiaccia, / l'altrui solco queste braccia / son dannate a fecondar. / Lo strumento del lavoro / nelle mani dei redenti / spenga gli odii e fra le genti / chiami il diritto a trionfar. / rit. / Se divisi siam canaglia, / stretti in fascio siam potenti; / sono il nerbo delle genti / quei che han braccio e che han cor. / Ogni cosa è sudor nostro, / noi disfar, rifar possiamo; / la consegna sia: sorgiamo / troppo lungo fu il dolor. / rit. / Maledetto chi gavazza / nell'ebbrezza dei festini, / fin che i giorni un uomo trascini / senza pane e senza amor. / Maledetto chi non geme / dello scempio dei fratelli, / chi di pace ne favelli / sotto il piè dell'oppressor. / rit. / I confini scellerati / cancelliam dagli emisferi; / i nemici, gli stranieri / non son lungi ma son qui. / Guerra al regno della Guerra, / morte al regno della morte; / contro il dritto del più forte, / forza amici, è giunto il dì. / rit. / O sorelle di fatica / o consorti negli affanni / che ai negrieri, che ai tiranni / deste il sangue e la beltà. / Agli imbelli, ai proni al giogo / mai non splenda il vostro riso: un esercito diviso / la vittoria non corrà. / rit. / Se eguaglianza non è frode, / fratellanza un'ironia, / se pugnar non fu follia / per la santa libertà; / Su fratelli, su compagne, / tutti i poveri son servi: / cogli ignavi e coi protervi / il transigere è viltà. / rit. / su sollecitazione di Costantino Lazzari; fu pubblicato da La Farfalla (n. 10, 7 marzo 1886, Milano) e subito dopo dall'organo del Partito operaio italiano, Il Fascio operaio (a. IV, n. 118, 20 e 21 marzo 1886, Milano). La musica fu composta dal maestro Amintore Claudio Flaminio Galli; la prima esecuzione pubblica avvenne a Milano il 27 marzo 1886 nel salone del Consolato operaio in via Campo Lodigiano, a opera della Corale Donizetti.

La rivista Critica Sociale

Nel 1891 Turati fondò la rivista Critica Sociale, che diresse dall'inizio fino al 1926, al momento del suo espatrio clandestino in Francia. Nella sua direzione di fatto fu affiancato dalla sua compagna Anna Kuliscioff (che, in quanto donna e per di più straniera, non poteva avere responsabilità nella direzione di un periodico), che trasformò il salotto della loro casa a Milano, Portici Galleria n. 23, nella redazione della rivista, dove, tra mucchi di giornali e plichi di libri, Anna e Filippo lavoravano insieme.

In quel salotto c'era un piccolo divano verde dove la Kuliscioff riceveva i visitatori a ogni ora del giorno: personaggi della cultura, della politica milanese, persone più umili come le “sartine”, che trovavano in Anna un'amica e una confidente, e i collaboratori della rivista, che annoverava i più importanti intellettuali dell'epoca, quali Luigi Majno, Ersilia Majno Bronzini e Ada Negri.

Il 1º gennaio 1893 "Critica Sociale", che aveva pienamente accettato il programma del Partito dei Lavoratori Italiani approvato nell'agosto del 1892 al Congresso di Genova, cambiò il sottotitolo della testata da Rivista di studi sociali, politici e letterari in Rivista quindicinale del socialismo scientifico e incominciò ad affrontare tutti i gravi problemi pubblici degli anni novanta (scandali bancari, repressione dei Fasci siciliani, guerra di Abissinia, moti popolari per il pane) con articoli di forte denuncia.

In occasione dei moti di Milano, il 7 maggio 1898 la rivista venne sequestrata. A seguito dell'arresto e della condanna del suo direttore le pubblicazioni furono interrotte fino alla scarcerazione di Turati dopo più di un anno; la rivista ritornò in edicola il 1º luglio 1899. Anche Anna Kuliscioff venne arrestata con l'accusa di reati di opinione e di sovversione. A dicembre venne scarcerata per indulto.

La fondazione del Partito Socialista Italiano

Al congresso operaio italiano, tenutosi a Milano il 2 e 3 agosto 1891, Turati si presentò con l'obiettivo "di voler creare entro un anno un partito che unisse i lavoratori italiani", preannunziato il 18 giugno in un articolo nel numero unico del giornale Lotta di classe, che diventerà poi un periodico diretto formalmente da Camillo Prampolini, ma di fatto guidato dalla coppia Turati-Kuliscioff. Turati inoltre collaborò, non senza contrasti, con il periodico La Martinella, organo dei socialisti toscani, diretto a Colle di Val d'Elsa da Vittorio Meoni.

Le intenzioni di Turati di creare un organismo in cui confluissero tutte le organizzazioni popolari, operaie e contadine, si concretizzarono nel congresso di Genova del 1892, in cui nacque il Partito dei Lavoratori Italiani, divenuto poi nel 1893 "Partito Socialista dei Lavoratori Italiani" e nel 1895 Partito Socialista Italiano, una formazione politica d'impronta classista e militante, che utilizzava anche la lotta parlamentare per raggiungere obiettivi di crescita dei diritti dei lavoratori.

Il gradualismo di Turati e l'età giolittiana Mentre Francesco Crispi tentava di bandire tutte le organizzazioni rivoltose di contadini e operai, Turati - eletto deputato nel giugno 1896 - si fece fautore di un'apertura all'area repubblicana mazziniana e a quella radicale, nel tentativo di dare una svolta democratica al governo.

Il 1º marzo 1899 fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e messo agli arresti con l'accusa d'aver guidato i moti di Milano; fu poi condannato a ben 12 anni di reclusione. Fu comunque scarcerato nel 1899 grazie a un'amnistia e poi rieletto alle elezioni suppletive e fece ostruzionismo contro il governo reazionario di Luigi Pelloux.

Nel 1901, in sintonia con le sue istanze "minimaliste" (il cosiddetto programma minimo, che si poneva come obiettivi parziali riforme, che i socialisti riformisti intendevano concordare con le forze politiche moderate o realizzare direttamente se al governo), Turati appoggiò (ministerialismo) prima il governo liberale moderato presieduto da Giuseppe Zanardelli e successivamente (1903) quello di Giovanni Giolitti, che nel 1904 approvò importanti provvedimenti di legislazione sociale (leggi sulla tutela del lavoro delle donne e dei bambini, infortuni, invalidità e vecchiaia; comitati consultivi per il lavoro; apertura verso le cooperative).

A causa, però, della politica messa in atto da Giolitti che favoriva solo gli operai meglio organizzati, la corrente di sinistra del PSI, capeggiata dal rivoluzionario Arturo Labriola e dall'intransigente Enrico Ferri, mise in minoranza la corrente di Turati nel congresso svoltosi a Bologna nel 1904.

La corrente gradualista tornò a prevalere nel congresso del 1908 in alleanza con gli integralisti di Oddino Morgari; negli anni seguenti Turati rappresentò la personalità principale del gruppo parlamentare del PSI. In questa veste si ritrovò come l'interlocutore privilegiato di Giolitti, che stava allora perseguendo una politica di attenzione alle emergenti forze di sinistra.

La guerra di Libia del 1911 provocò però una frattura irrimediabile tra il governo giolittiano, fautore dell'impresa coloniale, e il PSI, in cui peraltro stavano di nuovo prevalendo le correnti massimaliste.

Il massimalismo socialista e il declino di Turati