Il problema della morte attraversa la storia della filosofia occidentale che ha tentato di darne una spiegazione metafisica e nel contempo di chiarirne il significato in rapporto all'esistenza dell'uomo nel mondo.Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente.
Filosofia e morte
Strettamente connessa alla morte è la filosofia stessa intesa come «un immenso sforzo per risolvere il problema della morte e del destino»Boris Pasternak in Julia Didier, Dizionario Larousse di filosofia, Gremese Editore, 2004 p.167 La riflessione sulla morte è stata infatti il principale stimolo allo sviluppo della filosofia:
Sono ben note nell'opinione comune le considerazioni ironiche su i tristi filosofi sempre riflettenti sulla morte e distanti dall'esistenza reale. Un'accusa questa rivolta ad esempio alla filosofia platonica che definiva «la filosofia contemplazione della morte, come quella che allontana la mente dalle cose visibili e corporee, proprio come fa la morte»Erasmo da Rotterdam, Elogio della Pazzia, Einaudi, Torino, 1964, pagg. 131-136. In realtà per Platone la riflessione sulla morte è propria del filosofo «che è capace di vedere l'intero» e per questo già in questa vita terrena apprezza la sensibilità materiale che attraverso l'intelletto lo porta a cogliere la somma bellezza delle ideeAntonio Livi, Filosofia e teologia, Edizioni studio domenicano, 2009 p.38. Osserva ancora Platone: - Gli uomini mentono anche sui cigni e sostengono che essi, prima di morire, cantino per il dolore.- Ma nessun altro uccello se ha fame, freddo o altro inconveniente esprime col canto la sua sofferenza.- I cigni, sacri ad Apollo, al termine dei loro giorni, prevedendo il bene che troveranno nel ricongiungersi al loro dio, si rallegrano. Allo stesso modo Socrate, compagno di servitù dei cigni e non meno di essi indovino, gioisce. Egli è certo che, nel momento in cui la sua anima si sarà liberata dalle catene del corpo, potrà finalmente ritornare alla vera luce. Ma in fondo chi medita sulla morte cerca il senso della vita per cui alla fine Tutti gli uomini sono filosofi, perché in un modo o nell'altro assumono un atteggiamento nei confronti della vita e della morteKarl R. Popper, La scienza, la filosofia e il senso comune, Armando Editore, 2005, p.10
In Adoro te devote, con molta probabilità di Tommaso d'Aquino, santo e dottore della Chiesa, l'autore conclude Oro fiat illud quod tam sitio, ut te revelata cernens facie visu sim beatu tuae gloriae, consapevole che la visione della verità e la contemplazione di Dio, fine ultimo di ogni vita umana, possono per ogni singolo uomo avere già inizio in questa esistenza terrena, ma in essa non raggiungono mai il piacere, la pienezza e la completezza che tutte le anime salvate hanno nella vita dopo la morte in Paradiso. Per questo, Hegel afferma che per la filosofia medioevale la vera vita è quella dopo la morte, e che soltanto in essa è veramente e totalmente in atto, finito e concluso, il fine ultimo per cui siamo creati.
Anche per Friedrich Nietzsche la filosofia, intesa come espressione della pura razionalità, e come tale identificata con la figura di Socrate, è coinvolta con il tema della morte, ma in un senso del tutto negativo. La filosofia nel suo aspetto apollineo, infatti, rappresenta una rinuncia alla vita che si esprime nel desiderio di morte che con il pudore del corpo, la vergogna della sessualità, l'umiltà, l'amore per la povertà, rappresentano i valori della morale degli schiavi.
