La Camera di commercio Milano MonzaBrianza Lodi, in passato Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Milano, è una istituzione nata nel 1786, un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e, quale ente autonomo locale funzionale, svolge compiti di interesse generale per il sistema delle imprese della città metropolitana di Milano ed esplica attività di osservazione, regolazione e promozione del mercato ai fini dello sviluppo del sistema delle imprese della zona.
Storia Storia pre-unitaria La storia della Camera di commercio di Milano nella sua evoluzione è strettamente connessa alla storia della città.
Per ricostruire la storia dell'attuale Camera di commercio di Milano è necessario tornare indietro di parecchi secoli. Nel 1159 un documento ci parla dei Consoli dei Mercanti e attesta per la prima volta l'esistenza di una Corporazione mercantile di Milano. Nel 1216, troviamo un primo tentativo di definire le funzioni giurisdizionali dei Consoli: sorveglianza sui pesi e sulle misure, potere di propinare ammende ai contravventori. Questi poteri erano esercitati da una complessa gerarchia di funzionari.
Da sempre, anche dove non arrivava la sua diretta giurisdizione, questa corporazione mercantile milanese si adoperava per promuovere gli scambi commerciali con gli Stati vicini e anche con i Paesi transalpini.
Altra costante preoccupazione della istituzione erano i dazi e le dogane, questi, insieme alla sicurezza delle strade e alle rappresaglie commerciali, erano gli argomenti principali dei trattati di commercio lombardo con i governi stranieri.
Nel Trecento i Visconti conquistate le altre città della Lombardia, diedero vita ad uno Stato autoritario fortemente accentrato. In questi anni l'Università dei Mercanti perse parte dell'autonomia giurisdizionale di cui aveva giovato precedentemente. Dopo il Cinquecento iniziò un ulteriore processo di progressiva subordinazione delle corporazioni allo Stato. Nei due secoli successivi questa tendenza si manifestò con l'assorbimento graduale delle funzioni da parte degli organi politici ed amministrativi statali e con la nascita di istituzioni di nomina sovrana.
La nascita delle prime camere di commercio coincise, quindi, con la disgregazione delle corporazioni. La nascita delle moderne Camere di commercio di Milano e di tutta la Lombardia austriaca si colloca nel 1786 con l'editto voluto da Giuseppe II e redatto da Cesare Beccaria. L'illuminista milanese nell'editto recepì in pieno il concetto di “repubblica de' mercanti” utilizzata da Pietro Verri per indicare la dimensione giuridica, amministrativa, economica e sociale al cui interno il ceto mercantile esprime una compiuta autonomia rispetto agli altri poteri forti della società. Fondamento di questa autonomia era il diritto commerciale che aveva radici nel medio evo e si formò sulla contrattazione quotidiana nelle fiere e nei mercati che si strutturava grazie al senso comune, in usi e consuetudini. Una forma di diritto che, rispetto a quello canonico o romano, era più duttile e informale ma duro nell'apparato sanzionatorio che mirava a tutelare la salvaguardia della buonafede e l'affidabilità del mercato.
Per funzionare “la repubblica de' mercanti” aveva la necessità di integrare le funzioni di rappresentanza di interessi (Camera de' Negozianti, Università, corporazione etc.) in un organismo costituzionale autosufficiente dotato di potestà di imperio sull'intero ceto, per questi aspetti esso doveva derivare il principio della propria autorità dal potere politico con delega specifica, tutti elementi offerti dall'editto del 1786. Il piano istitutivo di Beccarla disponeva che le camere di commercio (di Milano e Lombardia) venissero costituite aggregando le corporazioni preesistenti che vi conferivano il patrimonio.
