Le case popolari sono una parte della nuova città costruita al di fuori delle vecchie mura adibite ad uso residenziale secondo le migliori opportunità economiche.
Storia
A Napoli il ruolo di questo tipo di architettura ha contribuito notevolmente all'espansione delle tecnologie architettonico-ingegneristiche il modo progettuale è passato dai primi fabbricati in tufo e solai in travi d'acciaio con cortile, alle prime sperimentazioni delle strutture in calcestruzzo in posa sul cantiere, le prime strutture prefabbricate utilizzando vari tipi di combinazioni strutturali ai quartieri-dormitorio con forti influenze di Le Corbusier e di Tange. L'espansione urbana al di fuori delle mura avviene in tre fasi: la prima periferia dal 1860 al 1920 la seconda periferia dal 1920 al 1960 la terza periferia dal 1960 ad oggi La periferia popolare, secondo la teoria, non dovrebbe assomigliare all'assetto antico: essa è una città ai margini di un'altra città, una città-satellite, progettata secondo i più moderni piani dell'urbanistica delle varie epoche in cui è stata costruita la città periferica. Inoltre come si è già detto durante la costruzione delle periferie, il governo fascista accorpa i vari casali e comuni limitrofi per realizzare una mega espansione del capoluogo che avvenne dopo la guerra e alcuni punti di periferia popolare saranno zone di raccordo che collegheranno la città ai centri storici dei casali o dei vecchi comuni come nel caso di Pianura. La città assume anche l'aspetto di tante periferie che all'apparenza sono quattro micro-città: tre sono periferie suddivise in tre gruppi, la periferia settentrionale, la periferia orientale e periferia occidentale e la quarta-microcittà è il centro storico/antico considerato come la città consolidata.
Dal 1860 al 1884: I primi esperimenti di case popolari
Durante la seconda metà del ottocento sono stati redatti numerosi progetti di espansione urbana, prevista anche dal governo borbonico, essi prevedevano la realizzazione di una periferia operaia in zona orientale, ossia Poggioreale, Rione Arenaccia e zona Vasto, tutte realizzazione previste attorno alla Stazione Centrale e a ridosso del Centro Storico, altre zone previste erano un'espansione con sventramenti nella zona di Chiaia, con l'approvazione della legge sull'esproprio per pubblica utilità nel 1865 e i decreti garibaldini viene promosso il progetto per la realizzazione di Via Duomo che comporto la distruzione di una striscia di città vecchia e la realizzazione di abitazioni moderne con gusto eclettico.
Delle tre idee della post-unità solo due vennero realizzate tranne le case operaie all'Arenaccia e a Poggioreale. Con l'abbandono del progetto della periferia risaltava il problema di un'ulteriore sovraffollamento urbano provocato dagli sventramenti sanitari che portò una stratificazione orizzontale da parte dei ceti poveri e della piccola borghesia, questa legge approvata nel 1865 non fece altro che intensificare le iniziative filantropiche. Furono molti i progetti presentati dagli ingegneri napoletani di abitazioni di tipo economico, gli ingegneri erano appoggiati alle associazioni filantropiche che avevano a disposizione i capitali adatti all'edificazione di un edificio.
La Società Filantropica Napoletana, presidiata dall'ingegnere Marino Turchi, eresse a proprie spese il Complesso "La Filantropica" (corso Amedeo di Savoia) progettata dallo stesso presidente della società, esso rappresenta il primo modello di casa economica di Napoli. In seguito altri progetti patrocinati dal comune e progettati da ingegneri locali riuscirono a sviluppare un assetto più sistematico utilizzando una pianta a scacchiera, il più importante progetto proposto e non attuato è la zona compresa alle spalle del Real Albergo dei Poveri ideata dagli ingegneri Franchini e Sellitti, il piano prevedeva la realizzazione di un rione per circa diecimila abitanti.
