Biografia

Roberto Felice Ardigò nacque a Casteldidone, in provincia di Cremona, il 28 gennaio 1828, da Ferdinando Ardigò e Angela Tabaglio. A causa delle difficoltà economiche della famiglia, un tempo agiata, si dovette spostare a Mantova, dove il padre trovò lavoro presso i cognati. La madre era profondamente religiosa, mentre il padre sostanzialmente indifferente in materia. Roberto ne avrà sempre profondo rispetto e un forte legame, come anche con la sorella Maria Olimpia.

Studi teologici Frequentò le scuole elementari e ginnasiali a Mantova, per poi iscriversi nel 1845 al liceo del Seminario vescovile. Nel 1847 ottenne un posto gratuito nel seminario di Milano, ma in seguito ai moti risorgimentali fu costretto a rientrare a Mantova. Il suo successivo tentativo di arruolarsi nell'esercito di Guglielmo Pepe era frustrato da una febbre malarica che lo colpì alla vigilia della battaglia di Goito. Proseguì poi gli studi teologici. Dopo la morte dei genitori, fu accolto a casa sua da mons. Luigi Martini, rettore del Seminario mantovano.

Ardigò fu ordinato sacerdote il 22 giugno 1851 e cominciò a insegnare egli stesso nel seminario. In quegli anni Mantova era investita dalla congiura mazziniana che porterà al supplizio dei Martiri di Belfiore, dei quali ben tre erano sacerdoti, tra cui il leader della congiura don Enrico Tazzoli, insegnante presso lo stesso Seminario.

L'insegnamento positivista, la sospensione e la scomunica

Ormai professore di filosofia nel liceo 'Virgilio' di Mantova, tenne un discorso su Pietro Pomponazzi nel 1869 e pubblicò La psicologia come scienza positiva nel 1870, opere che furono messe all'Indice dei libri proibiti e gli valsero la sospensione a divinis. Nel metodo di insegnamento, poi, privilegiava il personale e diretto coinvolgimento degli allievi, sollecitandoli al libero dialogo, con una attenta analisi di brani critici e dei filosofi, cosa non troppo gradita alle gerarchie ecclesiastiche e al Ministero dell'Istruzione.

Già preda di una crisi religiosa molto forte, che lo portò infine a divenire ateoAntonio Dal Covolo, Roberto Ardigò. Dal sacerdozio all'ateismo, tutta questa polemica lo condusse appunto a smettere l'abito ecclesiastico nel 1871, a 41 anni, dopo aver aderito ormai completamente alle posizioni positiviste ed evoluzioniste, che andavano nettamente in contrasto ai dettami della Chiesa cattolica del tempo, e aver attaccato apertamente il dogma dell'infallibilità papale.

Professore universitario

In totale insegnò storia della filosofia all'Università di Padova per 28 anni dal 1881. Considerato tra i padri della psicologia scientifica italianaLuccio Riccardo, Breve storia della psicologia italiana. Psicologia Contemporanea, 1978, p.45 per aver promosso una concezione scientifica della psicologia e per aver tentato di istituire presso il Liceo di Mantova, dove insegnava, un Gabinetto per le ricerche psicologiche nel 1876, concepì anche una complessa teoria della percezione e del pensiero che non ebbe completa dimostrazione sperimentale. Nel 1882 Ardigò svolse uno dei suoi maggiori esperimenti in campo psicologico sperimentale, sulle condizioni dell'adattamento visivo su prismi ottici.

Nell'anno stesso in cui divenne docente a Padova, Ardigò fu pesantemente criticato dal giornalista cattolico intransigente Giuseppe Sacchetti (1845-1906), il quale, dietro lo pseudonimo di Beppe Coda contadino, pubblicò diversi articoli satirici contro l'«ex-prete», poi raccolti in un opuscolo in cui sin dal titolo la «Filosofia positiva» viene definita «negazione d'ogni filosofia».

Diverse furono le materie che insegnò nei lunghi anni d'insegnamento universitario fino alla data del 1º giugno 1909 quando fu collocato a riposo. Fu, altresì, preside della facoltà di filosofia e lettere dal 1899 al 1902.

Il 31 maggio 1908 divenne socio dell'Accademia delle scienze di Torino.

Il 16 ottobre 1913 fu nominato senatore del Regno, ma fu impossibilitato a raggiungere Roma per il giuramento.