Prescindendo dalla filosofia le dottrine scientifiche e un'apposita scienza, la tanatologia, si sono incaricate di dare una descrizione oggettiva della morte nei suoi meccanismi naturali. Anche alcune tra queste discipline però, senza considerare quelle dedicate specificamente ai temi morali come la bioetica, pur trattando il tema della morte dal punto di vista eminentemente scientifico, non sfuggono alla riflessione filosofica. Ad esempio l'etologia e la biologia considerano la morte come uno strumento della selezione naturale che si adopera a eliminare gli individui inadatti a eseguire i comportamenti che tengono in vita la specie. La morte acquista però così, ai fini di una vita più evoluta, una valenza positiva tale che la fa rientrare nell'ambito di una problematica della filosofia morale che dibatta se il singolo sia sacrificabile per il miglioramento della totalità.
Idea o sentimento della morte
Sul tema della morte si incontrano diversi problemi spesso tra loro intrecciati: qual è la natura della morte, parte necessaria nell'ambito della vita? e se è difficile capire il senso della morte specularmente lo è capire quello della vita; la morte non è solo un problema individuale ma investe anche la totalità. La morte, situazione di fine radicale, esclude la sopravvivenza? La morte è veramente un male?Maurizio Pancaldi, Mario Trombino, Maurizio Villani, Atlante della filosofia: gli autori e le scuole, le parole, le opere, Hoepli editore, 2006, p. 513 La storia della filosofia ha risposto in vario modo a queste domande ma la prima questione da chiarire è il nostro porci di fronte alla morte: questa è un concetto da analizzare o un sentimento da descrivere?
Diceva Henri Bergson:
La morte dunque non è una idea "chiara e distinta" che predisponga all'azione ma un sentimento che si esprime, più che nella paura, nell'angoscia della morte, che come tale è più terrorizzante e paralizzante.Søren Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia in Roderrick Esclanda, Francesco Russo, Homo patiens: prospettive sulla sofferenza umana, Armando Editore, 2003 p. 227 Non si può infatti aver paura dell'indistinto, di ciò che non si conosce come oggetto certo e determinato ma piuttosto provare angoscia per quella nefasta possibilità, sempre presente, di cui ben conosciamo i segni anticipatori nella corruzione del corpo che culmina nella sua fine.
In una concezione esistenzialistica il sentimento della morte nasce dalla noia, "malattia mortale", che genera angoscia. Proprio per sfuggire all'angoscia della morte l'uomo infatti si abbandona ad una vita freneticamente attiva. Osserva ironicamente Blaise Pascal che coloro che «giudicano assai poco ragionevole che la gente passi l'intera giornata a correr dietro a una lepre che non si vorrebbe aver comperato, non capiscono nulla della nostra natura. Quella lepre non ci impedirebbe la vista della morte e delle altre miserie, ma la caccia che ce ne distrae può farlo.»B. Pascal, Pensieri In questo modo lo scopo vero di qualsiasi attività o impegno anche eticamente apprezzabile è arrivare inavvertitamente al nascondimento della morte. «Il fine psicologico della distrazione è l'oblio della morte» che la filosofia invece vuole indagare e capire soprattutto correlandola alla vitaUbaldo Nicola, Antologia di filosofia. Atlante illustrato del pensiero, Giunti editore, p.246 poiché «un uomo libero pensa alla propria morte meno che a qualsiasi altra cosa; e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte, ma sulla vita»Baruch Spinoza, Ethica, IV propositio LXVII
Su questa linea per Martin Heidegger la morte non è solo il momento finale della vita ma l'elemento costitutivo della vita stessa: l'uomo si trova ad essere "gettato nel mondo" con un destino finale già segnato di cui egli è angosciosamente consapevole. Per questo la sua vita si riduce a un "esserci" per la morte che egli non deve tentare di dimenticare dedicandosi alla "cura del mondo", ad una vita inautentica e frenetica che non gli lasci il tempo di riflettere su se stesso. Una vita autentica richiede l'accettazione dell'angoscia di vivere.U. Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Giunti editore, 2000, p.446
Vita e morte nella storia della filosofia Filosofia antica
Vita e morte per Eraclito non sono che due aspetti di una medesima realtà costituita dall'incessante scorrere vitale dell'esistenza.
La morte vi sarebbe solo nel momento della impossibile conciliazione degli opposti tra i quali invece è quella "guerra" continua «madre di tutte le cose». Lo stretto legame tra vita e morte ci insegna infine che bisogna imparare a convivere con la morte, a «vivere di morte, morire di vita».in Umberto Mattioli, Carlo Mazza, Il giardino piantato a Oriente, Edizioni Paoline, 1981, p.108
Un tentativo di indagare ontologicamente la natura metafisica della morte viene fatto dalla filosofia degli eleati. Tra questi Parmenide sterilizza il problema della morte risolvendolo in un rapporto logico-linguistico di essere e non-essere. «Come potrebbe, ciò che è, esistere nel futuro? Come potrebbe nascere? Se infatti era, non è; così pure, se ancora deve essere, non è. Così si eliminano i concetti incomprensibili di nascita e morte.»Parmenide, Frammenti, B7, B8 L'essere non può essere generato dal non essere. Il non essere equivale infatti al nulla, che non può neppure essere pensato, e nulla deriva dal nulla: quindi la nascita, intesa come un passaggio dal non-essere all'essere, e la morte, come un transito dall'essere al non-essere, sono un'assurdità. Il non-essere per definizione non esiste.
Per Parmenide «la luce, il cambiamento, il movimento, il non essere, il calore, la giovinezza, l'amore, la bellezza, la poesia sono tutte illusioni; invece "la gelida verità" è la morte ossia la notte, l'oscurità, l'immobilità e la pesantezza eterna della materia. Tutto l'Essere è come la luna, che è una massa oscura e senza mutamento, il cui crescere e calare sono dovuti al gioco illusorio della luce del sole».E. Severino, cit. in Sito web italiano per la Filosofia.
La risposta degli eleati troverà il suo significato esistenziale in coloro che credono in un'eterna realtà da dove l'uomo proviene e dove si dirige. L'esistenza come un passaggio di un ininterrotto percorso.«Molti commettono l'errore di considerare la morte come l'opposto della vita, dimenticando che l'opposto della morte è la nascita, non la vita. La vita è un fiume: la nascita è la sua sorgente, la morte è la sua foce. Entrambe, nascita e morte, non sono che soglie» (in Riflessioni sul senso della vita, a cura di Bianca M., Catelani A., Zacchini S., Editore: Aracne, 2010) Così nella riflessione socratico-platonica la morte acquista un valore positivo per il filosofo che aspira alla morte perché in questo modo la sua anima sarà finalmente libera dal carcere del corpo: «o la morte coincide con il nulla e dopo che si è morti non si ha più sensazione di niente oppure, stando a quanto si dice, consiste in una sorta di cambiamento o trasmigrazione dell'anima da questa sede in un'altra...» Un valore rasserenante comunque per l'uomo retto che è superiore ad ogni male, compresa la morte che sarà tutt'al più «una specie di sonno simile a quello di chi dorma senza fare alcun sogno...»Platone, Apologia, Simposio, Fedone, Giunti Editore, p.67
L'argomentazione che la morte segni la fine di ogni sensazione da cui dipendono il bene e il male viene ripresa ed ampliata da Epicuro che assegna lo stesso valore alla fine dell'uomo e alla sua vita:
Nella filosofia romana, nel solco dell'epicureismo, la riflessione sulla morte si deve principalmente allo stoico Seneca per il quale la morte libera gli uomini da ogni sofferenza: essa è la soluzione di tutti i dolori (mors dolorum omnium exsolutio est); la morte non è né buona né cattiva, è "nulla" dal momento che riduce al nulla ogni cosa. Il concetto è espresso in modo efficace nel II coro delle Troades: Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil: velocis spatii meta novissima (dopo la morte non esiste nulla, la morte stessa è il niente: l'ultima meta di una corsa rapida).
Per il cristianesimo la morte di per sé non esiste, essendo solo un passaggio, un momento di transito necessario perché vi sia la trasformazione e il rinnovamento verso la vita vera: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).
Filosofia medioevale e moderna