Lo stemma del Regno di Sicilia ha avuto, nel corso dei secoli, diverse incarnazioni, ma l'arme d'Aragona-Sicilia, ovvero lo scudo inquartato in decusse con l'aquila di Svevia-Sicilia e le barre d'Aragona, fu l'arme che, da un punto di vista araldico e storico, divenne maggiormente rappresentativa dell'isola, facendosi, inoltre, elemento distintivo degli stemmi reali e imperiali di alcune delle principali case regnanti d'Europa.

Casa d'Altavilla

Il primo stemma che tradizionalmente viene ricondotto al Regno di Sicilia, quando ancora comprendeva i suoi territori peninsulari, è lo stemma della Casa d'Altavilla. Ruggiero II, fondatore della monarchia siciliana, «portò per insegna una duplicata banda, ripartita in cinque parti, cioè cinque rosse, e cinque d'argento, la qual cala dalla parte destra alla parte sinistra per traverso, posta in campo azzurro, come portarono tutti i Normanni suoi predecessori».:

Secondo quanto riportato dallo storico napolitano Giovanni Antonio Summonte, il significato del blasone normanno, ovvero di un'arme composta da due colori principali e dall'argento, constava in «un animo invitto in acquistar dominio».

Secondo lo storico siciliano Agostino Inveges, lo stemma non era adoperato dai predecessori di Ruggero II, ma fu adottato proprio dal primo Re di Sicilia, in concomitanza con la propria incoronazione. A parere dell'Inveges, i colori rappresenterebbero la ricchezza del regno (l'argento), la porpora reale (il rosso) e la fatica delle armi e il travaglio della guerra (l'azzurro)..

Più autori, però, definiscono questo stemma come un'arme "attribuita", ovvero un'insegna creata e ricondotta alla dinastia degli Altavilla o, comunque, a Ruggero II, soltanto in epoca posteriore, poiché non si rinvengono tracce certe o testimonianze coeve all'epoca in cui lo stemma sarebbe stato adottato...

Fonti diverse, inoltre, documentano che la figura araldica del leone, derivato dai normanni di Francia, fu utilizzata anche dalla Casa d'Altavilla, sia per il Ducato di Puglia e Calabria, sia per la Contea di Sicilia.. Lo storico medievalista Glauco Maria Cantarella, infatti, riferisce che lo stemma di Ruggero I fu:

La figura del leone, inoltre, è riconducibile anche allo stesso Ruggero II, che, prima di diventare re, avrebbe adoperato un'arme caricata di un leone rampante, così come è visibile in una miniatura del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli.

Casa d'Hohenstaufen

Arme imperiale Il matrimonio tra Enrico VI di Svevia e Costanza d'Altavilla segnò l'unione tra la Casa d'Hohenstaufen e la Casa d'Altavilla e la conseguente ascesa al trono di Sicilia dell'Imperatore svevo. Direttamente connessa all'avvento della dinastia staufica, sebbene le diverse fonti non concordino in merito al sovrano che l'introdusse, fu l'adozione, quale nuova insegna reale, dell'aquila al volo abbassato di nero, che, posta in campo d'argento, entrò a far parte dei segni distintivi del Regno di Sicilia.. Già simbolo imperiale introdotto, secondo la tradizione, da Federico Barbarossa, al fine di rappresentasse la continuità tra l'Impero germanico e l'Impero romano, la figura dell'aquila era stata affiancata, per poi divenire preminente, a un'altra insegna propria degli Staufen, ovvero i tre leoni passanti (o leoni leoparditi) di nero, posti l'uno sull'altro, in campo d'oro.. Fu, altresì, d'oro il fondo dello scudo imperiale., sebbene sia altamente probabile che, sino all'ultimo decennio del XII secolo, lo smalto del campo, su cui era posta l'aquila di nero, non fosse stato ancora definitivamente fissato e che fossero usati in modo indistinto sia l'argento, sia l'oro..

Arme di Svevia-Sicilia Tale nuova arme siciliana, dunque, fu derivata dall'originaria insegna imperiale: l'argento del campo, che può essere considerato una brisura rispetto all'oro dello stemma dell'Impero., andò, infatti, a rappresentare la dignità reale, in contrapposizione al campo d'oro, rappresentativo, invece, della dignità imperiale. È opportuno sottolineare, comunque, come non sia sempre possibile operare una netta discriminazione della rappresentatività di Impero e Regno da parte dei detti smalti: così come evidenziato per l'arme imperiale, infatti, «poteva avvenire, a volte, che i due metalli fossero usati, in modo interscambiabile, l'uno come semplice variante cromatica dell'altro».

