Allievo di Liberale da Verona, Giolfino ereditò dal maestro un approccio anticlassico che lo distinse nel panorama artistico veronese. Sebbene in passato sottovalutato dalla critica, oggi è considerato una delle figure più eccentriche della scena artistica cittadina, caratterizzato da un «temperamento inquieto ed estroso»..

La sua arte fu profondamente influenzata da Lorenzo Lotto, maestro veneziano con cui condivise non solo lo stile pittorico, ma anche una simile personalità. Nelle opere della sua maturità, oltre all'evidente influsso di Lotto, si possono cogliere echi della maniera raffaellesca e richiami alle correnti artistiche nordeuropee.

Numerose furono le commissioni da lui ricevute per opere destinate alle chiese di Verona, molte delle quali ancora oggi conservate. Tra le più significative si annoverano due pale d'altare realizzate per la basilica di Santa Anastasia, un ciclo di affreschi raffiguranti Storie del Vecchio Testamento per la chiesa di Santa Maria in Organo e la decorazione della cappella dei terziari nella chiesa di San Bernardino, dove dipinse Episodi della vita di San Francesco.

Altre sue tele sono oggi conservate in musei e collezioni di tutto il mondo. Tra i capolavori esposti al museo cittadino di Castelvecchio figurano la Madonna dei Gelsomini, la Madonna de' Caliari e la serie delle Allegorie. Inoltre, probabilmente in età avanzata, Giolfino si dedicò anche alla cartografia.

Biografia Nascita e formazione

Nicola Giolfino nacque a Verona nel 1476, nella contrada Falsorgo presso porta Borsari. Proveniva da una famiglia di artisti di origine piacentina che si era trasferita sulle rive dell'Adige all'inizio del Quattrocento, che vantava ben nove scultori nell'arco di cinque generazioni. La sua prima attestazione documentale risale al 1490, quando un censimento lo registrò come residente con i genitori, la sorella Maddalena e lo zio Girolamo...

Si sposò con Ginevra Barbarossa, dalla quale ebbe sette figli: Camilla, Elisabetta, Lucrezia, Andrea, Nicolò junior (che si presume sia stato l'unico a seguire le orme paterne nell'arte), Giovanni Paolo e Agostino.

La formazione artistica di Nicola Giolfino è oggetto di discussione tra gli storici dell'arte. In passato, studiosi come Giovanni Battista Da Persico e Diego Zannandreis avevano ipotizzato che fosse stato allievo e amico di Andrea Mantegna, ma questa teoria è stata successivamente ridimensionata per mancanza di prove concrete. È più probabile che abbia acquisito i primi rudimenti dell'arte all'interno della sua famiglia, la quale seguiva «una tradizione di scultura artigiana e decorativa fedele ancora al linearismo gotico e quasi interamente insensibile alla lezione padovana di Donatello». Fu, quindi, dall'esperienza famigliare che Nicola imparò a «definire i volumi intaccandoli quasi a colpo di scalpello e isolandoli di qualsiasi vibrazione atmosferica».

Le influenze artistiche del nord Europa, diffuse in Italia a seguito del viaggio di Albrecht Dürer, ebbero verosimilmente un ruolo determinante nella formazione del giovane Nicola; ciò è evidente nei suoi rari disegni autografi, come il San Giorgio e il drago conservato presso la Staatliche Graphische Sammlung di Monaco di Baviera e il San Sebastiano del British Museum di Londra.

Un'esperienza formativa fondamentale per Nicola ebbe inizio nel 1492, quando entrò nella bottega del pittore e miniatore Liberale da Verona. Qui aveva già lavorato lo zio Antonio e, in quel periodo, la bottega era frequentata anche da Francesco Torbido, Antonio da Vendri e Giovanni Francesco Caroto. In questo ambiente, Giolfino, assimilò tendenze gotiche, «il gusto per la narrazione aneddotica, la forza espressiva dei colori, la sensibilità del miniatore per la linea decorativa; qui oltretutto maturò la vocazione per un anticlassicismo acceso e tormentato che segnerà radicalmente il suo personale linguaggio figurativo».

Già in questi anni, Giolfino manifestava quel «temperamento inquieto ed estroso» che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione artistica. L'ipotesi avanzata da alcuni studiosi circa un suo possibile viaggio a Venezia insieme a Paolo Farinati non trova prove; a meno di future scoperte, si ritiene che non abbia mai lasciato la città natale nel corso della sua vita.

I primi lavori

Un'anagrafe del 1501 attesta la sua condizione di orfano di padre e il suo lavoro già avviato come pictor indipendente. Il suo successo è confermato da un estimo dell'anno successivo, dove risulta tra i pittori meglio pagati, con un guadagno di 12 soldi, superiore a quello di artisti affermati come Domenico Morone e lo stesso Liberale. Nonostante ciò, poco si conosce delle sue prime opere, molte delle quali potrebbero essere andate perdute nel corso del tempo. La storica dell'arte Marina Repetto Contaldo ipotizza che Giolfino sia l'autore di alcuni affreschi commissionati dopo il 1497 da Benassuto Montanari per la facciata di una casa in piazza delle Erbe a Verona, tra cui Ercole che uccide l'idra e alcuni tondi raffiguranti Teste di imperatori romani. Un dipinto attribuito a lui potrebbe essere anche il San Rocco dipinto nei primi anni del XVI secolo, oggi di proprietà della Cassa di Risparmio di Firenze e presumibilmente all'origine parte di una pala d'altare realizzata per la ex chiesa di San Silvestro a Verona.La chiesa venne soppressa nel 1808 per Proclama napoleonico e trasforamta poco dopo in deposito. In . Si ritiene, inoltre, che abbia decorato con affreschi la sua casa natale nei pressi di porta Borsari, «dove l'enigmatico Trionfo di un condottiero è inserito in una cornice con fregio a grottesche, i cui motivi romaneggianti manifestano il debito verso l'arte di Andrea Mantegna».

