Dopo gli esordi nella e la ribalta nel , legò la sua attività agonistica soprattutto alla , squadra nella quale militò per otto stagioni a cavallo degli anni 60 e 70 del XX secolo, diventandone uno degli uomini-simbolo nonché tra i più amati dai tifosi,. fino a esserne nominato capitano dal 1974 al 1976; con i bianconeri vinse tre campionati di Serie A, nel 1971-1972, 1972-1973 e 1974-1975, disputando inoltre le finali di Coppa delle Fiere, nel 1971, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, queste ultime entrambe nel 1973.

Considerato uno dei migliori attaccanti italiani della sua generazione, giocò con la squadra torinese un totale di 205 partite in Serie A realizzando 78 reti, laureandosi capocannoniere della Coppa delle Fiere 1970-1971 e della Coppa Italia 1974-1975, prima di una precoce parabola discendente che lo portò a chiudere la carriera con le maglie di , e . Ha disputato complessivamente 338 gare nella massima serie italiana segnando 105 gol; è stato inoltre il secondo marcatore della categoria, nel 1968-1969, e il terzo in altre due occasioni, nel 1969-1970 e 1973-1974. Campione d'Europa con la nazionale italiana nel 1968, in maglia azzurra ha giocato 25 partite siglando 8 reti.

Nel 2020 è stato introdotto a titolo postumo nella Hall of Fame del calcio italiano.

Biografia

Nacque nell'allora zona industriale di Catania, nell'immediato secondo dopoguerra, da una modesta famiglia operaia: «con me, eravamo in nove e vivevamo in una piccola casa» nel quartiere Fortino, racconterà in seguito. Sin dalla giovane età si appassionò al calcio, tanto da marinare varie volte la scuola per andare a giocare a pallone in strada.

Durante la militanza nel Varese conobbe la sua futura moglie, Anna, che in seguito gli darà due figli; dopo il ritiro dall'attività agonistica, si stabilì definitivamente nella città varesina.

Dopo essere stato operato con successo per un tumore all'intestino, nel 2017 gli venne diagnosticata una sclerosi laterale amiotrofica che nell'arco di tre anni lo portò progressivamente alla morte, sopraggiunta a 71 anni, dopo la sua decisione per la sedazione profonda e il rifiuto di un ulteriore accanimento terapeutico; dopo i funerali a Varese, nella basilica di San Vittore, è stato sepolto nel cimitero di Masnago.

Caratteristiche tecniche

Cresciuto con John Charles come idolo. – «nel portafoglio conservo ancora la foto fatta al Cibali», ricorderà quasi settantenne –, al contrario dell'ariete gallese Anastasi fu un attaccante dotato di scatto e velocità,. «mobilissimo e imprevedibile»,. caratteristiche che gli permettevano, tra le altre cose, di sopperire ad alcune lacune tecniche. – «spesso capitava che anticipassi il pallone. Però rimaneva li, tra i miei piedi. Ed io, a quel punto, potevo fare la giocata desiderata» –, nonché di aiutare i compagni – «penso di essere stato un giocatore altruista, giocavo soprattutto per la squadra, [...] mai [...] per me stesso». – ripiegando all'indietro o recuperando palle perse. Dal fisico «corto e robusto», aveva inoltre dalla sua un buon palleggio, seppur molto singolare, una grande prontezza di riflessi e, anche per via di un innato opportunismo, rapidità nel concludere a rete.

Definito da Vladimiro Caminiti come un misto tra due centrattacco del passato quali Guglielmo Gabetto e Benito Lorenzi, agli esordi fu accostato da Cesare Lanza a un suo contemporaneo, Luigi Meroni, soprattutto nel tocco di palla «di destro e di sinistro, magari con minore fantasia del Beatle comasco, ma, spesso, con superiore altruismo»; un atteggiamento, questo ultimo, sottolineato anche da Candido Cannavò, che riassunse il suo giudizio su Anastasi in «un grande giocatore, per abilità, per destrezza, per generosità». A Darwin Pastorin, negli anni 70 ancora solo un giovane tifoso juventino, rimandava infine «nel dribbling, nella rovesciata, nella rete d'istinto» ai calciatori brasiliani ammirati durante la sua infanzia in Sudamerica.