Dal 1885 al 1900: Il rione orientale, proposte e realizzazioni di esso Dopo l'epidemia di colera nel 1884 la distribuzione di progettare nuove abitazioni, per risanare la città dalla catastrofe dell'anno precedente, si ricorre alla demolizione di ampi parti del centro antico per far posto a rioni con un'organizzazione urbanistica migliore in modo da mascherare le case malfamate dei vicoli storici, il Corso Umberto I è un esempio degli interventi realizzati dalla costituita Società pel Risanamento. Le zone da realizzare ad ex novo sono i quartieri della prima periferia che si espanse ad oriente dove sono localizzati gli impianti industriali e la stazione della ferrovia. Altri interventi sono il Vomero dove in quel periodo si posava la prima pietra per la realizzazione del quartiere e infine qualche sporadico intervento ad occidente dalla città.
La struttura urbanistica degli interventi è pressoché identica perché in tutti i casi la zona destinata al verde non viene calcolata o non viene realizzata. Le vie di comunicazione variano a seconda della zona da costruire, di solito le strade di primaria importanza hanno una notevole luce e le strade di secondaria importanza assumono le caratteristiche di vicoli. Le abitazioni che si ripetono con modularità con dimensioni che oscillano tra i 90x90/120 metri, i caseggiati si sviluppano in pianta chiusa con corte al centro come le antiche abitazioni napoletane si sviluppano su tre o quattro piani e stilisticamente si presentano con un design molto povero. L'ambiente interno di un'abitazione aveva, nel peggiore dei casi, una stanza con loggetta per i sanitari mentre il migliore di casi è un bilocale.
Nel "Piano del Risanamento" redatto dall'ingegnere Adolfo Gianbarba le vie e le strade dovevano costituire il punto di forza di nuovi importanti interventi del periodo, dovevano competere, secondo i progetti dell'ingegnere Gianbarba, con i boulevard di Parigi ma con lo spazio a disposizione potevano solo risultare delle strade larghe la metà delle parigine. Infatti il "Rettifilo" è largo solamente ventisette metri rispetto ai quaranta metri dei boulevard pargini. Gli unici spazi di notevoli dimensioni erano le piazze che hanno la funzione di collettori degli assi viari, al centro vi sono dei piccoli giardinetti. La piazza più grande realizzata durante questi interventi di risanamento è Piazza Nazionale nell'odierno quartiere di Vicaria, a pianta ottagonale, misura 170x130 metri la griglia urbanistica del luogo urbano. Il quartiere, secondo il Gianbarba, doveva essere diviso da un viale alberato lungo qualche chilometro e largo circa ottanta metri ma nel giro di pochi anni anche questo non verrà realizzato.
Nel contempo l'ingegnere Mayo avanza la proposta di una realizzazione dei quartieri orientali chi si configura come un'alternativa del progetto di Adolfo Gianbarba, esso prevedeva la realizzazione del quartiere orientale con l'utilizzo di viali alberati realizzati come prosieguo della città vecchia e inoltre prevedeva la realizzazione di una fascia di rispetto tra il quartiere e la zona industriale.
Dal 1900 al 1945: I quartieri occidentali e la nascita dell'IACP Mentre ad oriente della città si costruiva con concessioni della Società pel Risanamento lasciando in gran parte il progetto a privati che costruivano a proprie spese gli edifici, ad occidente si iniziava a progettare abitazioni economiche e proprio durante la costruzione di edilizia economica fuori dalle mura urbane fa sì che nasce l'Istituto Autonomo Case Popolari di Napoli. La società aveva alcuni suoli ad occidente della città che gli sono stati donati dalla Banca d'Italia e rafforzò il suo morale anche con l'accerchiarsi di intellettuali che ritenevano doveroso l'edificazioni di questo tipo di edilizia tra questi spicca Matilde Serao.