Verso il 1510, Giolfino dipinge la sua prima opera certa: la Madonna dei Gelsomini, attualmente conservata nel museo di Castelvecchio a Verona. Con questa tela, Nicola dimostra già una notevole maturità artistica. Pur rivelando ancora l'influenza del maestro Liberale, emerge una crescente autonomia nella scelta compositiva e cromatica «che lo porta a usare un segno profondo e ombre insistite sulle carnagioni scure, con un prevalere complessivo dei toni bruni, su cui si staccano pochi stridenti colori», probabilmente il risultato della sua formazione nella bottega scultorea di famiglia o di un personale adattamento delle correnti artistiche lombarde influenzate da artisti come Andrea Solario o Giovanni Antonio Boltraffio..

Produzione giovanile

Solo a partire dal 1515 è possibile ricostruire con certezza la cronologia delle opere di Giolfino. In quell'anno, il pittore veronese realizzò due frammenti di predella, uno raffigurante Le guarigioni miracolose di San Nicola da Tolentino e l'altro La morte di San Filippo Benizi, oggi conservati rispettivamente al museo della Slesia di Opava e al Philadelphia Museum of Art. In origine, la predella era parte di un dipinto più grande realizzato per la cappella di Arnolfo de Arcolis nella chiesa di Santa Maria della Scala a Verona, opera ormai scomparsa. Questi due dipinti mostrano figure espressive, volutamente piccole e sproporzionate, che richiamano lo stile di alcuni pittori ferraresi come, ad esempio, Amico Aspertini. Nello stesso anno, Nicola si trasferì nella contrada di San Michele ad Portas, vicino alla sua famiglia, dove visse per il resto della sua vita.

Nel 1518, completò e firmò una pala intitolata Discesa dello Spirito Santo, commissionata per l'altare della famiglia Miniscalchi nella basilica di Santa Anastasia a Verona. La commissione, affidata al pittore dal nobile Alvise Miniscalchi il 19 marzo 1516, prevedeva un compenso di 57 ducati d'oro e doveva essere completata entro Natale dello stesso anno. Tuttavia, la realizzazione della tela richiese più tempo del previsto. Oltre alla tela principale, Giolfino realizzò anche la predella, in cui raffigurò una Predicazione di San Vincenzo Ferrer, nella quale l'autore descrive la scena principale con elementi insoliti armonizzati con il paesaggio circostante... In questa tela, l'autore ripropone figure dalle proporzioni irrealistiche e volti dettagliati, ispirandosi alle innovazioni grafiche provenienti dal nord Europa, in particolare da artisti come Hans Burgkmair e Jörg Breu il Vecchio. Questa scelta stilistica si discosta nettamente dalle tendenze veronesi dell'epoca, dominate da pittori come Francesco Morone, Girolamo dai Libri e i fratelli Giovanni e Giovan Francesco Caroto, confermando l'unicità di Giolfino nel panorama artistico locale.

Un altro lavoro attribuibile a Giolfino, collocabile tra il 1515 e il 1520, è la pala Madonna in gloria col Bambino, san Matteo, san Girolamo e il committente, commissionata da Girolamo de' Caliari per l'altare maggiore della scomparsa chiesa di San Matteo a Verona, di cui fu rettore. L'opera, oggi conservata al museo di Castelvecchio, mostra un ritratto del committente tra i due santi, ma il suo cattivo stato di conservazione, dovuto a un malriuscito restauro ottocentesco, impedisce una lettura precisa che possa fornire elementi utili alla ricostruzione dell'evoluzione stilistica dell'autore. Tra le altre opere ascritte a questo periodo figurano la Madonna col Bambino, esposta all'Accademia Carrara di Bergamo, e Tre angeli con i simboli della Passione, conservata nei musei civici agli Eremitani di Padova.

Gli anni 1520: raffaellismo e influssi del Lotto

Nel corso del decennio successivo, Giolfino abbandonò gradualmente «la tensione emotiva e il colore cupo della Pala Miniscalchi», preferendo uno stile maggiormente influenzato dalle correnti raffaellesche, che si diffusero a Verona grazie alle stampe di Marcantonio Raimondi. Queste nuove influenze modificarono il ritmo compositivo del pittore, portandolo a una maggiore distensione. Fondamentale fu anche l'incontro con il pittore veneziano Lorenzo Lotto, «artista spiritualmente assai vicino a lui, che lo porta a schiarire la tavolozza originaria in toni più acidi e squillanti, immelanconisce gli umori e fa più intimi i sentimenti, suggerisce al racconto spunti fantastici e trovate di un'arguzia felicissima e sempre rinnovata».

Nel 1522,La data del 1522 è ricavabile dall'iscrizione nella pala d'altare, detta pala Sacco, del Cavazzola oggi al museo di Castelvecchio. In lavorò con Paolo Morando, noto come "il Cavazzola", nella cappella dei terziari della chiesa di San Bernardino a Verona. In questa collaborazione, Giolfino dipinse un ciclo di affreschi raffiguranti Episodi della vita di San Francesco, ispirandosi alla Legenda maior di San Bonaventura.... Le pitture includono didascalie in cui si evidenziano parallelismi tra san Francesco e Cristo, mentre lo sfondo presenta paesaggi veronesi riconoscibili, come i portoni della Bra, la torre dei Lamberti, ponte Pietra e castel San Pietro..