Lo stato moderno riconosceva poteri giudiziari, normativi e amministrativi ai nuovi organismi; essi mantennero al contempo carattere di centro di rappresentanza degli interessi e quindi venne realizzato un monopolio dell'organizzazione affidato al segmento più solido del ceto mercantile: tutti i commercianti infatti dovevano iscriversi al Registro ditte delle Camere e concorrere alle spese, ma solo i più cospicui potevano essere eletti; essi erano al contempo rappresentanti di un'associazione ma anche giudici e pubblici ufficiali. La composizione del Consiglio doveva rispecchiare l'assetto economico del territorio e le sue gerarchie interne per cui la designazione avveniva per categorie: manifattori, mercanti, ma soprattutto negozianti, cambisti, spedizionieri - cioè i banchieri e i commercianti all'ingrosso, i protagonisti del commercio di transito che prosperava grazie alla posizione strategica della Lombardia - cui andava di diritto la presidenza del tribunale.
Cesare Beccaria sposò questo progetto di Camera di commercio perché giudicava lo stato moderno inadeguato a gestire l'economia, anche se uno dei suoi compiti principali sarebbe stato proprio perseguire il benessere economico dei suoi cittadini, da questo paradosso nasceva la delega a un corpo mercantile, legittimato dall'autorità statuale, che si occupasse della prosperità del sistema produttivo nel suo insieme. Come contrappeso, lo stato mantenne poteri di controllo riservandosi di approvare le decisioni, i bilanci dell'organismo e le deliberazioni di spesa.
Nei primi anni del XIX secolo l'istituzione pensata da Beccaria dovette ben presto affrontare l'importante sfida del processo di codificazione commerciale statuale ("Codice di commercio" napoleonico del 1808) che si impose sugli usi e sulle consuetudini. Il diritto commerciale rientrò nell'ambito statuale, i Tribunali mercantili poterono essere affidati a giudici ordinari. La tenuta del Registro ditte venne sottratta alla Camera nel 1811 dal regime napoleonico, ma restituita nel 1849 dal regime austriaco dietro le continue insistenze del corpo mercantile.
L'Unità d'Italia
La Camera di commercio di Milano, pur dovendo molto all'impianto statale austroungarico, fu una fervente sostenitrice della creazione di uno stato unico nazionale, rispecchiando un comune sentire del ceto borghese.
Si trattava di una militanza sentita, che spingeva in prima persona lo stesso personale della Camera a prendere parte alle battaglie risorgimentali, come testimonia ad esempio la seguente circolare del segretario Correnti del 30 aprile 1840 “Se al grido della nostra indipendenza da tutte parti d'Italia accorsero i fratelli volenterosi del sagrifizio della vita alla glorificazione della Patria comune, noi di Lombardia, …maggior debito abbiamo di concorso più valido alla guerra santa che sul nostro suolo si combatte….. E poiché alcuni impiegati domandarono di entrare né corpi dè volontarj o nelle truppe regolari…il governo provvisorio trova di dichiarare che si renderanno benemeriti della patria quegli impiegati, che senza grave pregiudizio all'ufficio cui sono addetti, vorranno mettersi nelle file dei combattenti; e quindi determina a riguardo di costoro: che sarà valutato come effettivo servizio civile quel tempo che impiegheranno nel servizio militare;che durante la guerra godranno dell'ordinario trattamento militare, e di più riceveranno metà del loro stipendio come impiegati;…”
Forti, inoltre, furono i rapporti con Giuseppe Garibaldi. Così era scritto nel verbale della riunione del 24 gennaio 1860, in particolare in una parte scritta a mano, cerchiata in rosso e secretata: "È noto all'adunanza che nello scorso ottobre venne dalla Camera decisa la sottoscrizione per l'acquisto dei fucili proposta dal generale Garibaldi e nominata all'uopo una commissione composta dai signori Biraghi, Colombini, Comerio come dall'avviso pubblicato il 23 ottobre. Per effetto di questo veniva dalla cassa della Camera quota italiana di lire 70.226,85 a favore anche dell'elenco iscritto nel foglio patrimoniale della Camera del giorno 28 dicembre us".