Viene ricordato dai più – erroneamente – come una prima punta, quando in realtà era per sua stessa ammissione «un uomo d'area che sapeva anche manovrare», a suo agio pure spalle alla porta. Descrittosi, decenni dopo il ritiro, come una sorta di falso nueve ante litteram, il siciliano era a ben vedere un attaccante che soleva spaziare per il campo – cosa che gli accadeva ancora più in nazionale, dove spesso si ritrovava a stazionare fisso all'ala, che non nelle squadre di club –, uscendo spesso dall'area di rigore a prendere la sfera e, giostrando quasi da trequartista poi, «inventa[re] palle gol» effettuando cross dal fondo o servendo assist: «giocavo come numero nove, però poi il numero nove lo facevo poche volte. Giocavo soprattutto sulle fasce laterali, a cercarmi gli spazi e mettere delle palle in mezzo»..

Carriera Giocatore Club Gli inizi, Massiminiana e Varese

Dopo gli inizi nella formazione dell'oratorio San Filippo Neri di Catania – dove, anche per via della pelle olivastra, «per tutti ero Pietro u turcu perché d'estate diventavo nero come la pece» –, e poi nella Trinacria, approdò ancora in giovane età alla , in Serie D, dove si mise in luce nel suo secondo campionato, quello del 1965-1966, segnando 18 reti in 31 partite che aiutarono il club di famiglia dei Massimino, nato appena sette anni prima, a vincere il proprio girone e ottenere così una storica promozione in Serie C, massima categoria raggiunta dai giallorossi.

Proprio nel corso di quel torneo riuscì a destare, per una serie di fortuite circostanze, le attenzioni del direttore sportivo del , Alfredo Casati: questi, come ricorderà lo stesso Anastasi, «era al Cibali per assistere a -Varese. Sarebbe dovuto ripartire con la squadra» poche ore dopo ma, una volta giunto all'aeroporto di Fontanarossa, «lasciò il posto in aereo a una donna incinta». Tornato in albergo, nell'attesa del nuovo volo il barista gli suggerì di riempire la giornata seguente andando a vedere «sempre al Cibali, Massiminiana-», parlandogli di «un ragazzino che è un vero portento»; pur se l'incontro si concluse a reti bianche, Casati «mi vide e prese nota» sicché «a fine partita, venne giù negli spogliatoi e l'affare si concluse in poche ore».

L'attaccante lasciò così la Sicilia per approdare dall'altra parte del Paese, in Lombardia, tra le file dei biancorossi all'epoca militanti in Serie B, dove nel successivo biennio giocherà al fianco di nomi quali il capitano Armando Picchi, gente di esperienza come Sogliano, Da Pozzo e Maroso, e coetanei come Cresci. Sotto la guida dell'allenatore Pietro Magni, nella prima stagione in maglia varesina conquistò la promozione nella massima categoria segnando 6 gol in 37 apparizioni. Debuttò poi in Serie A il 24 settembre 1967, non ancora ventenne, contro la , trovando nell'occasione anche la sua prima rete stagionale; da ricordare è inoltre la tripletta siglata nel 5-0 del Varese sulla sua futura squadra, la Juventus, il 4 febbraio 1968, il punto più alto di un campionato rimasto negli annali del calcio biancorosso: «quella vittoria fu memorabile, ma ci rendemmo conto dell'impresa compiuta solo negli spogliatoi, al termine della partita. [...] Tutta l'annata fu irripetibile: imbattuti in casa, settimi alla fine. Tutto un sogno».

Complessivamente nella sua prima stagione in Serie A (dove, nell'album Calciatori Panini, venne erroneamente riportato come «Piero» sulla figurina) Anastasi realizzò 11 reti in 29 partite, contribuendo al positivo settimo posto in graduatoria del Varese – il migliore piazzamento dei lombardi nella storia della massima categoria –; i bosini erano allenati in quest'annata da Bruno Arcari, un tecnico che il giocatore ricorderà per avergli «insegnato tanto, soprattutto a come muovermi in attacco». A corollario, a livello personale raggiunse il settimo nella classifica marcatori, emergendo quale maggiore rivelazione del campionato.

Juventus Anni di ricostruzione (1968-1970)

Le prestazioni offerte a Varese fecero convergere su Anastasi le attenzioni delle grandi squadre italiane. La spuntò la che nel maggio 1968 lo acquistò per la cifra-record di circa 650 milioni di lire: una somma considerevole per l'epoca, che ne fece addirittura il calciatore più pagato al mondo di quel decennio.

Inizialmente il siciliano sembrava destinato all'Inter, anche per via dell'amicizia tra Casati e il dirigente nerazzurro Italo Allodi; tuttavia, a trasferimento praticamente concluso, intervenne Gianni Agnelli – «mi voleva da mesi, da quando mi aveva visto segnare una tripletta proprio contro la Juve» – il quale, anche approfittando del momentaneo vuoto ai vertici della società meneghina causa l'avvicendamento tra Angelo Moratti e Ivanoe Fraizzoli, con una trattativa-lampo andò ad accordarsi direttamente con il presidente varesino Giovanni Borghi mettendo sul piatto, in aggiunta ai soldi del cartellino, pure una «fornitura di compressori di frigoriferi per la Ignis, l'azienda di Borghi», da parte della FIAT. Un acquisto che, oltre al lato sportivo, riservò dei non trascurabili risvolti politico-sindacali: in un mondo lavorativo preda delle agitazioni sessantottine e ai prodromi dell'autunno caldo, l'arrivo a Torino del catanese Anastasi contribuì a calmierare la situazione all'interno degli stabilimenti di Mirafiori, dove una manodopera in gran parte d'origine meridionale elesse subito a proprio beniamino quel giovane e più fortunato conterraneo.

Questo, nonostante il giocatore avesse già avuto modo di vestire ufficiosamente i colori nerazzurri, aggregato al club meneghino per un'amichevole di fine stagione a San Siro contro la : qui, «tornato negli spogliatoi per l'intervallo, un fotografo che conoscevo» e «che era venuto per fare le prime foto con la nuova maglia» addosso, «mi disse: "Pietro, guarda che sei un giocatore della Juventus"». L'attaccante rimase nell'occasione «frastornato. Un po' mi dispiaceva non andare all'Inter, perché voleva dire allontanarsi da Varese» dove viveva la fidanzata e futura moglie Anna, «ma ero al settimo cielo perché vestivo la maglia della squadra di cui sono sempre stato tifoso [...]. Si avverava un sogno».

Debuttò in bianconero il 29 settembre di quell'anno, realizzando subito una doppietta con la nuova casacca nel 3-3 di Bergamo contro l'. Nelle prime due stagioni a Torino fu allenato dapprima da un sergente di ferro quale Heriberto Herrera, poi da Luis Carniglia, con cui non ebbe un buon rapporto – «aveva il vizio di parlare male di noi giocatori alle nostre spalle. Non ho un buon ricordo di lui. Ma nemmeno la società, visto che lo licenziò quasi subito» – e infine da Ercole Rabitti, militando in una formazione che pur annoverando elementi quali del Sol, Haller e Salvadore, a cui si aggregheranno nel 1969 anche Cuccureddu, Furino e Morini,. trovandosi alla fine di un ciclo non riuscì a impegnarsi in traguardi di rilievo,.. cedendo il passo alle milanesi nonché al rampante di Riva. Questo nonostante un Anastasi il quale, pur essendo il più giovane dello spogliatoio,. dimostrò di non patire l'impatto con una big chiudendo i primi due campionati in Piemonte entrambi in doppia cifra; tra queste reti, quella che il 17 novembre 1968 decise allo scadere il suo primo derby torinese giocato.

Ricambio generazionale e primi successi (1970-1974)