Le tradizioni del Cilento sono il complesso di usi e costumi antichi della terra cilentana. Rientra in questa definizione un patrimonio folkloristico ricco di modi di dire, motti, proverbi, credenze popolari, canti e religiosità.
Nascita La nascita di un figlio maschio, che avrebbe ereditato la terra e la casa e avrebbe aiutato nei lavori più duri, era ritenuta una fortuna. La nascita di una figlia femmina veniva accolta con freddezza, perché la preoccupazione maggiore sarebbe stata quella di procurarle la rote (la dote) per il futuro matrimonio. I figli maschi venivano sempre trattati meglio delle figlie femmine.
Gravidanza La futura madre rispettava i dettami di alcune antiche credenze la cui trasgressione avrebbe potuto compromettere la gravidanza. Ad esempio, alla donna gravida era proibito scavalcare la corda dell'asino stesa per terra, ma doveva girarvi intorno, per non correre il rischio che il cordone ombelicale soffocasse il figlio che portava in grembo. Non doveva scavalcare alcun tipo di rettile o di anfibio, perché se avesse scavalcato un rospo, il figlio appena nato s'abbuttàva, cioè si sarebbe gonfiato; giunta al settimo mese non poteva piantare in casa alcun tipo di erba o di pianta, se non voleva che il figlio le morisse nel ventre. Le voglie, i vulìì erano frequenti durante la gravidanza e il marito cercava di soddisfarle in qualsiasi modo per evitare che la donna, toccandosi il corpo, imprimesse le sue voglie sul corpo del nascituro.
Sesso del nascituro Cercare di scoprire in anticipo il sesso del nascituro era un desiderio che veniva appagato bruciando un pezzo di carta: se questo bruciava per intero, sarebbe nata una femmina, se ne restava anche solo un pezzettino, sarebbe nato un maschio. L'espediente più diffuso consisteva nel guardare semplicemente la pancia della gestante: Panza chiatta vole la zappa; panza appizzuta vole lo fuso. La pancia piatta faceva presagire la nascita di un maschietto, destinato al lavoro dei campi, mentre la pancia appuntita indicava la nascita di una bimba, destinata a filare. Oppure si contavano le “R” presenti nei nomi della coppia, si sommavano alle “R” presenti nel nome dei mesi in cui cadeva la gravidanza: se dal calcolo fosse uscito un numero pari, allora sarebbe nata una femminuccia, se dispari, un maschietto.
Il parto Modalità del parto Il parto avveniva in casa: all'inizio delle doglie si chiamava subito la mammàna, la levatrice, che avrebbe aiutato la donna a partorire; se la mammàna non fosse arrivata il tempo, la suocera o la madre della partoriente le avrebbero dato una mano. L'importante è che non fossero presenti al momento del parto ragazze in età da marito, perché avrebbero tratto cattivi auspici per le maternità future. Si credeva inoltre che chi si fosse messo al fianco della partoriente avrebbe provato gli stessi dolori. Se il parto di una bambina avveniva durante la notte ed era stato molto laborioso, si diceva: Ha fatta 'a mala nuttata e 'a figlia femmena, ha trascorso una notte di dolore e per giunta ha avuto anche una figlia femmina, a sottolineare la “disgrazia” di non aver partorito un maschio.
Pratiche sul neonato Appena nato, sul bambino venivano eseguite alcune pratiche: gli veniva passato un dito in bocca per rompergli la liatùra, legatura, per evitare che crescesse balbuziente; se nasceva una bambina, le si praticavano delle leggere pressioni sulle guance, perché le restassero le fossette, con una leggera pressione sul mento le veniva creata un'altra fossetta e si faceva in modo che l'ombelico restasse senza escrescenze. Dopo il parto, la madre doveva subito battezzare il figlio. Per paura di una morte precoce la mammàna, o chi la sostituiva in quel momento, appena nato il bambino, pronunciava la sacra formula del Battesimo: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il bimbo veniva, successivamente, portato in chiesa dal padrino e dalla madrina, cumpàri e cummàri.