L'Inveges, descrivendo lo stemma degli Hohenstaufen di Sicilia, riporta alcuni rilevanti dettagli in merito alla figura dell'aquila: quest'ultima, infatti, è monocipite, è rivolta verso la destra araldica, è al volo abbassato e non è coronata.. Siffatta arme, dunque, diviene il blasone di Svevia-Sicilia:

A fissare l'argento quale metallo rappresentativo della dignità reale degli Hohenstaufen, secondo una teoria che si fonda sull'analisi delle miniature del Liber ad honorem Augusti, sarebbe stato già Enrico VI. In accordo con quanto riportato da altri autori, invece, è con Federico II che, stabilendo per l'aquila siciliana il campo d'argento, quest'ultima comincia ad assumere identità e peculiarità proprie, che la differenziano dall'arme imperiale, per il cui campo, invece, s'era affermato l'oro.. Qualora tale ipotesi fosse verificata incontrovertibilmente, essa potrebbe configurarsi come la traslazione in termini simbolici di una contingenza di carattere politico; ovvero la pretesa esercitata dal Papato, nei confronti di Federico II, di mantenere una formale e sostanziale separazione giuridica tra Impero e Regno, onde non attuare «quella "unio regni ad imperium" che la Chiesa considerava inammissibile»..

Altri autori, come il Summonte, però, attribuiscono a Re Manfredi, figlio naturale (poi legittimato) dell'imperatore siciliano e di Bianca Lancia, l'introduzione del campo d'argento per lo stemma staufico a rappresentare il solo Regno di Sicilia e non l'Impero.. Che l'iniziativa di fissare l'argento, in sostituzione dell'oro, per il campo dell'insegna siciliana sia attribuibile a Manfredi o, invece, sia a lui precedente, appare plausibile, comunque, convenire che fu certo l'utilizzo di tale smalto, per le proprie insegne, da parte del figlio dello stupor mundi. A tal proposito, infatti, l'araldista tedesco Erich Gritzner sostenne che «nel 1261, le bandiere di guerra di Manfredi erano di zendale bianco caricato di un'aquila nera». Ulteriori conferme, con tutti i limiti e le cautele proprie di questo genere di riscontri a fini probatori, potrebbero arrivare, inoltre, dall'iconografia legata al sovrano siciliano e, nello specifico, dalle diverse miniature della Nova Cronica, nelle quali l'arme associata a Manfredi è, a ogni sua occorrenza, d'argento all'aquila di nero. A ogni modo, alla morte di Manfredi, che segnò la vittoria della Casa d'Angiò nella lotta di successione dinastica al trono di Sicilia, l'aquila siciliana non cadde in disuso e fu ereditata dalla figlia di Manfredi, Costanza II., che, nel 1262, aveva sposato Pietro III d'Aragona.

Casa d'Angiò

Arme di Francia antica Nel 1266, con la conquista del Regno di Sicilia da parte di Carlo d'Angiò, il sovrano francese estese ai suoi nuovi domini la propria arme: quest'ultima altro non era che una brisura dello stemma d'azzurro, seminato di gigli d'oro in uso ai re di Francia.. Secondo la tradizione, tale primitiva insegna dei Capetingi di Francia avrebbe origini divine: una leggenda, infatti, narra che sarebbe stato un angelo a far dono a Re Clodoveo I dei «Gigli d'oro seminati senza numero, in campo di zafiro, ò azurro». L'insegna così blasonata costituisce l'arme antica di Francia, in contrapposizione alla sua versione moderna, introdotta nel XIV secolo, in cui lo scudo dal campo azzurro è caricato di soli tre gigli..

Carlo, in quanto ultragenito di Luigi VIII, fu tenuto a brisare l'arme di Francia antica, al fine di differenziare il proprio ramo cadetto da quello principale dei Capetingi., poiché, ricorda l'Inveges, soltanto il primogenito del sovrano di Francia aveva diritto a conservare inalterato lo stemma paterno, mentre tutti gli altri figli erano tenuti a modificare la propria insegna.

