Le sue tavole incise, segnate da un'intonazione e una grafica drammatiche, appaiono improntate ad un'idea di dignità e magnificenza tutta romana, espressa attraverso la grandiosità e l'isolamento degli elementi architettonici, in modo da pervenire a un sublime sentimento di grandezza del passato antico, pur segnato da inesorabile abbandono.
Biografia Formazione Giovanni Battista Piranesi nacque il 4 ottobre 1720 da Angelo e da Laura Lucchesi, e fu battezzato l'8 ottobre nella parrocchia di San Moisè a Venezia. Non è supportata da documenti la tradizione che sia nato a Mogliano Veneto: i genitori abitavano in Corte Barozzi a Venezia. Venne introdotto allo studio dell'architettura dal padre, esperto tagliapietre e capomastro, e dallo zio materno Matteo Lucchesi, magistrato alle acque della Serenissima e amante dell'antico sui modelli di Andrea Palladio e di Vitruvio; dal colto fratello Angelo, frate domenicano, trasse invece una certa padronanza della lingua latina e il duraturo amore per Tito Livio e la storia di Roma. Dopo una controversia con lo zio, il giovane Giovanni Battista continuò la propria formazione con Giovanni Scalfarotto, anch'egli architetto orientato verso un gusto che già preannuncia il neoclassicismo; frequentò, inoltre, la bottega di Carlo Zucchi. È Probabile che tra i suoi maestri figuri anche l'incisore Felice Polanzani.
Nel 1740 Piranesi, divenuto consapevole delle scarse possibilità lavorative che gli avrebbe offerto la capitale veneta, decise di lasciare la propria terra patria e di trasferirsi a Roma, partecipando in qualità di disegnatore alla spedizione diplomatica del nuovo ambasciatore della Serenissima Francesco Venier. Partito il 9 settembre, arrivò nell'Urbe entro il mese, all'età di soli venti anni, ottenendo un alloggio presso palazzo Venezia. Rivelando ben presto le proprie attitudini da disegnatore, dopo l'iniziale apprendistato con i pittori-scenografi Domenico e Giuseppe Valeriani e con Giovanni Battista Nolli, intorno al 1742 il Piranesi apprese i rudimenti dell'acquaforte sotto la guida di Giuseppe Vasi, titolare di una bottega calcografica che al tempo godeva a Roma di una certa popolarità. Sempre nell'Urbe, inoltre, Piranesi ebbe modo di stringersi in affettuosa amicizia con il conterraneo Antonio Corradini, con cui intorno al 1743 si recò a Napoli per studiare l'arte barocca e visitare gli scavi archeologici di Ercolano. Ben presto Piranesi iniziò a palesare un commosso entusiasmo davanti allo spettacolo delle «parlanti ruine» dei Fori Imperiali, «che di simili non arrivai di potermene mai formare sopra i disegni, benché accuratissimi che di queste stesse ha fatto l’immortale Palladio, che io pur sempre mi teneva inanzi agli occhi». Questo interesse per le antichità romane è attestato dall'esecuzione nel 1743 della Prima parte di architetture e prospettive inventate e incise da Gio. Batta Piranesi architetto veneziano; per realizzare questa raccolta di dodici tavole, dove già si impone per le sue notevoli capacità tecniche, Piranesi si consultò con la ricca biblioteca di Nicola Giobbe, per intercessione del quale riuscì anche ad entrare in contatto con Luigi Vanvitelli e Nicola Salvi..
Piranesi effettuò un primo bilancio della sua carriera artistica tra il 1744 e il 1747, quando spinto dalla mancanza di riconoscimenti e dalle pressanti condizioni economiche fece temporaneamente ritorno a Venezia. In questo soggiorno, peraltro scarsamente documentato, Piranesi probabilmente volle riflettere su quanto appena compiuto dal punto di vista artistico, anche in vista di scelte future: fu, inoltre, in rapporto con Giambattista Tiepolo e con il Canaletto, i quali lasciarono un'impronta profonda sulla sua fantasia. Alla fine, il Piranesi decise di dedicarsi al mestiere di incisore e di stabilirsi definitivamente a Roma, aprendo bottega propria a via del Corso, di fronte all'Accademia di Francia: si trattò di una scelta ben meditata, come osservato dallo studioso Henri Focillon che ha commentato: "Accetta volutamente di essere un incisore perché capisce di poter realizzare così le sue ambizioni di architetto, archeologo e pittore".
Il prestigio All'inizio del suo definitivo insediamento il Piranesi, affascinato dalle antichità della Città Eterna, iniziò la produzione delle Vedute di Roma. Si trattava di una raccolta di tavole raffiguranti ruderi classici e monumenti antichi, anche esterni alla città (via Appia, Tivoli, Benevento), che gli assicurarono una cospicua remunerazione e anche rinomanza europea, grazie soprattutto al «grande formato delle tavole, al taglio sempre originale e prospetticamente accattivante delle composizioni, alla scelta mai scontata dei soggetti» (Treccani).
Si trattò questo di un periodo di profondo fermento artistico per il Piranesi, che al di là delle Vedute di Roma pubblicò diverse opere. In tal senso, si segnalano le Opere varie di architettura, prospettive, grotteschi, antichità sul gusto degli antichi romani, inventate e incise da Gio. Piranesi architetto veneziano (1750), le Camere sepolcrali degli antichi romani, le quali esistono dentro e fuori di Roma (fra il 1750 e il 1752), e la prima edizione delle Carceri, con il titolo Invenzioni capric. di carceri all’acqua forte (1750). Un cenno a parte va fatto per queste opere, pubblicate in due edizioni nel 1750 e nel 1761: insieme alle Vedute romane, le Carceri rappresentano l'opera più famosa, diffusa, e anche remunerativa di tutta la sua produzione. Tale celebrità va ricercata nella scelta di un soggetto assai caro al mondo barocco, ma reinterpretato enfatizzandone non solo il rimando alla romanità, bensì anche il carattere onirico e inquietante, talmente forte che le Carceri furono ritenute da Marguerite Yourcenar «una delle opere più segrete che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo»..
La notorietà di cui già allora il Piranesi godeva venne ulteriormente accresciuta nel periodo intercorso tra gli anni di pubblicazione delle due Carceri, ovvero il 1750 e il 1761. In questo arco di tempo, infatti, acquistò sempre più notarietà il fenomeno del Grand Tour, un viaggio artistico e culturale che i giovani di buona famiglia compivano quasi obbligatoriamente per le principali città d'interesse artistico e culturale dell'Europa continentale. Una tappa fondamentale di questo giro era ovviamente Roma, con i suoi monumenti della civiltà antica e le sue prestigiose gallerie d'arte. In questo modo nell'Urbe si formò una cospicua comunità internazionale, e Piranesi non tardò a diventare un punto di riferimento fondamentale della nuova vita artistica e intellettuale sorta in città. Importante fu l'amicizia con Thomas Hollis, gentiluomo britannico dedito alle arti presente in Italia nel 1751-53, che contribuì a diffondere e a consolidare le opere e la fama di Piranesi. Per il prestigio raggiunto, grazie all'intercessione di Hollis e alla sua ultima pubblicazione Le antichità romane (1756), nel 1757 Piranesi venne eletto membro onorario della Society of Antiquaries di Londra. Tra le amicizie strette grazie al Grand tour si ricordano anche quella con l’architetto inglese Robert Mylne, l'architetto scozzese Robert Adam - a Roma nel 1755-57 (cui Piranesi dedicò nel 1762 il Campo Marzio dell’antica Roma) -, l'architetto svedese William Chambers e il pittore gallese Thomas Jones. Fece conoscenza anche di numerosi pittori francesi fra cui Charles-Louis Clérisseau, Jean-Laurent Legeay, Jacques Gondoin, Charles de Wailly, Pierre-Louis Moreau-Desproux, e Pierre-Adrien Pâris.
