La Tosca è un film del 1973 scritto e diretto da Luigi Magni, liberamente tratto dall'omonimo dramma di Victorien Sardou, rivisto in chiave ironico-grottesca e in forma di commedia musicale, con musiche di Armando Trovajoli e testi delle canzoni dello stesso regista.

Il film è interpretato da Gigi Proietti e Monica Vitti nei ruoli dei protagonisti.

Trama

Roma, 14 giugno 1800. Il governatore papale riceve la notizia che Napoleone Bonaparte sia stato sconfitto a Marengo; mentre si precipita a organizzare una sontuosa festa per la Regina di Napoli, ospite in città, arriva anche un'altra notizia: Cesare Angelotti, noto bonapartista, è fuggito rocambolescamente dalla sua cella a Castel Sant'Angelo; sulle sue tacce si mette il barone Scarpia, reggente della Polizia Pontificia. A questi avvenimenti assiste il pittore Mario Cavaradossi, che si trova nella Chiesa di Sant'Agnese in AgoneNel dramma originale la scena si svolge nella Basilica di Sant'Andrea della Valle. per affrescare la cappella dei marchesi Attavanti: questi è visto con sospetto dal governatore, poiché ha vissuto per anni a Parigi e non nasconde un certo filofrancesismo.

Rimasto solo nella Basilica, Mario trova Angelotti nascosto nella cappella degli Attavanti: la marchesa è infatti sua sorella, e lo ha aiutato a evadere facendolo vestire da donna. Mario accetta di aiutarlo, ma non di unirsi alla rivolta: egli si è infatti incapricciato della celebre cantatrice Floria Tosca, e non intende rinunciare a lei. Quando lei stessa arriva a fargli visita, Mario le nasconde la presenza di Cesare nel timore che la donna lo possa inavvertitamente rivelare a Scarpia durante la festa per la Regina, alla quale ella si esibirà; per una serie di equivoci, tuttavia, Tosca finisce per credere che lui la tradisca con la marchesa Attavanti. Mario riesce a convincerla della sua buona fede e a mandarla via, quindi offre ospitalità a Cesare mandandolo a nascondersi nella sua residenza in campagna. Poco dopo arriva il barone Scarpia, che rinviene un ventaglio della Attavanti e intuisce cosa sia accaduto; conoscendo la tresca tra Mario e Tosca, decide di servirsi di lei per catturare il rivoltoso.

A Palazzo Farnese, poco prima della festa, Scarpia avvicina Tosca e le consegna il ventaglio, dicendo di averlo trovato tra gli attrezzi di Mario; questo ravviva la gelosia della donna, che diserta l'esibizione per correre alla residenza in campagna di Mario, ove crede di coglierlo in flagrante insieme alla Attavanti. Scarpia la segue di nascosto con un manipolo di uomini, proprio mentre al cospetto della Regina e del Governatore arriva un messo che porta una terribile notizia: la Battaglia di Marengo è stata vinta dalle truppe napoleoniche.

Alla residenza di Mario, Cesare risveglia il patriottismo del pittore, convincendolo a unirsi alla sua causa. Poco dopo irrompe Tosca: la donna, pur confortata dalla fedeltà di Mario, non riesce a comprendere le idee rivoluzionarie del suo amante e di Cesare, che la sbeffeggiano. Mentre i tre discutono, le truppe di Scarpia prendono d'assedio la dimora: Mario fa fuggire Cesare attraverso un passaggio segreto, per poi consegnarsi al barone che lo sottopone a tortura, sperando nuovamente di far leva su Tosca e farsi da lei rivelare dove si nasconda Cesare. Vedendo che la donna, pur straziata dalla sofferenza dell'amante, persiste a non tradirlo, Cesare si ricrede sulla sua forza d'animo: decide così di consegnarsi a Scarpia, non prima di essersi avvelenato. Il barone fa quindi appendere il suo cadavere alla forca, quindi fa portare Tosca e Mario a Castel Sant'Angelo: per il pittore, reo di aver aiutato il rivoltoso, è prevista la pena capitale.

In attesa di essere giustiziato, Mario invita Roma a ribellarsi alle ingiustizie, ricevendo dalla città un'ostinata indifferenza. Nel frattempo Scarpia si fa portare Tosca, della quale si è invaghito, e le propone un patto: se lei gli si concederà, Mario sarà libero. La donna chiede anche che il barone firmi anche un salvacondotto grazie al quale lei e il suo amante potranno fuggire dallo Stato Pontificio; Scarpia accetta, ma per evitare ribellioni occorrerà sottoporre Mario a un'esecuzione simulata, mediante fucilazione. Tosca acconsente, ma mentre Scarpia firma il permesso lei vede dalla finestra il cadavere di Cesare, e decide di ribellarsi: afferra un pugnale e colpisce a morte il barone, poi corre dal suo amante.

Mario è inizialmente sconvolto dal fatto che Tosca abbia ceduto alle lusinghe di Scarpia anziché sacrificarsi per la causa, ma quando la donna le spiega l'accaduto si reca fiero e sereno al patibolo; l'esecuzione, tuttavia, non è affatto simulata, e Mario muore per davvero. Compreso l'ennesimo inganno cui è stata sottoposta, Tosca confessa di aver ucciso Scarpia agli uomini del barone; inseguita da loro, si lancia dal tetto della fortezza.

Alcune canzoni del film Mi madre è morta tisica, cantata da Monica Vitti e Gigi Proietti.

Canto dei derelitti, cantato in scena da un coro di comparse, tra le quali si riconosce Alvaro Vitali.

Tremate lo stesso, cantata da Gianni Bonagura, Fiorenzo Fiorentini e dai Cantori Moderni di Alessandroni.

Nun je da' retta Roma, cantata da Gigi Proietti e ripresa nella scena finale da Monica Vitti con testo diverso. In alcune trascrizioni, il titolo è riportato con l'apostrofo d'elisione (Nun je da' retta Roma), diversamente da com'è scritto sul disco originale.

La canzone del barone Scarpia (Chi vo' sapè che cavolo ce sia), cantata da Vittorio Gassman.

Critica Per il Dizionario Mereghetti il regista non riesce «ad amalgamare i toni iniziali brillanti e quelli finali da melodramma».Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007. ISBN 9788860731869 p. 2993 Secondo il Dizionario Morandini «l'operazione parodistica è riuscita a metà»Il Morandini - Dizionario dei Film 2000, Bologna, Zanichelli editore, 1999. ISBN 8808021890 p. 1354 e la resa degli attori, tanto della Vitti quanto di Proietti e Gassman, è solo discreta. Il mix tra commedia brillante e melodramma finale è ben riuscito (Gordiano Lupi)

Note

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Collegamenti esterni

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