Lelitismo è una teoria politica basata sul principio secondo il quale il potere politico sarebbe sempre in mano a una minoranza che governa l'intera società.
Si fonda sul concetto di élite, dal latino eligere, cioè "scegliere" (quindi "scelta dei migliori"); secondo tale impostazione le diverse forme di governo sebbene basate su principi di volta in volta diversi, e solo apparentemente contraddittori sotto diversi aspetti, lasciano intatta la struttura della società che vede una leadership concentrata sul potere di una minoranza organizzata.
Presupposti ideologici Il punto di forza dellélite è nell'atomizzazione della massa. Secondo l'elitismo la massa è confusa, dispersa e incapace di organizzarsi. Su questo caos si fonda la forza dellélite, che è invece organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il suo potere. C'è dunque una critica verso la democrazia, ma non è una critica che scaturisce da un giudizio di valore, bensì una critica quasi ontologica: la democrazia, semplicemente, non può esistere, poiché il popolo non ha le capacità di autogovernarsi e nel momento in cui si organizza esso porta automaticamente unélite a prendere il potere. Si parla di a-democraticità dell'elitismo, non di anti-democraticità.
Per forza di cose, gli elitisti criticano anche la visione del liberalismo basato sulla separazione dei poteri (appunto perché il potere è invece monopolizzato) e criticano il socialismo perché ritengono che la società – ben lungi dall'essere divisa in classi – sia frammentata e atomizzata. La visione elitista si contrappone infine radicalmente a quella del pluralismo: quest'ultimo infatti ritiene che il potere sia largamente distribuito (e non monopolizzato) tra gruppi che si equilibrano (senza quindi formare élite).
Al momento della sua nascita la teoria dell'elitismo (seppur di matrice scientifica) era connotata da una forte valenza ideologica, in contrapposizione con le teorie della democrazia radicale e con il marxismo. Il fatto che i governanti fossero minoranza e i governati maggioranza non è una cosa nuova (lo stesso Saint-Simon lo afferma); l'elitismo però conferisce dignità scientifica a questa costante storica già osservata. Il fenomeno è proposto come qualcosa di ineluttabile nella storia della politica: i vecchi modi di considerare il governo (tripartizioni di Aristotele e Montesquieu e bipartizione di Machiavelli) sono considerati, secondo questa visione, obsoleti: sostanzialmente il sistema politico si fonda sempre sulla dicotomia massa-élite ed il suo metodo di governo andrebbe declinato secondo i dettami della scuola realista.
La "scuola italiana" Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto Gli studiosi italiani del primo Novecento, come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, furono i fondatori dell'elitismo (si parla di scuola elitista italiana).
Mosca, che usava il termine "classe politica" per riferirsi allélite, propose il "criterio delle tre C" per descrivere il funzionamento dei detentori del potere: consapevolezza; i membri della classe politica sono infatti consapevoli delle loro comuni posizioni politiche, sociali ed economiche e dello stato frammentato della massa; coesione; a differenza delle masse, i membri della classe politica si alleano e si organizzano; cospirazione; i membri della classe politica mascherano il loro governo sulla massa, nascondono il fatto che vi sia unélite al potere.
La riflessione di Mosca condotta in Elementi di scienza politica(1896) descrive il fenomeno elitista in questo modo:
Pareto, che razionalizzò la teoria elitista anche in logica e in matematica, riteneva che i membri delle élite fossero davvero i membri migliori di una società e fossero quindi legittimati a governarla. Per questo egli utilizza il termine "aristocrazia". A differenza di Mosca ritiene che il potere non sia monopolizzato da una sola élite, ma che in ogni ambito della società (in ogni sua sotto-struttura) vi sia unélite: in ambito economico, culturale, militare e così via. Pareto, riprendendo una differenziazione già compiuta dal Machiavelli, distingue inoltre tra unélite di leoni e unélite di volpi. I primi usano la coercizione, la forza (la macht) per comandare; i secondi usano la persuasione e il mascheramento (la herrschaft). Alla lunga sono le élite di volpi a perdurare, perché il loro potere poggia su una legittimità più stabile e duratura. Più che dai problemi di formazione e di costituzione delle élite, Pareto è tuttavia interessato a come le élite vengono sostituite da altre élite. A suo parere esse non sono infatti destinate a durare nel tempo, ma a essere sostituite; la storia è "cimitero di élite".
Robert Michels Robert Michels fu il più controverso tra gli elitisti, ma i suoi studi diedero anche la prova dell'esattezza della tesi elitista. Allievo di Max Weber, fu socialista e membro del Partito Socialdemocratico di Germania, nella corrente anarco-sindacalista. Tuttavia, nel suo studio Sociologia del partito politico (1912), egli afferma che persino nel partito socialdemocratico ci sono élite che comandano, perché ovunque vi sia organizzazione vi è anche oligarchia. È l'organizzazione stessa che produce oligarchia, è nel momento stesso in cui si tenta di dare ordine sociale al caos della massa che tende a prevalere unélite. Lo studio di Michels, riscontrabile poi in molti altri partiti storici (anche se è stato poi criticato e rivisto in seguito) mostra poi come le oligarchie partitiche finiscono per diventare più moderate delle masse che rappresentano, diventano classiste e gelose del loro potere, si imborghesiscono e portano il partito alla moderazione e all'allontanamento dalle ideologie radicali di partenza. Michels si avvicinò poi al fascismo nell'ultima parte della sua vita, che trascorse in Italia. La tesi di Michels è stata denominata "legge ferrea dell'oligarchia": "L'organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori. Chi dice organizzazione dice oligarchia".
Da molti, soprattutto in seguito alla seconda guerra mondiale, l'elitismo è stato criticato per una sua vicinanza ideologica ai fascismi. In realtà l'elitismo è una teoria politica descrittiva più che prescrittiva, cioè si limita a descrivere la realtà sociale che si delinea con la presenza dell'elitismo, senza proporre una sua visione, un metodo e delle regole da seguire. È innegabile tuttavia una vicinanza di pensiero. Michels, ad esempio, ebbe molti rapporti con Mussolini, esaltandolo anche in alcuni suoi scritti più tardi. Tuttavia nel secondo dopoguerra l'elitismo classico fu sommerso da critiche di vicinanza al fascismo e rinacque in una corrente più moderata negli Stati Uniti.
In effetti, "diversi partiti hanno continuato (anche dopo aver ceduto alla realtà dell’oligarchia) ad aggrapparsi ad importanti simboli della più democratica formula del partito di massa. Probabilmente è accaduto principalmente più per motivi pratici che non idealistici. Nonostante i mass media abbiano ricoperto quei ruoli che avrebbero potuto richiedere altrimenti una militanza più profonda e attiva, i partiti pigliatutto hanno avuto bisogno di un gran numero di iscritti non solo per una questione di status, ma anche per il supporto finanziario e più in generale, con le parole di Katz e Mair, come cheerleader. Tuttavia, abbandonati gli obblighi vicendevoli che legavano i partiti di massa coi loro iscritti, i partiti in generale stavano facendo un altro passo verso quello Stato naturale immaginato da Michels"L. Bardi (a cura di), Partiti e sistemi di partito. Il "cartel party" e oltre, Bologna, Il Mulino, 2006, p. 140..
Elitismo democratico A partire dagli anni venti, con la pubblicazione della seconda edizione ampliata degli Elementi di scienza della politica di Mosca, la teoria della classe politica viene imponendosi per il suo valore scientifico e non per la sua connotazione ideologica: non è più una teoria destinata a circoli ultraconservatori, ma è avvicinata anche da sinceri democratici. In seguito alla seconda stesura degli Elementi di scienza politica di Mosca prende via un nuovo approccio all'elitismo. Nella seconda edizione dell'opera moschiana si evidenzia come le classi politiche possano trarre alimento dalle classi inferiori: la teoria delle élite si può perciò conciliare con una visione democratica; il potere si configura cioè come liberal-democratico (dal basso all'alto: classe politica allargata) e non come autocratico (dall'alto al basso).
La teoria elitista è un prodotto della scienza politica italiana, come sostenuto da Norberto BobbioN. Bobbio, Mosca e la teoria della classe politica, in Saggi sulla scienza politica in Italia, Bari 1969, pp. 199-218.; italiani sono anche i due maggiori interpreti democratici e liberali della teoria: Guido Dorso e Filippo Burzio. Dorso sostiene che in ogni società esista un'élite e descrive quali rapporti debbano intercorrere tra classe politica e resto della popolazione. La classe politica deve essere sempre pronta ad accogliere in sé nuovi elementi, essa deve essere scelta dal basso e l'autogoverno locale deve contribuire a questa selezione. Burzio esalta il ruolo delle minoranze, le quali però, secondo lui, si devono proporre e non imporreA partire da "quel che weberianamente è stato definito da Filippo Burzio, in Politica demiurgica (1923), il «politeismo delle élites», (...) è d’ascendenza paretiana la considerazione che «oligarchie reggono la politica, l’economia, perfino la cultura umana; ed esse [...] sono addirittura elette, fino a quando coincidono con l’interesse della collettività, contribuiscono al benessere collettivo, adempiono, cioè, una funzione sociale». Tutto ciò accade perché «democrazia» significa che «il potere politico è nelle mani del popolo non direttamente (perché è assurdo), ma indirettamente attraverso una classe politica di governo controllata da una classe politica di opposizione selezionata attraverso la formula democratica»": Sabino Cassese (a cura di), Lezioni sul meridionalismo. Nord e Sud nella storia d'Italia, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 221-223..
Quando si diffuse nella politologia internazionale, furono riuniti sotto l'etichetta di "elitisti democratici" David Truman, John Plamenatz, Robert Dahl e Giovanni SartoriP. Bachrach, The Theory of Democratic Elitism : a Critique (1967), Lanham, University Press of America, 1980, p. 93..
Neo-elitismo Centrale rispetto alla teoria elitista è anche la figura di Harold Lasswell, il quale introduce la teoria all'interno del dibattito politologico statunitense. Egli pubblica nel 1936 Chi ottiene che cosa, quando e come; in questo libro sostiene che chi studia la politica si deve occupare esclusivamente delle élite. La massa non è di nessun interesse per uno studioso della politicaAl più, la sua rilevanza va inquadrata nella concezione dello "scambio politico", secondo la critica (immortalata da Joseph A. Schumpeter in Capitalismo, socialismo e democrazia) alla nozione rousseauviana della volontà generale, "che annega i moventi del rapporto tra ceti dirigenti e classe politica in un'indistinta notte nera in cui tutte le vacche sono nere": così , Mondoperaio, 22 maggio 2014.. In Potere e società egli formula una scala gerarchica delle élite: lélite più importante è quella che detiene il potere, esiste però anche unélite di tecnici e probabilmente, visto che il mondo si sta sviluppando tecnologicamente, essa andrà ad acquisire sempre più importanza. Nella sociologia politica