è un film del 1968 diretto da Nagisa Ōshima. Considerato uno dei capolavori del regista, il film parte in cadenza di documentario per poi lasciare spazio a una rappresentazione quasi teatrale della vicenda, in un contesto ricco di umorismo nero e simbolismi, con rimandi all'opera di Bertolt Brecht e al teatro dell'assurdo.
Trama Giappone: R, uno studente coreano, colpevole di aver stuprato e ucciso due ragazze giapponesi, viene condannato a morte per impiccagione. L'esecuzione ha luogo sotto gli occhi di un funzionario, di un prete, un dottore e delle guardie carcerarie; l'uomo viene impiccato, ma il suo cuore batte ancora, non è morto ma soltanto svenuto. Tutti quanti sono immediatamente colti dal panico: un evento simile non si era mai verificato prima e, a peggiorare la situazione, l'imputato si risveglia, in stato confusionale, senza ricordare nulla di ciò che gli è successo. R non può perciò venire "nuovamente" giustiziato, in quanto incosciente dei crimini da lui commessi; c'è un'unica soluzione che possa risolvere questo intoppo, ovvero far tornare la memoria al condannato.
Dopo aver esaminato a fondo il suo fascicolo, i presenti mettono in atto una vera e propria recita sotto gli occhi di R - eseguita prima nel braccio della morte, poi sul tetto dell'università frequentata dall'imputato - in cui ripercorrono le fasi salienti della sua vita, fino a giungere al primo degli omicidi da lui commessi. Nonostante l'impegno degli "attori", che si sono talmente calati nelle proprie parti da non distinguere più il confine tra realtà e finzione, R non riesce ancora a riacquisire coscienza della propria colpevolezza. A questo punto, entra in scena una ragazza coreana, connazionale di R; lei prova a convincerlo che i suoi crimini in territorio giapponese sono motivo d'orgoglio per la sua patria, ma anche questo tentativo va a vuoto.
Non sembra esserci più nulla che si possa fare e il funzionario gli concede la grazia; messo piede fuori dal carcere, R viene invaso da una luce, talmente opprimente da impedirgli di uscire. Per lui non c'è spazio nel mondo lì fuori. L'imputato ammette finalmente di aver commesso i crimini, ma nello stesso tempo si proclama innocente, mettendo in guardia i boia dal commettere a loro volta un omicidio, la sua impiccagione. L'esecuzione ha nuovamente luogo e la botola del patibolo si apre per la seconda volta; ma stavolta il cappio non stringe nulla, il corpo di R sembra svanito...
Produzione L'impiccagione è ispirato a un fatto realmente accaduto: nel 1958 lo studente sedicenne Jin-u Lee, coreano residente in Giappone, si era autodenunciato per aver stuprato e assassinato due studentesse e fu condannato a morte. Il regista Ōshima, assieme ai suoi collaboratori, elaborò nel 1963 un primo copione di impianto realista. Rimasto colpito dalle lettere scritte in carcere da Lee, pubblicate con il titolo Punizione, morte e amore, modificò la sceneggiatura sulla base dei documenti processuali e mise in scena un happening teatrale ricco di humour nero e di richiami a Brecht, Kafka e alla commedia dell'arte. Il film divenne una vera e propria denuncia del sistema carcerario giapponese, evidenziando le umiliazioni subite dai seicentomila coreani stabilitisi in Giappone a seguito dell'occupazione della Corea e l'arroganza razzista dei carcerieri giapponesi.
Girato in bianco e nero a basso costo, in piena indipendenza dalle grandi compagnie, il film fu presentato a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs e rivelò il regista Nagisa Ōshima a tutto il mondo occidentale.Roberto Silvestri in FilmTv nº 22, 2 giugno 2026, p. 59
Critica Uno dei più potenti film di Oshima: un grido di rivolta (contro il potere), un divertimento macabro, una fiaba allucinata. Commento del dizionario Morandini che assegna al film tre stelle e mezzo su cinque di punteggio.
Note
Collegamenti esterni
Categoria:Film diretti da Nagisa Oshima Categoria:Film drammatici Categoria:Film sulla pena di morte Categoria:Film ambientati in Giappone