Ma in realtà la società da poco costituita soffriva di alcune questioni di tipo politico che prevede una decisione da lasciare tutti i beni in edificazione alla società o darli ai privati che ergevano, motivi economici che contrapponendosi alla Società pel Risanamento che darà l'avvio alla società dopo il completamento del suo programma, motivi urbanistici perché nei primi del XX secolo non esisteva un piano per regolare i suoli periferici e infine una questione prettamente sociologica dove socialisti e liberali contrapponevano il loro pensiero: i socialisti ritenevano giusto che le abitazioni popolari venissero costruite per gli operai mentre i liberali ritenevano che queste abitazioni fossero occupate da un ceto piccolo-borghese.
Nelle abitazioni di nuova costruzione avveniva un sovraffollamento da parte del popolo che contribuiva alle precarie condizioni dell'epoca che si formavano nel giro di pochi anni dalle epidemie. Mentre con la legge del 1904 si rivedono molti piani urbanistici della zona orientale di Napoli dove gli ingegneri Martinez e Porrù redassero nel 1906 il progetto di massima della zona orientale, i piani degli ingegneri non furono mai approvati e così si concluse l'idea di realizzare piani ordinatori tra i rioni e le industrie e il problema del sovraffollamento. Sempre nel 1906 si modificarono i piani del 1885 elimando una fascia di verde pubblico sostituendola con una strada denominata il Corso Orientale, oggi è l'attuale Corso Novara nel quartiere di Vicaria.
Nel 1910 l'IACP progetta i primi interventi sia ad oriente che ad occidente, ad oriente con i rioni di Poggioreale, Arenaccia e Luzzatti mentre ad occidente con il rione Duca d'Aosta a Fuorigrotta. Le tipologie edilizie adottate dall'ing. Domenico Primicerio, capo ufficio tecnico della società case popolari, sono intermedie a quelle della Società pel Risanamento, l'isolato delle case popolari è composto da un isolato senza cortile con piano terra rialzato, scantinato e tetto piano. Le prime case dell'Istituto hanno un alloggio di due o tre vani con cucina e latrina poste in una nicchia, successivamente questa tipologia di alloggio verrà abbandonata per la realizzazione di abineti più larghi e indipendenti tra i quali nascono il corridoio il bagno e la cucina, questi ultimi erano accoppiati, cioè gli ambienti creano contigui.
I progetti rionali sono semplicemente piani stradali di larghezza variabile tra gli otto e i dieci metri, con insule con quattro edifici a blocco e raramente con cortile.
L'ampliamento e il Risanamento igienico durante gli anni del Fascismo
Mentre si edificavano i primi rioni popolari per operai ad opera degli istituti pubblici, la città iniziava a sviluppare nuovi sistemi di sviluppo urbano come la realizzazione della prima linea metropolitana del Paese nel settembre 1925 e dell'inclusione della fascia perimetrale della campagna napoletana nei confini urbani avvenuta tra il 1920 e il 1926. Questi fattori di sviluppo incentivarono nuove proposte di carattere urbanistico a partire dal mancato piano regolatore di Gustavo Giovannoni del 1924 che prevedeva il progetto della "Grande Napoli", un progetto ambizioso dal punto di vista urbanistico che tentò di riorganizzare tutto il lavoro svolto dal momento dell'emanazione della Legge per il Risanamento della Città di Napoli nel 1885 alle recenti opere di bonifica dell'area est della città. Nei primi anni del regime fascista si continuava a lavorare lungo i progetti già iniziati negli anni precedenti con la Legge speciale del 1904. Di rilevante importanza sono i completamenti delle aree collinari del Vomero attraverso le stipule di contratto con la Società pel Risanamento, di Posillipo con la costituzione di una società ad hoc per gli interventi, la SPEME (Società per l'Edilizia Moderna ed Economica), e la Società Laziale per Fuorigrotta. Quest'ultimo quartiere, di nuova fondazione, costituì il fiore all'occhiello dell'urbanistica partenopea durante il fascismo. Nato per ospitare la Triennale d'Oltremare su volontà del regime come strumento di esaltazione della potenza coloniale del Paese, il progetto di insediamento dell'area fu curato da Marcello Canino come urbanista e capoprogettista del primo nucleo del quartiere flegreo.