Durante la sua vita elogiò Giuseppe MazziniNumero unico, Mazzini, giugno 1905, Milano). e Giuseppe GaribaldiDiscorso commemorativo pronunciato sul Monumento dei Martiri il 5 giugno 1882 in piazza Sordello. Dal giornale Il Mincio, 11 giugno 1882., criticò la massoneriaEgregio Sig. Genovesi. Rispondo subito alla di Lei lettera, che convengo interamente con Lei che dice giustamente che La Massoneria in uno stato libero è un non senso: e che a combattere l'oscurantismo è più efficace l'opera indefessa ed aperta di educazione e di elevazione civile che non l'opera tenebrosa e nascosta di una setta: e che coll'esistenza di questa la gran massa popolare non può che perdere la fiducia nella giustizia pubblica del proprio paese, nell'idea che la massoneria sia poi in fine una associazione di interesse pei soci a danno di quelli che non vi appartengono. E fortuna per me che alle scomuniche sono avvezzo, e nulla temo perché nulla spero. (in quanto la riteneva non necessaria in uno stato ormai libero) ed espresse idee fortemente repubblicane.Lettera del 20 febbraio 1879, in: Lettere edite ed inedite, a cura di W. Büttemeyer, 1° vol., 1990, p. 191.

Ultimi anni e morte Negli ultimi anni di vita, isolato dall'ambiente intellettuale, ma non dai suoi discepoli più stretti, soffrì di gravi problemi fisici e depressivi (acuiti nel 1907 dalla morte della sorella Olimpia, che viveva a casa sua), che lo condussero a un primo tentativo di suicidio a Padova nel 1918 (dopo aver appreso della disfatta di Caporetto e della morte di molti giovani italiani), fallito perché la ferita non era grave, ma che si sarebbe ripetuto il 27 agosto 1920, Treccani. Si autoinflisse una ferita colpendosi con un rasoio (o una roncola) arrugginito alla gola. Le testimonianze dell'epoca riferiscono che venne trovato seduto alla scrivania, con la barba bianca del tutto sporca di sangue (barba che gli fu tagliata dai soccorritori ed è tuttora conservata come cimelio nella sala blindata della Biblioteca di Mantova); soccorso dai medici, perse conoscenza dopo aver ribadito le sue intenzioni. Morì due settimane dopo, il 15 settembre, all'età di 92 anni nella sua ultima sistemazione a Mantova a casa Nievo, abitazione che era stata di Ippolito Nievo., pagg. 1-14

Ricezione dell'opera di Ardigò Il tragico atto finale della sua vita venne usato dai suoi detrattori - clericali o neoidealisti - per screditare il positivismo in declino o visto come un gesto di demenza senile, e non come un atto di un uomo ormai stanco a livello psicofisico, che aveva dato tutto e vissuto la sua lunga vita secondo coscienza, quale in effetti era. D'altra parte, anche se il sistema di Ardigò non era anti-idealistico, furono gli idealisti ad attaccarlo filosoficamente, seguiti dai marxisti di inizio secolo, come Antonio Gramsci, talvolta paragonandolo agli esiti più deleteri del positivismo, come l'antropologia criminale di Cesare Lombroso (risultata poi non scientifica), determinando l'oblio parziale delle sue opere, tra i maggiori libri filosofici tra il periodo illuminista (con l'esclusione delle opere filosofiche di Giacomo Leopardi) e il neoidealismo di Croce e Gentile. Con lo sviluppo del positivismo logico e la riscoperta del positivismo, si è avuta una lenta rivalutazione di Ardigò, il maggiore esponente italiano del movimento, assieme a Maria Montessori e, come lei, tra i fondatori della pedagogia e della psicologia modernaLa cultura filosofica italiana dal 1945 al 1980, Lampi di stampa, 2000, p. 159Wilhelm Büttemeyer, Roberto Ardigò e la psicologia moderna, Firenze, La Nuova Italia, 1969, oltre che uno dei maggiori pensatori laici della cultura italiana tra XIX e XX secolo.Veniero Accreman, La morale della storia, Guaraldi, pp. 116-118

Commemorazioni

Sulla sua casa venne apposta una lapide, opera dello scultore Carlo Cerati, quando ancora egli era in vita:

La città di Monza gli ha dedicato una scuola media inferiore e una strada. Anche Milano gli ha dedicato una strada in zona Forlanini, così come Roma che gli ha dedicato una piazza tra il quartiere dell'EUR e la via Laurentina.