La scelta del nome Si conosceva già il nome del primo figlio: infatti, se fosse nato un maschio o una femmina, al primo figlio spettava il nome del nonno paterno o della nonna paternaVeniva così puntellato. Al secondo figlio maschio o alla seconda figlia femmina spettavano i nomi dei nonni materni; i figli successivi puntellavano (rinominavano) i vari zii.
Purificazione post-partum La madre, intanto, era entrata nel periodo della “purificazione”: doveva restare per 40 giorni in casa, senza poter andare neppure in chiesa. Questo perché il parto, prova dell'atto sessuale, era considerato impuro e rendeva la donna indegna di partecipare alle pratiche religiose. La sua dieta era costituita da brodo di gallina e cipolle, accompagnato da bicchieri di vino, affinché il latte le venisse nutriente e abbondante. Se la mamma aveva poco latte, il piccolo veniva nutrito con latte di asina o con acqua di riso.
Filastrocche e ninne nanne Quando il bambino piangeva o doveva dormire, si inventavano numerose strofette e vere e proprie ninne nanne.
Questa veniva cantata, per esempio, per far addormentare il figlio maschio:
Nonna te rico e nonna te canto,
addurmìlo Spiritu Santo.
L'aggio curcàto e 'u suonno nu' bène,
viénilo addòrme Santa Lena.
Vieni suonno e vieni priésto,
vieni cu la Maronna e San Giuseppe.
Suonno, che fai ca nu' biéni?
Vieni a chidd'ora ca vinìsti a jèri.
Vieni a cavàddo a nu cavàaddo janco,
chiddo ca porta la spata a lu fianco;
Vieni a cavàddo a nu cavàddo russo,
chiddo ca porta la spata e lu cusso.“Voglio cantarti una ninna nanna / Spirito Santo fallo addormentare / l'ho coricato e il sonno non viene / vieni ad addormentarlo tu, Sant' Elena / vieni sonno e vieni presto / vieni con la Madonna e San Giuseppe / sonno che fai, non vieni? / Vieni a quell'ora che venisti ieri /vieni a cavallo ad un cavallo bianco / quello che porta la spada al fianco / Vieni a cavallo ad un cavallo rosso / quello che porta la spada e lo scudo”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 41.
Questa veniva cantata per una bambina:
Nonna-nonna, nunnarèlla,
lu lupo se mangiào la picurèlla;
la picurella se mangiào lu lupo
e nénna mia l'aggio addurmùta.
Nonna-nonna, nunnarèlla
Vieni ca sta figlia è bella;
vieni ra la muntagna
ca vòle fa la nanna.
Nonna-nonna, nunnarèlla
Vieni ca sta figlia è bella;
vieni e nun tardàri,
ca se vòle addurmentàri.
Nonna-nonna, nunnarèlla,
lu lupo se mangiào la picurèlla;
la picurella se mangiào lu lupo
e nènna mia l'aggio addurmùta.
L'aggio addurmùta into a na vòcula r'oro:
è binuto pure Santo Nicola;
Santo Nicola mio mo' ca me l'hai rata,
fàmmila sta' bòna e no' malata.“Nonna-nonna, nonna / il lupo si mangiò la pecorella / la pecorella si mangiò il lupo / la mia piccola l'ho addormentata /Nonna-nonna, nonna / vieni ché questa figlia è bella / vieni dalla montagna / ché vuol far la nanna / vieni ché questa figlia è bella / vieni e non tardare / ché si vuole addormentare / (come la prima strofa) / L'ho addormentata in una culla d'oro / è venuto pure San Nicola / San Nicola mio, or che me l'hai donata / falla star bene e non malata”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 43.
Oppure per farlo divertire, lo si metteva a cavalcioni sulle ginocchia e si imitava il movimento di chi rema, tenendolo per le braccia:
Vòca vòca marinàro
Quant'è bello a ghiè pe mari:
San Giuseppe a lu timòne,
la Marònna mmiézo la navi.
Vòca vòca marinàro,
s'è scascàta la barchetta,
si so' persi li rinàri…
E vòca vòca marinàro!“Rema, rema marinaio / quant'è bello andar per mare / San Giuseppe regge il timone / la Madonna è in mezzo alla nave / Rema, rema marinaio / ché s'è rotta la barchetta / si son persi tutti i denari / e rema rema marinaio!”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 44.
Giochi I giochi erano vari ed esistevano i giochi per i grandi e i giochi per i piccoli. Venivano praticati, di solito, nei giorni di festa, perché nel mondo contadino non c'era molto tempo da dedicare ai giochi. Erano calmi e ripetitivi, ispirati a simboli religiosi o ai cicli della natura.
Giochi per piccoli Le conte, girotondi, erano diffuse tra le bambine. Una bambina diventava a' Rigina, la regina, attorno alla quale tutte le altre giravano mentre si tenevano per mano. È un gioco che riprende il concetto del “centro” come fonte di vita e del “circolo magico” come forza che protegge. Le filastrocche, che venivano cantate in lunghe cantilene, rievocavano situazioni o elementi del mondo contadino; sono costruite accostando termini con uguale desinenza o frasi con lo stesso ritmo.
Vòcula e bòcula lu calamàio,
la Marònna mmiézzo lu mari;
Giésu Cristo a lu puntùni
E spannèmo lu maccatùri.
“Oh ma', nu' poco ri pane!”
“Oh ni', nu'nce ne staje!
Mò véne San Giuseppe
E ti porta li cunti belli”.
U chicco e 'u cocco,u pane ca ricòtta;a ricòtta salàta,'''u cappellaccio arrecamàto.Gira e rigira il calamaio / la Madonna in mezzo al mare / Gesù Cristo in un angolo / e spieghiamo il fazzoletto / “Oh mamma, un po' di pane” / “Oh figlio, non ce n'è; ma ora viene San Giuseppe / e ti narra bei racconti” / Un chicco ed un uovo / il pane e la ricotta / la ricotta è salata / il cappellaccio ricamato”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 50.
Oppure:
Luna, luna e nu piatto re maccarùni:
si nce mitti lu caso,
i' te ròppo la rattacàso.“Luna, luna e un piatto di maccheroni / se ci metti il formaggio / va a finire che ti rompo la grattugia”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 50.
Oppure i bambini si divertivano ad inseguire le lucciole,(catacatàsce), e le attiravano con queste parole:
Catacatàscia, scinni abbàscio:
mo' te véo, mo' te scascio!“Lucciola vieni giù / ora ti vedo, ora ti schiaccio”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 51.
Per le bambine un altro gioco erano le bambole di stoffa, i pupe re pezza, costruite dalle nonne.Còcchia e Sèpare, pari e dispari, l'antico par impar. Era il gioco dei bambini e delle donne, si svolgeva in due persone, l'una contro l'altra e la posta in gioco erano dei pinoli non sgusciati. Ciascuno dei giocatori mostrava all'altro un pugno chiuso contenente dei pinoli e gli diceva: “còcchia o sèpare?”; se l'avversario indovinava il numero pari o dispari dei pinoli li vinceva.
Erano tutti giochi che si svolgevano in squadre e che avevano come campo il centro abitato.Il gioco della morte: un bambino con la mano aperta e il palmo rivolto in giù, cercava di afferrare l'indice della mano dei compagni. Bastava un minimo di agilità per non cadere nelle grinfie della morte. Le parole che venivano pronunciate erano:
A la lampa, a la lampa,
chi mòre e chi campa.
A la Nacca, a la Nacca,
male a chi nci ancàppo!“Alla lampada / chi muore e chi vive. / Alla Morte, alla Morte guai a chi acchiappo”. Di Rienzo A., La Greca A., La Greca E., Usi e Costumi del Cilento, p. 76. Giochi per grandiIl gioco delle carte era un gioco molto diffuso. Il tressette, lo scopone, la briscola, la calabresella ecc. accompagnavano i giovani nelle serate invernali. Si giocava nella putèa, bottega, e la posta in gioco era, quasi sempre, un bicchiere di vino.
Giochi più dinamici erano: