Sofonisba è una tragedia scritta da Giovan Giorgio Trissino, pubblicata per la prima volta nel 1524. Scritta tra il 1514 e il 1515, è la prima tragedia regolare della letteratura italiana, ovvero la prima opera in una lingua europea che mira a riproporre i canoni della tragedia greca classica.

Trama

Gli eventi storici raccontano che Massinissa, figlio di Gala, re dei Massili, dopo aver combattuto gloriosamente in Spagna per i cartaginesi contro i romani nel 211 a.C., è costretto a ritornare in Africa per ristabilire il proprio potere alla morte del padre. Perso il regno per opera di Siface, re di Numidia, per vendicarsi si allea con i romani e con la propria cavalleria contribuisce alle vittorie romane fino alla battaglia sul fiume Ampsaga nel 204 a.C., in cui Siface viene fatto prigioniero con la perdita della capitale del suo stato, Cirta. Qui si innesta l'episodio storico di Sofonisba, moglie di Siface e figlia del cartaginese Asdrubale che, condotta prigioniera al campo di Scipione, si uccide con il veleno. Trissino trae spunto dalla storia, modificandone in parte i fatti e raccontando di un'alleanza tra Massinissa e Siface a fianco del romano Lucio Cornelio Scipione e conseguentemente contro Asdrubale, il quale, per costringere Siface ad abbandonare i romani, gli dà in sposa la bellissima figlia Sofonisba, già promessa a Massinissa, scatenando l'odio di quest'ultimo per Asdrubale e Siface.

Il primo ad approfittare di questa situazione è Cornelio Scipione che, avvalendosi della cavalleria di Massinissa, riporta importanti vittorie sui nemici, facendo addirittura prigioniero Siface. Sofonisba, alla notizia della sconfitta del marito, si chiude nel palazzo reale di Cirta, capitale della Numidia, mentre il nemico sta penetrando in città. Massinissa, entrato nella reggia, si trova al cospetto della bellissima donna a cui interessa soltanto non cadere prigioniera dei Romani come schiava.

Massinissa, innamorato della donna, dopo un lungo ed affettuoso dialogo, promette di salvarla e in seguito, all'insaputa dei romani, la sposa. Cornelio Scipione, venuto a conoscenza del fatto, si dimostra contrario all'unione dei due e ordina la cattura di Sofonisba. Scipione, pur promettendo di adoperarsi per la salvezza della donna, si rende conto che dovrà però rispettare la legge romana.

Massinissa non vede altra soluzione che procurare del veleno a Sofonisba, in quanto solo con quest'estremo sacrificio, la donna si risparmierà l'onta della schiavitù. Così la regina, raccomandato il figlioletto alla fedele Erminia, beve serenamente il “dono nuziale” e spira con la disperazione dell'ancella.

Fonti e ispirazioni dell'opera Trissino era a conoscenza dell'esistenza dell'opera di Galeotto del Carretto, Sofonisba, ma sicuramente non prese ispirazione da questo componimento per la sua tragedia omonima, dal momento che il dramma di del Carretto fu pubblicato soltanto nel 1546.

La fonte della tragedia è comunque tratta dalle Storie di Tito LivioTito Livio, Storie, III libro, cap. XII-XV.. Trissino, restringendo il contenuto ai capitoli che trattano dell'amore tra Massinissa e Sofonisba, dopo la sconfitta di Siface, suppone un precedente che non troviamo in Livio: prima di sposare Siface, la donna era stata promessa dal padre a Massinissa, il quale, proprio a seguito della mancata parola di Asdrubale, si schiera contro la parte cartaginese. La fabula risulta fondata su numerose incoerenze e contraddizioni, a dimostrazione che forse al Trissino non interessava più di tanto la storia, né la contestualizzazione dell'episodio; piuttosto gli premeva dimostrare il proprio valore di dotto umanista, come si evince della dedica al Papa Leone X. La vena poetica non caratterizzò il vicentino, che prese spunto da Euripide, dalla tragedia Alcesti; così pure si avvicina all’Ifigenia in Aulide del medesimo e all’Antigone di Sofocle. Trissino infatti non si rifece ad un particolare autore, né lo fu egli stesso, ma fu essenzialmente un imitatore del teatro greco nelle sue linee generali e pertanto è solo questione di grado avvicinare la Sofonisba più a questa o a quella tragedia, tra quelle sopra ricordate.

La trama della Sofonisba non potrebbe essere più adatta ad un argomento tragico, per il carattere dei personaggi, per l'intreccio dei fatti, per quelle passioni che dovrebbero attanagliare i protagonisti, eppure non è sempre cosìE. Ciampolini, La prima tragedia regolare della letteratura italiana, p. 23.. Se qualche simpatia può riscuotere la figura di Sofonisba, per una certa grazia del linguaggio, per l'espressione di certi suoi sentimenti sinceramente palesati, al contrario, poco felice risulta l'impronta che Trissino dà alla figura dell'altro protagonista: Massinissa. Questo impetuoso africano che, più per amore che per desiderio di dominio, giura eterno odio nei confronti di Siface e dei cartaginesi, e può benissimo, nell'ardore della propria passione, giungere al punto di promettere la salvezza alla donna amata, sposandola, contravvenendo alle leggi romane. Ciò che appare di difficile giustificazione è come questo audace condottiero possa compiere un atto che evidenzia una contraddizione che a Trissino non poteva e non doveva sfuggire.

Sicuramente meglio riusciti i tratti con cui si caratterizzano i personaggi secondari: maestoso nella parola e negli atti e nel contempo generoso e umano appare Scipione; mite, affettuosa e di una dolcezza particolare si manifesta la fedele Erminia. Le figure femminili sono davvero le più felicemente riuscite. Solo in esse riscontriamo quei tratti lirici che valorizzano la tragedia, se pur parzialmente, dal punto di vista artistico.

Inquadramento dell'opera Il genere tragico nasce nell'Italia del Cinquecento da una serie di fattori: in primo luogo è essenziale la nuova importanza che assume nel suo insieme la letteratura greca, nella quale la tragedia, come genere, ha una notevole parte. Se il Quattrocento è infatti l'epoca in cui gli studiosi italiani si pongono in grado di accedere direttamente ai testi greci, il Cinquecento vede ormai il possesso abbastanza diffuso di quel patrimonio e il tentativo di imitarlo pienamente. Trissino andò addirittura a Milano per studiare greco con Demetrio Calcondila.

Accanto a questo elemento bisogna tener conto anche della particolare ideologia che è legata al genere tragico: esso, già nella definizione aristotelica, ma poi sempre più nella pratica degli scrittori, riguarda argomenti di vasta portata politica e presenta personaggi di altissimo livello sociale. Già di per sé dunque, la scelta di questo genere letterario parla di un autore che ha piena coscienza della propria cultura e del grande peso che attribuisce al proprio ruolo.

È innegabile che Trissino rivendichi la sua figura di aristocratico, di personaggio che ha una precisa ideologia come dimostra la sua attività politica e diplomatica. Quindi ci sono due aspetti, uno letterario ed uno, in senso lato, politico, all'origine di questa tragedia. Per Trissino diventava indispensabile rimettere in luce quel genere letterario e per questo non esita a tributare grande spazio alla tragedia nella sua PoeticaGiovan Giorgio Trissino, Poetica, (V divisione)..

Così Trissino si pone in piena sintonia con gli antichi, proprio se si pensa al fatto che lo stesso Aristotele considera la tragedia il più sublime genere letterarioPoetica (Aristotele)., come teorizza nella propria Poetica. Trissino quindi si pone di fronte al genere tragico con un intento strettamente polemico, cercando di superare il binomio canonico "utile-diletto", rifiutando il concetto della letteratura intesa come divagazione, o peggio, come interessata adulazione: le sue opere vogliono essere - e in questo caso la Sofonisba è emblematica - motivo di consiglio e opportunità di riflessione.