I libri della sua biblioteca personale sono conservati presso la Biblioteca universitaria di Padova.

Pensiero

Il suo pensiero mosse dalla conoscenza dei classici teologici e filosofici, come Agostino d'Ippona e Tommaso d'Aquino (poi abbandonati), all'adesione al razionalismo e al positivismo di Auguste Comte e Herbert Spencer (con cui ebbe una corrispondenza epistolare, ma di cui non condivide né il darwinismo sociale, né il ruolo marginale da questi attribuito alla filosofia), passando attraverso il naturalismo del Rinascimento, come quello panteistico di Giordano Bruno. D'altra parte, del sapere magico-ermetico della filosofia cinquecentesca della natura, da Bruno stesso a Bernardino Telesio, non vi è alcun residuo nella filosofia positiva di Ardigò, che prova disinteresse e disprezzo per la rinascita romantico-idealista della filosofia, a cui, dopo la "conversione laica", contrappone la vera filosofia scientifica.Giovanni Landucci, Roberto Ardigò e la "seconda rivoluzione scientifica", ed. Franco Angeli, pag. 87, RIVISTA DI STORIA DELLA FILOSOFIA, 1991

Caratteri della «filosofia positiva» di Ardigò L'originalità della sua filosofia si distanzia tanto dall'enciclopedismo naturalistico quanto dal tradizionale spirito di sistema, aprioristico, deduttivistico, dogmatico. La filosofia trova la sua specificità nel fondamento del fatto (fisico o psichico) e nell'argomentazione induttiva, contro le deduzioni a priori, metafisiche, che non hanno fondamento nell'esperienza come la deduzione logico-matematica.

Una filosofia, che accetti il metodo scientifico e voglia dirsi scientifica, rifiuta quindi le tesi metafisiche, le entità trascendenti inverificabili, accetta le ipotesi da verificare. Contro l'astratto razionalismo metafisico della filosofia, è andato emergendo, secondo Ardigò, dapprima il naturalismo rinascimentale, che ha trovato seguito nell'empirismo, nell'illuminismo e nel sensismo, fino al darwinismo e al positivismo.

Una filosofia positiva non può nutrire certezze definitive (se vuol essere portatrice di tesi riformulabili come le teorie scientifiche) e non può essere un sistema unitario e dogmatico. Ardigò propone una filosofia che, perduto l'ambito delle scienze naturali positive, si specifica in autonomia come scienza dei fatti psichici (psicologia) e dei fatti sociali (sociologia).

Psicologia, pedagogia e sociologia positive I suoi contributi nell'ambito delle scienze sono importanti per l'impostazione generale. Interessanti sono le sue idee sull'evoluzione intesa come passaggio dall'indistinto al distinto, ma anche condizionata dal caso e caratterizzata dal ritmo. Non tutto dunque è lineare e meccanico. Ardigò fu uno dei primi psicologi moderni, anche se non nel senso di terapeuta, ruolo che sarà ricoperto dagli psicoanalisti e dagli psichiatri, ma nel senso di formatore pedagogico e professionale, oltre che di teorico e studioso della psiche, come Henri Bergson.A. Groppali e G. Marchesini, Nel 70º anniversario di Roberto Ardigò, ed, Bocca, Torino, 1898

Ardigò insistette sulla necessità di una psicologia e una pedagogia scientifiche, soffermandosi sul ruolo delle abitudini. L'educazione infatti sul piano naturale può essere ricondotta all'acquisizione di comportamenti sedimentati e certi; questo significa il passaggio da una pedagogia metafisica e astratta a una pedagogia intesa come scienza dell'educazione. L'Io, l'Indistinto e la nascita della coscienza Seguendo comunque l'assioma comtiano che "non ci può essere scienza se non di fatti" (anche se Comte riconduce la psicologia alla filosofia e alla medicina, oltre che alla sociologia), egli conia inoltre il termine di "confluenza mentale".Roberto Ardigò, La psicologia come scienza positiva, Viviano Guastalla editore, Mondovì 1870, 169; 177-8

Teorie pedagogiche Ardigò dice: