Biografia Nato a Valladolid in Spagna l'8 luglio 1545, Carlos fu il primogenito ed erede al trono di Filippo II di Spagna e della sua prima moglie Maria Manuela di Portogallo. I suoi successivi gravi problemi di salute furono imputabili fondamentalmente alla pratica tipica della dinastia degli Asburgo di contrarre matrimoni tra consanguinei. (molto frequente era infatti il matrimonio tra primi cugini o tra zio e nipote). Questa politica matrimoniale aveva l'obiettivo di non disperdere i territori asburgici, ma fu tutt'altro che vantaggiosa dal punto di vista genetico. Nel caso di don Carlos suo padre Filippo e sua madre María Manuela erano cugini di primo grado e avevano un coefficiente di parentela del 25% che li rendeva paragonabili a due fratellastri. Carlos aveva solo quattro bisnonni invece dei normali otto, aveva solo sei trisavoli invece dei sedici massimi e la nonna materna e il nonno paterno erano fratelli. Il nonno materno e la nonna paterna erano anch'essi fratelli e le due bisnonne erano sorelle.; ; ; La madre di Carlos Maria morì quattro giorni dopo avere dato alla luce nascita suo figlio per un'emorragia cerebrale....
Primi anni e problemi di salute La salute del principe destò fin da subito serie preoccupazioni. Carlos nacque infatti con una gamba più corta dell'altra, una spalla più alta e una forma di lordosi che ne compromise la mobilità, costringendolo a zoppicare per tutta la vita e contribuendo al suo aspetto sgraziato.; Paolo Tiepolo, ambasciatore veneto che lo vide nel 1563, lo descriveva come segue: "Ha i capelli bruni e lisci, la testa di grandezza mediocre, la fronte angusta, gli occhi grigi, le labbra regolari, il mento un poco sporgente, la figura pallidissima. Nulla ricorda in lui il sangue degli Absburgo. Il principe è esile, pallido, piccolino: ha una spalla più alta dell'altra e il petto rientrante, la schiena incurvata con una piccola gobba all'altezza dello stomaco. La gamba sinistra è ben più lunga della destra; le coscie sono forti, ma sproporzionate; le gambe sottili ed esili. La voce è ora flebile, ora acuta. Egli è assai impacciato quando incomincia a parlare e le parole non gli vengono; pronuncia male l'erre e l'elle." Sempre Paolo Tiepolo diceva che era "nel parlare difficile e tardo, con parole tronche e spezzate". Spesso lo colpivano le febbri, conferendogli un'aria malsana e un viso pallido.Dispaccio di Dietrichstein, e . Le relazioni degli ambasciatori veneti sono pubblicate in E. Alberi, Le Relazioni degli ambasciatori veneti, vol. V, p. 72-119, e discusse da
Fin dai primi anni il padre di Carlo si disinteressò di lui, impegnato com'era in guerre e intrighi politici, ed essendo sua madre morta di parto lo affidò alle cure delle zie paterne Maria d'Austria e Giovanna d'Asburgo. Il giovane principe legò soprattutto con quest'ultima, la quale pure dovette lasciarlo quando egli aveva sei anni per andare in Portogallo, sposa al principe ereditario di quella corona Giovanni Manuele d'Aviz. In una lettera diretta a Carlo V Luis Sarmiento de Mendoza ci ha descritto la scena della separazione del bambino dalla zia: "Tre giorni piansero l'uno e l'altra, e il piccino diceva: 'Come rimarrà il bimbo' – così egli si chiamava da sé – 'qui, solo, senza mamma, senza padre, con il nonno lontano, in Germania e il padre a Monzon?""A la partida de la princesa de Toro fue cosa tan grande su despedimiento del infante, que duró tres días el llorar del uno y del otro. El infante decía: 'El niño – que así se nombra él a sí mismo – ¿cómo ha de quedar aquí solo sin padre ni sin madre y teniendo el abuelo en Alemania y su padre en Monzón?' y echándome a mí los brazos, decía que me volviese luego" – Lett. di Luis Sarmiento de Mendoza citata in .
Rimasto di nuovo solo Carlos fu affidato alle cure di un prete umanista valenziano, Honorato Juan Tristull. Subito tra il discepolo e il maestro si strinse un'amicizia profonda e intima, che non si sciolse se non con la morte del religioso nel 1566. Le lettere che il piccolo principe inviava al suo precettore mostrano già a quest'età il suo carattere inquieto, afflitto, focoso, insofferente, violento; infatti egli non voleva sentire parlare d'altro che di guerre e di armi, ma cadeva spesso vittima di malinconia.« Mi hijo queda sin madre; vos lo habéis de ser suya, tratadlo como tal ». Lettera riferita dal e Persino allo stesso imperatore, suo nonno Carlo V, osava rivolgere proteste e insolenze, e si rifiutava di stare in piedi davanti a lui con il cappello in mano, com'era costume. Di fronte agli altri cortigiani era così superbo, cocciuto e arrogante, che fin da questi anni si diffusero e trovarono credito delle voci intorno alla brutalità di certi suoi comportamenti precoci e selvaggi. "Ancor poppante", scrive un ambasciatore veneto (1563), egli "mordette i petti a tre sue balie che per questo rispetto furon vicine a morire". Famiano Strada riferisce che il più grande divertimento del principe era di vedere agonizzare le lepri colpite dai cacciatori; un contemporaneo, Orazio della Rena, dice "che di nessuna cosa gustava più che di vedere gli animali arrostiti vivi"; l'ambasciatore veneziano Federico Badoer conclude il quadro narrando che una volta "essendogli donata una biscia scodarella molto grande et essa avendogli dato un morso a un dito, egli subitamente co' denti le spiccò la testa". Durante l'anno 1558 i famigliari pregarono nelle loro lettere a Carlo V di chiamare a sé nel monastero di Yuste il nipotino indocile e turbolento per levarsi l'imbarazzo di tenerlo a corte, visti i suoi comportamenti.«Pesame en el alma que el aprovechamiento de Su Alteza no sea al respecto de cómo comenzó y fue los primeros años, que fue él que aquí vieron todos y allá entendió V. M. — Suplico a V. M. me perdone este atrevimiento y sea servido de mandar romper esta, porque mi intención es que solo V. M. la lea» — Lett. ed. dal Gachard, op. cit., p. 37 n.
Adolescenza e Incidente La morte del nonno Carlo V (che aveva già in precedenza abdicato in favore di suo figlio Filippo II) non fece altro che peggiorare la situazione psicologica di Carlo. Abbandonato a se stesso divenne più indocile e più violento che mai. Nell'ottobre del 1558 il precettore Honorato Juan Tristull scrisse a Filippo II una lettera sconsolata, esprimendo il suo sconforto e la sua sfiducia in ogni mezzo per raddrizzare il giovane. "È un ben profondo dolore il mio", egli scrive, "nel vedere che il profitto di S. A. non corrisponda al principio, com'egli era nei primi anni, come tutti qui lo hanno visto e V. M. ha inteso da lontano. V. M. perdoni il mio ardimento e si compiaccia di rompere questa lettera perché è mia intenzione che altri non la legga che V. M."