Arme d'Angiò-Sicilia Il nuovo stemma era stato adottato da Carlo già nel 1246, aggiungendo, all'arme di Francia antica, un «lambello di tre (ovverosia di cinque) pendenti di rosso, attraversante nel capo».. Tale insegna, che fu mantenuta dal sovrano francese fino al 1278, costituisce la cosiddetta arme d'Angiò-Sicilia, ovvero:

È interessante sottolineare come il lambello venga normalmente indicato, da alcuni autori, tra i quali lo stesso Summonte, come "rastrello"., sebbene questo termine sia proprio di altra figura araldica. Allo stesso modo, l'Inveges riporta d'aver riscontrato l'utilizzo di ulteriori due designazioni, ovvero "giogo" e "banda con tre fascette", anch'esse chiaramente improprie, dal punto di vista araldico, per la figura in questione. Quanto, invece, ai pendenti del lambello, essi compaiono, generalmente, nel numero di tre o, in talune occorrenze, di cinque, sebbene non sia raro individuare casi in cui il loro numero è fissato a quattro, come riportato da Cornelio Vitignano nella Cronica del Regno di Napoli.

Associata all'adozione del lambello, ma anche del motto , ovvero le male erbe, vi è una diffusa, quanto errata, credenza secondo la quale figura e motto sarebbero stati scelti da Carlo «per alludere alla rimozione della mala pianta», ovvero gli Hohenstaufen, ai quali egli sottrasse il Regno. È proprio il Summonte, una volta spiegate le motivazioni prettamente araldiche che sono all'origine del lambello, a sottolineare come tale ipotesi sia priva di alcun fondamento, poiché introdotta e divulgata, da taluni autori, unicamente «à lor capriccio».

Arme di Gerusalemme A partire dall'acquisizione del titolo di Re di Gerusalemme da parte di Federico II, i Re di Sicilia della Casa di Hohenstaufen, eccezion fatta per Manfredi, furono anche sovrani del Regno di Gerusalemme. Federico, nel 1225, divenendo sovrano del reame gerosolimitano, in seguito alle nozze con Isabella II di Gerusalemme, aggiunse la Croce di Gerusalemme alle sue insegne personali: al riguardo, infatti, il Summonte riferisce che il puer Apuliae «unì l'arme di quel Regno con le sue».. Nel 1268, con la morte di Corrado II di Sicilia, decretata proprio da Carlo d'Angiò, si aprì la successione al trono di Gerusalemme, conteso tra Maria di Poitiers-Antiochia e Ugo III di Cipro, che, l'anno successivo, ottenne la corona gerosolimitana. Maria di Poitiers-Antiochia non rinunciò alle proprie pretese sul Regno di Gerusalemme, salvo, poi, alienare, nel 1277, i suoi diritti di pretensione a Carlo d'Angiò.

Fu così che, intitolatosi Re di Gerusalemme, il sovrano francese, nel 1278, s'armò di una nuova insegna: egli, infatti, apportò un'ulteriore modifica al proprio stemma, che fu partito, nel primo, di Gerusalemme e, nel secondo, d'Angio-Sicilia.. Tale insegna fu stemma del Regno fino al 1282, anno che segnò la fine del dominio di Carlo sulla Sicilia insulare; successivamente le armi angioine restarono a indicare il solo reame continentale.. L'arme gerosolimitana inserita nello stemma di Carlo viene blasonata conformemente a quella che è la sua più comune, nonché definitiva, conformazione:

Osservando, però, la monetazione del sovrano francese successiva al 1278, lo stemma che compare sul recto dei carlini, sia d'oro, sia d'argento, presenta, nel partito di Gerusalemme, una croce latina potenziata, accantonata non da quattro, ma da cinque crocette, due a destra e tre a sinistra (queste ultime disposte una al di sopra e due al di sotto del braccio orizzontale della croce); inoltre, nel partito d'Angiò-Sicilia, non è presente il lambello.. L'omissione di tale brisura negli stemmi angioini non fu infrequente e, spiega Luigi Borgia, non costituisce violazione delle regole araldiche, proprio in virtù della presenza, accanto al seminato di gigli, di altre armi, come la croce di Gerusalemme, che impediscono che l'arme d'Angiò-Sicilia possa essere confusa con l'arme di Francia antica..