Questa tragedia infatti, viene scritta con esplicita volontà che venga «intesa da tutto il popolo». Giovan Giorgio Trissino è (e tende a ribadirlo sempre, più o meno direttamente) un nobile dell'antica feudalità imperiale, profondo assertore dell'inviolabilità di quella classe egemone che, con l'avvento della borghesia, comincia a subire i primi colpi al proprio prestigio.

La scelta del tema non è casuale: il tema “alto” della Sofonisba, che parla del conflitto tra sentimenti e ragion di stato, confermato dallo stesso autore nella dedica: «E sapendo eziandio che la Tragedia, secondo Aristotele, è preposta a tutti gli altri poemi, per imitare con soave sermone una virtuosa e perfetta azione, la quale abbia grandezza…», si unisce a quello amoroso, che l'autore non vuole trascurare. Il tema amoroso, infatti, rientra nella tradizione volgare (del resto lo aveva usato anche Petrarca nell’Africa), tradizione dalla quale il Trissino non voleva comunque separarsi, come evidenzia la scelta del volgare per i suoi scritti.

Trissino, che cerca di far convergere scelte letterarie e scelte etico-politiche, trova infatti, nel personaggio di Sofonisba, un simbolo di questa unione. A tal proposito risultano interessanti le parole di Marco Ariani «La ricerca di una politicità si frange, compenetrandosi finemente con la contemplazione elegante della donna vagheggiata nella sua grazia suadente: l'amabile cortesia di Isabella Gonzaga prefigura il dramma intimo di Sofonisba che avverte l'insufficienza delle dolcissime parole, il lento sfaldarsi della loro efficacia umanizzante». Come qui si vede, l'Ariani trova un legame intimo tra il modo con cui Trissino guarda alla realtà di corte, che ha per protagonisti personaggi femminili della statura di Isabella Gonzaga, e la scelta di un personaggio come Sofonisba, che cerca di emulare la nobiltà della marchesa.

La prima rappresentazione documentataLeopoldo Cicognara, Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia fino al secolo di Canova, Giachetti, Losanna, 1824. della Sofonisba si ha in francese, nel 1554 a Blois, davanti alla Corte reale di Caterina de' Medici. In lingua originale viene recitata per la prima volta nel 1562, durante il carnevale di Vicenza, messa in scena dall'architetto Andrea Palladio.

La forma letteraria La forma letteraria costituì per Trissino uno degli interessi fondamentali. Sullo schema degli antichi, il vicentino non si servì degli atti, né delle scene, bensì del coro interposto tra gli episodi per cercare di riprodurre, con l'endecasillabo piano (o “scemo”), il trimetro giambico catalettico.

Tale scelta critica da parte di Trissino, (dell’endecasillabo sciolto), dimostra quanto l'autore avesse un atteggiamento rigoroso nei riguardi della poetica. A proposito della rima aveva già puntualizzato nella dedica della Sofonisba a Leone X:

Con questa scelta critica, cosciente, codificata, Trissino dimostra veramente di meritare il titolo di inventore dell'endecasillabo “sciolto”. A giusta ragione E. Ciampolini annota nel suo volumeE. Ciampolini, La prima tragedia regolare della letteratura italiana, p. 11.:

Naturalmente l'interesse di Trissino non si limitò alla metrica, ma coinvolse la cosiddetta elocutio, cioè la scelta del lessico e del modo della “dizione” poetica. In altre parole, il Trissino si pose il problema di studiare attentamente come avrebbero dovuto esprimersi i personaggi del dramma. La scelta fu per un contenuto verbale e uno stile che rispecchiassero un parlare realistico, quotidiano e, a proposito di questa scelta, Trissino invocò l'energia realistica della poesia drammatica ed epica della Grecia antica, in particolare di Omero. In questo richiamo era certo contenuta un'esigenza originale, che era in polemica implicita con la magniloquenza dello stile tragico latino e con la prosa, solo apparentemente umile, o “mediocre” della nuova corrente cinquecentesca (Pietro Bembo degli Asolani e Jacopo Sannazaro dell'Arcadia). Ma se l'esigenza era rispettabile e interessante, la realizzazione è stata soggetta a molte critiche radicali.