Nel 1561 i medici dichiararono che don Carlo fosse tisico. Filippo, preoccupato, decise di inviarlo ad Alcalá de Henares, lontano da Madrid, dove avrebbe potuto beneficiare dell'aria pura di quei luoghi e risiedere in un ampio palazzo destinato agli arcivescovi di Toledo. Qui incontrò ed ebbe modo di parlare piacevolmente con personaggi come suo zio Giovanni d'Austria e Alessandro Farnese, ritrovando ben presto il vigore fisico e mentale. Ma dopo cinquanta giorni un incidente imprevisto (avvenuto il 19 aprile 1562) venne a distruggere tutte le belle speranze mettendo seriamente a rischio la vita del principe. Egli si era innamorato della figlia del portinaio e si recava ogni sera a parlarle in cima a una scaletta ripida e buia; ma tale don Garcia, che non approvava questo amore, fece sbarrare la porta che chiudeva il passaggio. Il principe tentò invano di forzare la porta e cadde dalle scale mandando urla e grida.Lettera di Paolo Tiepolo da Madrid, 24 aprile 1562 ed. dal Gachard, op. cit, p. 631-2. Vedendo il principe a terra e ferito accorsero i famigliari e lo portarono nel suo letto. I medici accorsi al capezzale scoprirono nella nuca una frattura larga poco più d'un'unghia; la medicarono e poi, secondo le usanze mediche del tempo, si affrettarono a cavare dalle vene del ferito otto once di sangue. Intanto nel giovane si alzò una forte febbre e sopraggiunsero anche forti deliri visivi e uditivi. Vennero allora fatti venire altri medici, i quali aprirono la piaga e misero a nudo il cervello per misurare le dimensioni e la profondità della ferita. La ferita era tumefatta e orribile a vedersi. Ben quattordici tra i più prestigiosi chirurghi del regno esaminarono la ferita del principe provando a curarlo. Ormai il viso intero del principe era irriconoscibile, perché una orrenda infezione cutanea aveva invaso la faccia e minacciava gli occhi, inoltre la febbre continuava ad alzarsi. Il re, che era accorso ad Alcalá e aveva assistito alle lunghe disquisizioni dei medici, volle che fosse chiamato un vecchio negromante moresco, un certo Pinterete, celebre a Valencia per due suoi portentosi unguenti, l'uno bianco e l'altro nero, che si diceva curassero qualunque male. I due unguenti vennero posti sulla piaga ma con il solo risultato di fare emergere una nuova e terribile irritazione della pelle. La vita del principe era appesa a un filo; in molte città del regno si videro processioni con statue e reliquie dei Santi. La sua antica tutrice donna Giovanna di Portogallo gli rimase vicino durante la malattia provando a curare il principe con metodi curiosi: per esempio una sera la donna andò con i piedi nudi (in pieno inverno) dal palazzo al convento di Nostra Signora della Consolazione pregando a voce alta. Piano piano il principe guarì e tornò alla corte, ma questa malattia lasciò segni indelebili sulle sue facoltà fisiche e mentali già gravemente compromesse, e non si riprese mai del tutto, soffrendo di continue febbri e deliri fino alla morte.
Matrimoni mancati e pettegolezzi Nell'inverno del 1561 alla corte spagnola si cominciò a cercare una moglie per il principe ereditario. Egli prediligeva per la sua bellezza Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II di Francia, che invece finirà per sposare il padre di Carlo, Filippo II. Poco prima però, il 5 dicembre 1560, era morto Francesco II di Francia e la moglie Maria Stuarda era rimasta vedova. Ella aveva diciotto anni ed era a detta di tutti bellissima. Molti si erano affrettati a chiedere la sua mano, tra gli altri l'arciduca Carlo d'Austria e i duchi di Ferrara e di Nemours; ma ella li aveva respinti tutti, non nascondendo la sua predilezione proprio per don Carlos. Del resto, in Scozia, tutti parlavano con grande favore di queste nozze che avrebbero dato alla corona degli Stuart numerosi vantaggi politici liberando per sempre il Paese dal dominio dei francesi e degli inglesi. Filippo però non vedeva di buon occhio questa unione e dopo vari approcci diplomatici e nonostante l'insistenza degli scozzesi l'unione sfumò separando per sempre i destini dei due giovani. Venne allora proposta a Carlo un'altra candidata: la sua ex-tutrice e zia Giovanna. Il padre sperava così che questa unione avrebbe calmato i bollenti spiriti del figlio visto il rapporto già esistente tra i due; inoltre Giovanna era molto popolare e benvoluta sia dal popolo sia dalla corte Spagnola. Il principe si oppose però fermamente a questo matrimonio. Nel dicembre del 1567, durante un acceso dibattito nelle corti di Toledo, don Carlos rimproverò i deputati per avere supplicato suo padre di farlo sposare con Giovanna, definendo l'interferenza nelle sue questioni personali come una sciocchezza. Questa scena segnò la fine delle trattative matrimoniali e Giovanna decise di ritirarsi in un convento. Don Carlos affermò allora che da quel momento in poi avrebbe rispettato il volere di suo padre in tutto, tranne che nelle questioni matrimoniali.Lettera dell’ambasciatore di Genova Marcantonio Sauli al Doge (8 gennaio 1567) ed. dal Gachard, op. cit., p. 391.
Contrasti con il padre