Inoltre c'è un altro documento che sancisce l'alleanza del mondo economico milanese con Giuseppe Garibaldi, quello di domenica 16 ottobre 1859: si tratta del Foglio a stampa che rende pubblico il verbale della riunione dell'11 ottobre. Il documento contiene un avviso della sottoscrizione aperta dalla Camera di commercio. Comerio, consigliere della Camera, proponeva di accogliere la richiesta dell'Associazione Unitaria Italiana per ricevere le offerte dei negozianti alla sottoscrizione per la compera dei fucili promossa dal generale Garibaldi. La convinzione era che "il ceto commerciante riconosca la necessità di concorrere con mezzi più efficaci al conseguimento del grande scopo nazionale e assicuri un concorso generoso e proporzionato a quella fama di vivo amore alla patria italiana di cui esso viene meritatamente onorato".
Periodo post-unitario e XX secolo
Con la legge del 6 giugno 1862 nascevano in tutta Italia le "Camere di commercio ed arti", da questo momento in avanti la Camera di commercio di Milano seguì le disposizioni nazionali che regolavano funzioni e organi di rappresentanza di tutte le Camere di commercio italiane. La legge del 1862 fece sua in toto la crisi del fondamento soggettivo del diritto commerciale per cui perse senso la riconoscibilità dei mercanti attraverso il pubblico registro. Il mercante fu quindi individuato grazie all'anagrafe comunale come tutti gli altri cittadini mentre, per ciò che riguarda le società commerciali, fu sufficiente il registro istituito dal Codice presso il Tribunale di commercio.
Fu attraverso l'attribuzione delle nuove funzioni amministrative attuate per rispondere a esigenze del mercato che le Camere di commercio recuperarono di fatto il ruolo importante che la macro-legislazione istitutiva sembrava aver sottratto loro. Fra i nuovi compiti svolti ricordiamo: la tenuta della Borsa valori, gli istituti di credito, le scuole tecnico-professionali, le commissioni per la determinazione del prezzo della seta, i magazzini generali, gli istituti peritali, l'affidamento di servizi essenziali agli operatori economici per commerciare con l'estero.
Nel 1910 la Camera di commercio ottenne il ripristino definitivo del Registro Ditte, ma come strumento essenzialmente statistico-amministrativo, mentre nel 1924 da associazione che svolgeva funzioni pubbliche si trasformò definitivamente in ente pubblico. La successiva normativa del regime fascista svuotò le funzioni delle Camere che divennero meri centri di indirizzo politico sotto una doppia tutela, politica e amministrativa, dello Stato. Cambiò anche il nome da Camera di commercio a Consiglio provinciale per l'economia. Il decreto legislativo luogotenenziale del 21 settembre 1944, n 315 volle riallineare gli enti camerali alle nuove istituzioni liberali, ma, pur restituendo il vecchio nome alle Camere di commercio, aprì di fatto una lunga transizione che si chiuse solo con la legge 580 del 1993.
Nell'elaborazione dei contenuti di detta norma fu importante il ruolo della Commissione di studio per la riforma delle Camere di commercio, di cui era presidente Leopoldo Elia e di cui faceva parte l'allora presidente della Camera di commercio di Milano, Piero Bassetti che all'interno dei lavori portò in dote il dibattito teorico sul rapporto fra pubblica amministrazione e imprese sviluppato dal 1988 intorno alla rivista Impresa & Stato della Camera di commercio di Milano.
La nuova Camera Metropolitana
Il 13 ottobre 2017, con la nota n. 0328311, il Ministero dello Sviluppo Economico ha trasmesso alle Camere di commercio il decreto per l'istituzione di un nuovo Ente che accorpa le tre camere di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi in un unico Ente Metropolitano. Nella seduta di insediamento del 18 settembre 2017, il Consiglio della Camera Metropolitana, ha eletto Carlo Sangalli come Presidente. Sedi Fino al 1958