Il pontificato di Clemente XIII Intanto Roma serbava le tracce di un nuovo movimento artistico, sorto come reazione all'edonismo del rococò e caratterizzato da un ritorno alle forme classiche: si trattava del neoclassicismo, cui Piranesi conferì un personalissimo impulso grazie alla pubblicazione dei quattro volumi de Le antichità romane, per un totale di 252 tavole. Importante fu l'ascesa al soglio pontificio nel 1758 del veneziano Clemente XIII, nato Carlo della Torre di Rezzonico, che ben presto divenne un munifico protettore e mecenate del Piranesi. Fu proprio sotto il suo pontificato - precisamente nel 1761, al tempo delle seconde Carceri - che l'artista pubblicò Della magnificenza e architettura de’ romani, saggio storico corredato di immagini teso a sostenere la supremazia dell'architettura romana su quella greca.
Con il papato di Clemente XIII si moltiplicarono per l'artista gli incarichi e i riconoscimenti ufficiali. Eletto accademico onorario di San Luca nel 1761, e cavaliere dello Speron d'oro nel 1766, nel 1761 il Piranesi fu inviato dal Papa a studiare i restauri all'interno del Pantheon; due anni dopo, nel 1763, venne invece incaricato di intervenire sul piedistallo della colonna di Marco Aurelio con una statua della Giustizia e di modificare la zona absidale della basilica di San Giovanni in Laterano, edificio già restaurato da Francesco Borromini tra il 1646 e il 1649. Fu proprio mentre si occupava della chiesa lateranense che Piranesi ricevette la sua commessa architettonica più importante: si trattava della trasformazione della piccola chiesa di Santa Maria del Priorato e della piazza antistante, su commissione del cardinale Giovanni Battista Rezzonico, nipote del pontefice e priore dell'Ordine di Malta a Roma. Il cantiere si concluse nell'ottobre 1766, restituì alla città di Roma un tempio caratterizzato da un'austera eleganza neoclassica, squisitamente settecentesca, misurata nelle strutture e negli ornati e fruttò all'artista l'onorificenza di Cavaliere dello Speron d'oro. In questi anni, inoltre, l'operosità del Piranesi si estese anche alla decorazione degli edifici della famiglia pontificia. È del 1767 la decorazione degli appartamenti al Quirinale e a Castel Gandolfo di monsignor Giovanni Battista, mentre nel 1768-69 Piranesi decorò l'appartamento in Campidoglio del senatore Abbondio, disegnando soffitti, arredi, e cornici di camini.
Alla maturità più tarda appartengono Il Campo Marzio dell’antica Roma (1762) e le Diverse maniere di adornare i cammini (1769), dove è testimoniata l'intensa attività di Piranesi nella lucrosa commercializzazione di camini e oggetti decorativi, già rilevata nel 1770 dal pittore Vincenzo Brenna che affermò: «Piranesi ha fatto una raccolta così grande di marmi, che oltre avere riempito tutta la sua casa ha preso moltissime botteghe nella sua strada che sono anche piene, e per tutto si lavora e tiene da trenta persone il giorno a lavorare li suoi marmi, ha guasi lasciato da incidere, e si è buttato a traficare di marmi antichi». A quest'ultima opera si collega un'antologia di oggetti d'arredo denominata Vasi, candelabri, cippi che esercitò un'influenza notevole tra i gli orafi, i bronzisti e i lapicidi.
Giovan Battista Piranesi morì infine il 9 novembre 1778 a Roma, stroncato forse dalla malaria, nella sua casa in strada Felice (l'attuale n. 48 di via Sistina). Fu sepolto nella chiesa di Santa Maria del Priorato, da lui progettata, per volontà del cardinale Rezzonico, con la statua del defunto realizzata su commissione della famiglia dallo scultore Giuseppe Angelini; il sepolcro era adornato anche da un candelabro marmoreo predisposto dallo stesso artista, poi confiscato da Napoleone Bonaparte durante la campagna d'Italia e ricollocato nel Louvre, dove è tuttora esposto.
L'attività della bottega fu continuata dai figli e in particolare da Francesco Piranesi.
Concezione artistica e stile
L'eclettismo delle sue opere e la versatilità del suo estro creativo rendono Piranesi un artista difficilmente inseribile all'interno di una schematicità dettata da una suddivisione in stili o correnti artistiche. Personalità dalla duplice matrice culturale, veneziana e romana, Piranesi presenta una fisionomia artistica assai complessa, che si può scandire in diverse componenti fondamentali.